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The Doc(Manhattan) is in – Mr. Robot stagione 3 (so far): l’utile spiegone ammazzatutto

The Doc(Manhattan) is in – Mr. Robot stagione 3 (so far): l’utile spiegone ammazzatutto

Di DocManhattan

Non poteva durare ancora a lungo, diciamoci la verità. Tempo le prime due puntate della terza stagione, e Mr. Robot sembrava già avvitarsi in picchiata verso la landa conosciutissima del “Vabbè, e quindi?”. Con tutto che finora, di episodi, le due stagioni precedenti ne avevano messi insieme poco più di una ventina. Ed è fisiologico: stupisci tutti – quasi tutti, conosco chi non ha sopportato la prima serie, ma il mondo è pieno di brutte persone – all’esordio con questa storia dell’hacker depresso, drogato e con la fobia sociale. Negli anni degli attacchi di Anonymous e dell’hacktivismo militante, tiri fuori una trama talmente vicina alla realtà da sembrare docufiction. In cui ci sono dei tizi che usano delle vere tecniche di hacking, usando le tastiere per battere delle righe di codice: non i soliti nerd con gli occhialini da serie crime, che fanno le magie impossibili con un portatile, tipo I ragazzi del computer trent’anni dopo.

Ma se la prima stagione di Mr. Robot fa il giro del pianeta, raccogliendo Emmy, Golden Globe e cinque alti da parte di nerd, teorici del complotto e anarcoinsurrezionalisti digitali con un poster F*ck Society in cameretta, non è solo per il logo con il font dei giochi SEGA, per l’esoftalmo straniante di Rami Malek o per i labbroni di Stephanie Corneliussen. Né tantomeno perché hanno riesumato la salma di Christian Slater, che credevi ancora prigioniero degli anni 90 con il suo cuore di babbuino trapiantatogli da Marisa Tomei. Funziona, quella prima stagione lì, anche e soprattutto perché hai questo serial in cui non puoi fidarti del protagonista. In cui te, lo spettatore, sei trascinato nel mondo parallelo creato dalla sua psicosi, un mondo in cui Elliot Alderson si scorda chi è sua sorella (e prova pure a limonarsela, scuola Luke Skywalker) e tutto serve a mettere in tavola il sorpresone finale. Ecco perché si chiama Mr. Robot, ecco perché questo, ecco perché quello.

Ma la storia della televisione degli ultimi dieci anni è piena di serie che partono a cannone, con un’idea brillante, e si trovano a contemplare, nervose e e impreparate, il proprio successo. L’assonante Sam Esmail, che Mr. Robot l’ha ideata, la scrive e porta pure i panini sul set, tenta con la seconda stagione un altro numero analogo. Un altro tappeto da sfilare sotto i piedi del pubblico, un altro sorpresone. Solo che il pubblico ha mangiato la foglia, non abbocca, e il non-sorpresone si trascina troppo a lungo, così che quando c’è da tornare finalmente alla storia, a quello che è successo, a cosa diavolo ne è stato di Tyrell Wellick, non c’è più tempo. Perché il tempo se lo sono mangiato l’allucinato episodio in stile sitcom anni 90; gli infiniti primi piani di Angela (Portia Doubleday) che sbatte le palpebre su quegli occhioni da cerbiatta impaurita, quasi sempre in lacrime; la macchinazioni della Dark Army, potentissima tecnolobby con alle spalle il governo cinese, il Gruppo Bilderberg, il club dei miliardari di Zio Paperone e Rockerduck e praticamente chiunque altro abbia i soldi su questo pianeta. Solo che questi vanno giù pesante con le sventagliate di mitra.

