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Bright – ScreenWEEK intervista David Ayer: “Volevo la libertà di fare un film duro”

Bright – ScreenWEEK intervista David Ayer: “Volevo la libertà di fare un film duro”

Di Redazione SW

Intervista a cura di Adriano Ercolani, New York

Dopo il successo di Suicide Squad un po’ tutti si aspettavano che David Ayer avrebbe continuato la sua collaborazione con la Major, magari per il secondo capitolo del franchise. E invece il regista di End of Watch e Fury ha scelto di virare verso Netflix per un’operazione senza precedenti: Bright, thriller fantastico ad altissimo budget – si parla di 90 milioni di dollari – che vede protagonisti Will Smith, Joel Edgerton, Noomi Rapace, Edgar Ramirez e Lucy Fry. Che questo film rappresenti l’inizio dell’abbandono della sala cinematografica anche per il cinema cosiddetto “mainstream”? Ecco le risposte che Ayer ci ha dato a proposito di Bright:

Partiamo dalla domanda che tutti si pongono: perché ha scelto Netflix per realizzare Bright?

Mi ha consentito di fare il film a un livello di libertà che altre produzioni non mi avrebbero permesso. È stato realizzato con una machina da presa 65mm, un po’ alla maniera dei film di Guerre stellari. Abbiamo girato per le strade di Los Angeles, non lo facevo da otto anni, da quando ho finito le riprese di End of Watch. In questo arco di tempo la città è cambiata moltissimo, downtown per esempio adesso è una zona popolata da giovani artisti e riprenderla con lo scope di quelle lenti è stato magnifico, in realtà è un formato che ti concede molta più libertà creativa: pensi molto meno a come realizzare l’inquadratura perché hai tutto quello che vuoi a disposizione. Quasi non riconoscevo le stesse strade, mentre lavoravamo in alcuni esterni dall’altra parte della strada stavano abbattendo palazzi, in modo da edificarne di nuovi. Los Angeles è la mia città, la amo, e sto cercando di ripensarla a livello filmico, mostrarla per come appare oggi.

Non è spaventato dall’idea che un film di queste dimensioni non possa arrivare in sala?

Non so cosa succederà e non è la mia priorità saperlo. Quello che volevo era la libertà di fare un film duro, vietato ai minori di diciassette anni che avesse una voce propria, una sua visione. Il pubblico on-demand è più ampio di quello che va al cinema, per Netflix è stata una scommessa produttiva più sicura. Per le Major è più facile giustificare 200 milioni di budget per film non vietati che prodotti tra i 40 e i 90 milioni come quelli che piace fare a me.

Crede che Bright sarebbe un film diverso se lo avesse realizzato con un’altra produzione?

Non voglio generalizzare troppo, alla fine quasi tutti i film sono destinati a prendere la forma per cui sono stati concepiti, non riesco a pensare come avrebbe potuto essere con un altro Studio, ma posso dire che questa è la forma esatta che volevo per Bright. Ho avuto a disposizione le risorse giuste, ho potuto girare tutti gli esterni a Los Angeles, con location vere e inseguimenti realizzati per le strade e gli stunt necessari. Come creativo lavorare più alla forma filmica di un progetto che alla maniera di farlo risultare credibile è un enorme piacere, ti regala quell’energia in più che poi il tuo cast percepisce, seguendoti con maggiore entusiasmo. Will Smith in particolare si è calato nel progetto con l’energia che lo contraddistingue.

Possiamo dunque dire che Netflix le ha concesso più libertà rispetto alla Warner con Suicide Squad?

Più che libertà stavolta ho avuto la sensazione netta di star facendo qualcosa di diverso, di speciale. Ho girato esattamente il film che volevo girare, è bello lavorare in un ambiente di cui senti la fiducia. Bright è un progetto talmente enorme che penso gli spettatori rimarranno sorpresi nel vedere un’opera di tale grandezza realizzata per questo formato.

Dietro la superficie fantastica Bright sembra essere uno specchio della società americana e dei suoi problemi…

È il nostro oggi, differente soltanto perché popolato da altre creature oltre l’essere umano, ma è decisamente il nostro mondo, in tutte le sue contraddizioni. Bright è prima di tutto un dramma psicologico. È una storia che deve prima di tutto intrattenere il pubblico, ma allo stesso tempo ho inserito alcune metafore che spero gli spettatori arrivino a cogliere, riflessioni sulla nostra società e le sue ingiustizie interne. La mia speranza è che Bright aiuti un minimo ad aprire gli occhi e le menti di chi lo guarderà.

Come ha affrontato il tema della violenza razziale che affligge oggi Los Angeles e gli Stati Uniti più in generale?

Sono cresciuto a South Los Angeles, ho visto un sacco di violenza mentre ci vivevo. E c’è ancora, i più giovani da quelle parti sono ancora in pericolo. È una situazione ancora molto difficile, se abiti da una parte di un marciapiede o dall’altra questo può definire chi sei, a quale gruppo o gang appartieni, anche se a te non importa nulla di tutto ciò. E al tempo stesso è difficile uscire da questo universo, spesso cerchi di far parte di una società più ampia che però sotto sotto non ti vuole. Il razzismo ha molti strati in America, non riguarda solo il colore della pelle…

Pensa già a un seguito di Bright?

I film sono film, se avremo la possibilità di farne un sequel racconteremo una storia coerente con quella di Bright ma vista da altre angolazioni. Tornerei senza dubbio a esplorare la mitologia del film, i suoi misteri. Ci sono un sacco di opportunità per continuare a evolvere l’universo cinematografico che abbiamo creato.

Ricordiamo che Bright arriverà su Netflix il 22 dicembre.

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