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The Punisher, smantellamento e rifondazione di un’icona: la recensione

The Punisher, smantellamento e rifondazione di un’icona: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Anche il Punitore, come molti personaggi Marvel, è figlio del suo tempo. Gerry Conway lo creò nel 1974, l’epoca dello Scandalo Watergate e di film come Il giustiziere della notte (uscito proprio quell’anno), quando la diffidenza verso il governo era ulteriormente alimentata dagli ultimi, disastrosi strascichi della Guerra del Vietnam. Macerato nella sfiducia e nel disgusto, il middle man dell’immaginario comune imbracciava le armi per farsi giustizia da solo, colmando le lacune di un apparato istituzionale ormai incapace di garantire tranquillità, legalità e sicurezza. Non a caso, sono anche gli anni di Mack Bolan e della serie The Executioner, principale fonte d’ispirazione per Conway nella scrittura di Frank Castle: l’antieroe disilluso e brutale, guardato con sospetto sia dagli organi di polizia sia dai supereroi mascherati, entra nel Mito.

Per il pubblico è una catarsi collettiva, una valvola di sfogo “populista” di fronte alle ingiustizie. Nel piacere di veder punito il crimine con la violenza – dimenticando però che essa ne genera sempre altra, un eterno ritorno di sopraffazioni che non ha mai fine – c’è un’ambiguità spigolosa, e Castle si muove proprio in questa zona grigia dove la rabbia è viscerale, animalesca, istintiva. Insomma, il Punitore non è lontano nemmeno dal nostro presente, reso incerto dall’affermazione dei populismi (Trump in primis) e dalla moltiplicazione delle voci, o meglio, dei canali attraverso cui quelle voci possono esprimersi, parcellizzando i punti di vista in un brusio indistinto e superficiale. Il ritorno di Castle è una reazione a tutto questo. Così, The Punisher si adatta facilmente ai nostri tempi, e li rielabora nella parabola di un uomo tragicamente solo, impegnato a (ri)costruire la sua identità mentre tenta di esorcizzare il passato.

In effetti, la serie targata Marvel Studios e Netflix comincia in medias res, mostrandoci Frank Castle (Jon Bernthal) che porta a compimento la sua vendetta e si finge morto, bruciando tutti i suoi averi, compreso il giubbetto con l’emblema del teschio. Il Punitore, quindi, sfoggia ancora la sua “divisa”, ma se ne libera per ritirarsi nell’ombra: in altre parole, distrugge la sua icona e il suo Mito per riappropriarsi della normalità. Mesi dopo, Frank ha la barba e i capelli lunghi, si fa chiamare Pete Castiglione (suo cognome originario nei fumetti) e lavora come operaio in un cantiere, evitando qualunque contatto umano. Si trova però costretto a tornare in azione quando scopre che dietro la morte della sua famiglia si cela un complotto più ampio, risalente al suo periodo nell’esercito: Frank, infatti, faceva parte di una squadra segreta in Afghanistan, coinvolta in omicidi e traffici di droga con il benestare della CIA. Un agente della polizia afgana fu ucciso mentre veniva interrogato dal capo delle operazioni, Rawlins (Paul Schulze), e un video ha immortalato questo atto criminale. Il filmato è stato denunciato da un analista dell’NSA chiamato David Lieberman (Ebon Moss-Bachrach), poi costretto a fingersi morto per evitare la cattura e salvare la sua famiglia. Ora, David agisce in clandestinità dietro al nome di Micro, e contatta Frank per aiutarlo a concludere realmente la sua vendetta. Inizialmente restio, il Punitore capisce che la posta in gioco è molto alta: Karen Page (Deborah Ann Woll) lo aiuta nelle indagini e resta coinvolta, mentre il suo ex commilitone Billy Russo (Ben Barnes) gioca un ruolo ambiguo nell’intera faccenda. A loro si aggiungono gli agenti Dinah Madani (Amber Rose Revah) e Sam Stein (Michael Nathanson) della Homeland Security, che investigano sull’omicidio del poliziotto afgano ma si scontrano con l’insabbiamento delle istituzioni. Inoltre, Frank entra in contatto con Sarah (Jaime Ray Newman), la moglie di David, che lo crede morto e sta vivendo un momento difficile con i suoi figli.

