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The Doc(Manhattan) is in – Gomorra 3: Genny, Ciro e il bravo ragazzo

The Doc(Manhattan) is in – Gomorra 3: Genny, Ciro e il bravo ragazzo

Di DocManhattan

“Stamm’ turnann'”, promettevano da mesi, e l’hanno fatto. Dopo una fugace apparizione in sala, in anteprima, sono approdati su Sky venerdì sera i primi due episodi della stagione 3 di Gomorra. Boom di ascolti, con oltre un milione di spettatori, e due milioni di occhi incollati quindi allo schermo per chiedersi che ne sarà di una delle serie crime più interessanti prodotte in Italia negli ultimi anni. Una serie esportata in oltre cinquanta Paesi, per insegnare al mondo come si minaccia qualcuno di morte in dialetto napoletano stretto. Perché diciassette mesi fa un colpo di pistola, esploso dal suo ex pupillo e killer di fiducia, si è portato via uno dei personaggi di Gomorra più rappresentativi, riusciti, iconici, amabilmente detestabili nell’incarnare in modo realistico la lucida follia di un boss del crimine che se ne frega degli affetti e minge sulla giustizia. Letteralmente. Sì, insomma, ci si chiedeva: c’è vita, e soprattutto morte violenta, in Gomorra, ora che Don Pietro (Fortunato Cerlino) ha un buco in fronte, gentile omaggio di Ciro e, non troppo indirettamente, della sete di potere di suo figlio Genny?

I primi due episodi di questa stagione 3 di Gomorra – La serie sembrano prometterci che sì, andrà avanti la giostra di vendette, alleanze, morte e riappacificazioni improbabili (ma poi vallo a sapere in un contesto del genere: magari è davvero facile, se sei un boss autoproclamatosi tale, far comunella con il tuo ex amicone che ha provato a ucciderti). Perché ci sono ancora tanti nodi da far venire al pettine, anche se uno dei protagonisti è molto stempiato. Perché la seconda stagione non ha chiuso i conti, pur levando di mezzo purtroppo Conte, il miglior evil twin di Scialpi che la televisione avesse mai conosciuto. C’è, pronti via, quanto resta dei fedelissimi di Pietro Savastano, come Malammore (il povero Fabio De Caro, che per quanto fatto su schermo dal suo personaggio si è beccato un anno fa un sacco di insulti personali sui social. Rendiamoci conto di quanto l’umanità sia prossima al baratro), l’ex Cenerentola-badante promossa reginetta more uxorio del quartiere, sua nipote Patrizia (Cristiana Dell’Anna), Scianel (Cristina Donadio), sulle tracce dell’ex nuora Marinella (Denise Capezza), che in un comprensibile sfogo familiare l’aveva apostrofata un anno fa cessa con la fiatella di morte, e tutti quelli che ancora sono alla ricerca di un posto al sole, a Scampia come nella Roma del giovane Savastano. O di un modo per fare i conti con la propria coscienza. Di qualcosa, insomma. Qualunque cosa, basta che ti porti a impugnare un’arma e rischiare di crepare come un cane in mezzo alla strada.

Ciro Di Marzio (Marco D’Amore), tanto per dire, non ricorda neanche lontanamente l’Immortale, lo spavaldo criminale rampante con il vizio di parlarti a dieci centimetri dal naso, inclinando la testa in continuazione a destra e sinistra, che non capivi mai se volesse intimorire qualcuno o limonarselo. Le giacchette di pelle portate pure d’estate sul collo sudato, da fighetto di periferia col motorino truccato, hanno lasciato il posto a un look trasandatissimo da barbone-hipster-programmatore. Gli sono rispuntati in testa un po’ di capelli, il volto e gli occhi se li sono mangiati i sensi di colpa. Dice che succede, se ammazzi tua moglie e causi la morte di tua figlia perché vuoi giocare a fare il ras del quartiere. Cerca redenzione, partendo, non si sa per dove, per cosa. Ma tanto tornerà presto. Perché ancora una volta, come avvenuto all’inizio della seconda stagione, tra il primo e il secondo episodio di questa terza stagione c’è un salto temporale di un anno. Da Roma, Scampia e i suoi problemi sembrano lontani, ma ovviamente non lo sono. Genny ha sempre il mohawk largo inquietante e la sua cicatrice, il figlio che ha chiamato Pietro, in onore di suo padre mentre lo faceva ammazzare, è diventato un bel bebè paffutello, e Gennaro porta avanti i suoi affari nella capitale, trascinandosi dietro il contabile Gegè. Serate tranquille, in cui si fanno a pezzi i rivali di un narcotrafficante sudamericano nel reparto carni di un supermercato, cose così.

È un espediente narrativo impiegato spesso dalle serie crime, quello di farti vedere come una persona normale, come tante, possa finire invischiata nelle robe più turpi svolgendo un lavoro normale per un cliente che di normale non ha proprio nulla. Tutta la terza stagione di Narcos, per buttare lì un esempio recente, ruota attorno alla figura di un padre di famiglia dal cuore buono al soldo del cartello di Cali, e la stessa Patrizia, come personaggio, nasce così. Gegè sembra tanto una personcina a modo, il ragazzo di quartiere che ha studiato fuori ed è diventato bravo con i numeri, e per questo il giovane Savastano si fida di lui. Magari non sa, il contabile, che chi l’aveva preceduto nel mestiere era dovuto volare giù da un terrazzo durante una festa di compleanno. Perché di Gegè là fuori, che lavorano per il Sistema o un’altra delle mille mafie del pianeta, e sono convinti di poterne uscire quando e come vogliono, come se fossero impiegati di un’azienda qualsiasi, è pieno il mondo. E proprio attraverso Gegè prende corpo una sottotrama che, insieme al ruolo di Ciro, Scianel, Patrizia e di quel tipo con la barba che sembra il fratello giovane del calciatore De Rossi, darà sostanza alla stagione. Perché a Genny Savastano proprio non riesce di non crearsi grossi casini tra parenti e affini, e ora tocca al rapporto con quella bella personcina del suocero, il camorrista in trasferta don Giuseppe (Gianfranco Gallo). Il quale, come che vadano le cose tra lui e il genero, spera fortissimo che Genny e sua figlia Azzurra, se fanno un altro figlio, NON lo chiamino Giuseppe come lui. Lì in famiglia porta di una sfiga che non ci si crede.

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