Da grande fan della prima stagione e da molto più moderato e scettico fruitore della seconda, temevi il tonfo, devi ammetterlo. Temevi un nuovo giro di giostra in cui si puntasse al fallo di confusione alla Lost, buttando dentro altra roba, attorcigliando le sottotrame esistenti e infilandocene un altro paio di nuove. Tanto se nulla è magari davvero come sembra, se il punto di vista è quasi sempre e solo quello di uno psicopatico con le visioni, anche ora che ha smesso da mesi di drogarsi, vale tutto. Eri a un passo così dal punto di rottura, della fiducia nei confronti della serie e delle tue scatole, a un soffio dal mollare tutto. Ormai, dall’anno scorso, perfino la Corneliussen non ti sembrava più una gnocca astrale come prima. Ma poi, due episodi su dieci di questa season 3, e ancora non era saltata fuori Dom DiPierro (Grace Gummer), il personaggio più interessante della precedente? E soprattutto, che diavolo di senso ha quel Bobby Cannavale lì, un Mr. Wolf italoamericano vestito malissimo e con la faccia da ragioniere del catasto?

Solo che poi è arrivato il terzo episodio (“eps3.2_legacy.so”: i titoli sono sempre così, roba da programmatori) ed è cambiato tutto. Dando un senso al tutto. Ah, e distruggendo probabilmente tutto.

Come? Lasciando da parte per una volta Elliot e le sue allucinazioni, e spiegando con un punto di vista totalmente esterno che cavolo è successo. Alla fine della prima stagione, nella seconda. Wellick, la pistola nel popcorn, le manovre di Whiterose/Zhang (B.D. Wong), perfino chi e perché ha portato alla Casa Bianca quel soggetto improbabile che occupa oggi la Sala Ovale. C’entra il Congo, più o meno.

Guardare questo terzo episodio è stato straniante. Ed è suggestivo che proprio la più classica e lineare delle puntate viste finora, in una serie strana incentrata su un protagonista strano forte, faccia questo effetto. Perché da un lato si colmano quasi tutti i buchi, si dà un senso a quanto raccontato tra i denti finora e, soprattutto, si molla la corda che si stava tirando a tal punto da sentirne spezzare i primi fili, come in un film di Indiana Jones. Ora sappiamo come sono andate le cose, si è superata la secca Lost su cui la barca rischiava di arenarsi, si può costruire il resto, andare finalmente avanti. Ma il punto è: ne vale la pena?

Paradossalmente: ok, alleggerire la tensione dello spettatore dandogli finalmente delle indicazioni chiare ha concesso una tregua alla sua capacità di sopportazione, è a suo modo gratificante, ma si corre forte il rischio che tutto quello che viene dopo sia poco interessante. Sì, c’è da fermare/scatenare questa Fase 2 dell’operazione. Sì, Elliot continua a parlare dietro gli occhiali di suo padre quando diventa quell’altro. Sì, ora ha un amicone del cuore, anche se gli ha sparato. Sì, s’è trovato pure un lavoro, che bravo ometto. Ma il rovescio della medaglia è che questo terzo episodio è uno spiegone pazzesco che, prendendola larga, racconta la rava, la fava e la root, piallando alla base quello che, per quanto frustrante, era il motivo di interesse principale di tutto il baraccone. Sì, non ci si può fidare di Elliot, ma questo è pur sempre il suo show. La storia delle sue felpine con cappuccio nero comprate da Zara, della sua sociopatia, dell’incapacità di avvicinarsi anche all’unica persona disposta a stargli vicino, l’amica del cuore vicina di casa, a metà tra Charlie Brown e lo shojo manga. Solo che ha troppi capelli per essere Charlie Brown, e negli shojo manga i protagonisti non hanno gli occhi così di fuori.

Chi salverà Mr. Robot da se stesso? La serie e il suo psicopatico omino in felpa? Ah, saperlo. Intanto c’è Bobby Cannavale a inventarsi le cose e raccontare balle familiari prima delle sue seratine adorabili davanti al Grande Fratello. Qui chiunque, in questo serial, si inventa storie, che lo voglia o meno. Tutti, tranne Elliot (ma non l’altra metà della sua mente), vogliono un posto al sole. Everybody wants to rule the world, cantava Angela un anno fa in quel locale. Piangendo con gli occhi di Bambi, ovviamente. E come ti sbagli.

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