Nonostante le origini del Punitore siano state raccontate nella seconda stagione di Daredevil, la serie di Steve Lightfoot sembra ripartire da capo, smantellando l’antieroe per poi ricostruirlo gradualmente: una sorta di “nuova genesi”, per così dire. Se l’appropriazione della sua iconografia classica – la divisa con il teschio sul petto – indica il compimento definitivo della sua identità, allora The Punisher si prende tutto il tempo necessario per arrivare a quel punto, premiando la pazienza dei fan con una trasposizione furibonda e fedele: il Punitore, parzialmente “normalizzato” nell’arco della stagione, esplode proprio quando ritorna ad adottare il suo emblema, e le scene d’azione guadagnano moltissimo in termini di forza espressiva. Ciò non significa che, per il resto, lo show sia scadente; tutt’altro. Rispetto ad altre serie di questo tenore, la ricerca dello pseudo-realismo è certamente più sensata in The Punisher che – ad esempio – in Iron Fist, poiché Frank Castle è “solo” un uomo, limitato da caratteristiche terrene che hanno ben poco in comune con i prodigi dei supereroi. Non a caso, le coreografie degli scontri sono ben lontane dal dinamismo degli action contemporanei (in stile John Wick, per intenderci), e prediligono un approccio pesante, brutale, dove Frank avanza come un carro armato per falcidiare i nemici senza pietà. La performance di Jon Bernthal funziona perché sembra perennemente sull’orlo di esplodere, oscillando fra l’introversione compassata e gli sguardi allucinati: in tal senso, la sua interpretazione trova sfogo proprio nella battaglia, quando può abbandonarsi a una furia che si confonde nel fragore dei proiettili.

L’intera serie, in realtà, è attraversata da questo senso di frustrazione rabbiosa. La trama parallela di Lewis Walcott (Daniel Webber) è l’emblema di uno show che preferisce ragionare sui rischi del terrorismo interno, sempre rigorosamente auto-indotti: Lewis è un reduce di guerra che non ha saputo riadattarsi alla vita da civile, ossessionato dal secondo emendamento (quello che garantisce il diritto di possedere armi) e dall’autodifesa del singolo contro le minacce esterne, rappresentate soprattutto dall’arroganza delle istituzioni e dalla classe dirigente, più che da qualche fantomatico “stato canaglia”. La condizione dei reduci è un filo sottile che si estende lungo tutta la stagione, ramificandosi in direzioni molto diverse fino all’epilogo, chiusura ideale per questa parabola di vendetta e – forse – speranza. Frank deve fermare Lewis, colpevole di un attentato dinamitardo a Manhattan, e lo disprezza per il suo utilizzo della violenza contro gli innocenti, senza un codice che guidi le sue azioni; al contempo, però, non può che provare anche un minimo di compassione nei suoi confronti, poiché vede in lui un riflesso deviato di se stesso. Il disincanto è totale: il disgusto per l’estremismo reazionario (incarnato da personaggi come Lewis e Rawlins) si accompagna a un sentimento di pari intensità nei confronti delle utopie liberal, rappresentate dal codardo senatore Ori (Rick Holmes). L’antieroe è solo contro tutti, come nei vecchi vengeance movie.

L’intuizione vincente di Lightfoot risiede però nella fondamentale tragicità che caratterizza Frank, memore della concezione “heideggeriana” del fumettista Steven Grant: «Un uomo che sa di dover morire e che nel quadro generale le sue azioni non conteranno nulla, ma che persegue i suoi obiettivi perché questo è ciò che ha scelto di fare» (si veda ComicBookResources, Issue #104). In effetti, Frank è un uomo che corteggia la morte a ogni passo, e il teschio sul petto è un memento mori, come gli rinfaccia Micro verso la fine della stagione. Il suo non è soltanto un cammino di vendetta, ma di espiazione. Le origini del personaggio, in tal senso, sono più complesse e controverse rispetto ai fumetti, e gli regalano una conflittualità interiore che non sempre traspare dalle riletture contemporanee, come le celebri storie di Garth Ennis. L’unica tenue concessione al parossismo è rintracciabile nella “genesi” di Mosaico, comunque relegata alle ultime battute dell’episodio finale, e ricca di promesse per un’eventuale seconda stagione. Tutto il resto è una parabola tragica e malinconica, dove Frank ricostruisce se stesso come icona, ritrova la libertà ma deve scontrarsi con l’assenza di uno scopo. «Per la prima volta da quando ricordo, non ho una guerra da combattere» dice Frank nel monologo finale, al gruppo di sostegno dei reduci. «E, se devo essere sincero, io… ho paura».

Chiudere la serie con una confessione del genere non è solo coraggioso, ma anche disperatamente sincero: una dichiarazione di pura umanità, e forse anche di sconfitta.

Voto: ★★★★

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