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Assassinio sull’Orient Express – Un Poirot tutto nuovo che non può fare a meno di conquistare – La Recensione

Assassinio sull’Orient Express – Un Poirot tutto nuovo che non può fare a meno di conquistare – La Recensione

Di Andrea Suatoni

Si tratta forse del romanzo più iconico della regina del giallo, Agatha Christie: Murder on the Orient Express vanta addirittura quattro trasposizioni in lungometraggio, la prima delle quali, nel 1974, vedeva fra i nomi dei sospettati attori del calibro di Ingrid Bergman, Sean Connery o Lauren Bacall.
E’ Kenneth Branagh a cimentarsi in questo caso sia nel ruolo del protagonista, il baffuto – qui più che mai – Hercule Poirot che in quello del regista, regalando un’ottima prova sia davanti che dietro la macchina da presa nonostante l’appesantimento degli ovvi paragoni con i precedenti interpreti di Poirot che con le omonime pellicole precedenti.

DA TREVOR A BRANAGH

Il primo dei 13 attori che dal 1931 al 2017 hanno impersonato Hercule Poirot fu Austin Trevor, nel film Alibi tratto dal romanzo Dalle Nove alle Dieci. Ma il più noto, accanto agli indimenticabili Alfred Molina o Albert Finney è sicuramente David Suchet, il Poirot della serie televisiva britannica Agatha Christie’s Poirot: con la sua testa dalla forma perfettamente ovale, la camminata che ricorda quella di un pinguino, un perfetto accento che mixa insieme quelli francesi e belga ed un impeccabile bilanciamento di autocompiacimento e fanciullezza il Poirot di Suchet sembra uscito direttamente dalla penna della scrittrice, che forse avrebbe avuto da ridire solamente sulla esigua misura dei baffi.

Il Poirot di Branagh, che verosimilmente compare qui nella prima di una lunga serie di avventure (pare sia già in pre-produzione un sequel, basato sul romanzo Poirot sul Nilo del 1936), reinventa il personaggio in chiave quasi moderna, figlia dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, pur omaggiando profondamente la sua storia. Ecco quindi che troviamo ora un uomo dalla ostentata vena ironica anche se tormentato dalle sue capacità (una sorta di supereroe con superproblemi?), capace di vedere le imperfezioni del mondo a livello talmente profondo da non riuscire a godersi appieno la vita. Nel suo passato è nascosto un dramma profondo in attesa di futura trattazione, legato ad una donna amata, e la sua visione del mondo è estremamente totalizzante: non esistono sfumature, ma solo bene o male, bianco o nero.
Fisicamente non si tratta di ciò a cui siamo abituati, ma il Poirot di Kenneth Branagh conquista fin dalle primissime battute, con il suo mix di pacata boriosità, fascino – addirittura anche fisico – ed il suo sfoggio di un paio di baffi (genialmente e comicamente autoreferenziali in almeno un paio di scene) irresistibilmente passibili di creare un nuovo cult.

SUCCESSO ANNUNCIATO?

La capacità registica di Branagh, che inserisce con sapienza tutta la tecnica teatrale di cui dispone e che stupisce con inquadrature atipiche ma di forte impatto (deliziosa la scena introduttiva della Caroline Hubbard di Michelle Pfeiffer, qui in forma smagliante, quanto impetuose le – fortunatamente ridotte al minimo – scene d’azione), incornicia un intreccio capace di colpire e stupire anche l’assiduo lettore: è implicito che il film si rivolga anche e soprattutto a chi conosce la storia, senza indugiare troppo sul colpo di scena finale quanto insistendo sul viaggio e la rappresentazione visiva di ciò che inevitabilmente deve accadere nell’epilogo.

In detto viaggio, appaiono decisive le interpretazioni dello stellare cast, scelto alla perfezione (sottolineiamo in senso positivo anche i cambiamenti effettuati in vista di alcune critiche sociali che, seppure attuali nel 1934, risultano maliziosamente e terribilmente attuali) e valorizzato da una scrittura che, seppure non riesce a caratterizzare tutti appieno – i personaggi principali sono ben 16 – concede a tutti il giusto spazio, soffermandosi in particolare sui personaggi di Michelle Pfeiffer, della perfetta Judy Dench, di una Daisy Ridley incredibile, notevolmente maturata rispetto alla insapore interpretazione in Star Wars, e di Josh Gad, inaspettatamente credibilissimo. Penalizzati invece Willem Dafoe e Johnny Depp, poco più che comparse, ed una Olivia Colman sacrificata, più che offuscata, dagli scintillanti nomi al suo fianco.
L’indagine rimane quasi sullo sfondo mentre l’intero film pare quasi intavolare un esercizio di stile sicuramente ben riuscito, all’interno del quale interpreti di livello estremamente sopra la media si muovono completamente a loro agio, tradendo un’alchimia (è forse questa la scommessa più grande vinta a livello di casting) profonda che si risolve ironicamente in un finto clima di costruita tensione generale (ma questo potrà essere compreso solo al termine della pellicola, o da chi conosce il finale del romanzo).

“LE AVVENTURE NON RIMANGONO MAI IMPUNITE”

Pur se estremamente magnetico ed in varie situazioni anche molto – ma sempre con garbata pacatezza –  divertente, Assassinio sull’Orient Express non è esente da difetti, che emergono soprattutto allo sguardo del neofita. Perché se è vero come già detto che gli sceneggiatori si preoccupano di rendere appetibile il titolo ai profondi conoscitori della Christie, nel senso opposto commettono l’errore di non rendere chi non conosce appieno la storia del tutto partecipe.

Succede quindi a livello di trama che alcune situazioni ed alcuni indizi vengano inseriti semplicemente per omaggiarne la fonte, risultando però non solo inutili sul grande schermo ai fini della risoluzione del caso, ma anche fuori contesto (come la presunta sfida a Poirot lanciata dall’assassino).
Prima del finale risulta per lo spettatore ignaro completamente impossibile poter ricostruire la trama, che abbisogna inoltre dell’ammissione – e dello “spiegone” finale – dell’assassino per essere individuata appieno: la costruzione del giallo, gli indizi, i collegamenti sfumano verso un finale dove l’investigatore riesce ad unire tasselli solo a lui noti, esplicitati in un’arringa finale che anche se efficace risulta quasi in una beffa.

Assassinio sull’Orient Express rimane dunque un notevole film di intrattenimento (le aspirazioni da blockbuster non erano celate neanche a livello di trailer), un piacere per gli occhi sotto molteplici profili; ma per assurdo rischia di non soddisfare proprio (e soltanto loro, in verità) quegli appassionati del giallo che per definizione dovrebbe – ma non vorrebbe – accontentare. La nuova saga di Poirot, qui aperta al punto da inserire già in epilogo della vicenda un teaser al prossimo episodio, diventa quindi completamente mainstream, forse tradendo parte delle sue origini ma lasciando nello spettatore (non di settore) il desiderio di gustare al più presto un secondo capitolo.

La storia di Assassinio sull’Orient Express ruota ovviamente attorno al detective Hercule Poirot (Kenneth Branagh), che indaga sull’omicidio di un magnate americano a bordo del treno. La sceneggiatura è stata scritta da Michael Green, noto per Lanterna Verde e per il sequel di Blade Runner, ma anche per la prossima serie tv basata su American Gods; Ridley Scott (con la Scott Free) e Simon Kinberg (con la Genre Films) saranno i produttori di questo adattamento insieme a Michael Gordon. Questa nuova versione farà il suo ingresso nelle sale italiane il 30 Novembre 2017.

Il film è diretto e interpretato da Kenneth Branagh e vede nel cast grandi nomi come Johnny Depp (Ratchett), Michelle Pfeiffer (Mrs. Hubbard), Daisy Ridley (Mary Debenham), Judi Dench (Principessa Dragomiroff), Lucy Boynton (Contessa Andrenyi), Tom Bateman (Bouc), Derek Jacobi (Mastermind), Leslie Odom Jr. (Dottor Arbuthnot), Willem Dafoe e Penélope Cruz.

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