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Supergirl rinnega Kara Danvers nella premiere della terza stagione: la recensione

Supergirl rinnega Kara Danvers nella premiere della terza stagione: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

L’annoso conflitto fra le due identità di Kara Zor-El raggiunge il punto di rottura in Girl of Steel, primo episodio della terza stagione di Supergirl, il cui principale obiettivo è raccogliere i detriti dello scorso season finale e rilanciare l’eroina verso nuove avventure.

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Sono trascorsi alcuni mesi dalla battaglia con i Daxamiani che ha costretto Mon-El (Chris Wood) a un esilio forzato dal pianeta Terra, e Supergirl (Melissa Benoist) non è più la stessa: rigida e implacabile, trascura il lavoro di reporter per pattugliare National City e sventare più crimini possibile, convinta che Kara Danvers “faccia schifo” e che il ruolo della Ragazza d’Acciaio sia più consono alla sua persona. J’onn (David Harewood), Winn (Jeremy Jordan), Alex (Chyler Leigh) e Jimmy (Mehcad Brooks) le lasciano spazio per elaborare il “lutto”, ma quando Kara non rispetta la scadenza per un articolo e Jimmy la chiama per avere spiegazioni, l’eroina decide di licenziarsi per dedicarsi solo a Supergirl. Intanto, lo spietato imprenditore edile Morgan Edge (Adrian Pasdar) vuole costruire alloggi di lusso sul porto di National City a scopo lucrativo, ma Lena (Katie McGrath) si oppone perché questo progetto priverebbe molti cittadini disagiati della loro casa. Per agevolare i suoi obiettivi, Edge assolda un mercenario soprannominato Bloodsport (David St. Louis) che ruba la tecnologia di occultamento delle navi daxamiane e la applica a un sottomarino, usandolo per silurare la costa durante l’inaugurazione di una statua dedicata a Supergirl. La Ragazza d’Acciaio usa il suo superudito per individuare il sommergibile, e riesce a sventare la minaccia.

Parallelamente, nel mezzo del caos, una giovane madre chiamata Samantha Arias (Odette Annable) riesce a sollevare una trave di metallo per salvare la figlia, ignorando le proprie origini kryptoniane: sarà lei il big bad della terza stagione, Reign. Comunque, Supergirl capisce che l’umanità di Kara Danvers è fondamentale per la completezza della sua persona, e decide di tornare a lavorare per CatCo quando scopre che Lena ha acquisito la compagnia per evitare che la comprasse Morgan Edge. Dal canto suo, Alex prepara il matrimonio con Maggie (Floriana Lima) e chiede a J’onn di accompagnarla all’altare, facendolo commuovere. Kara, dopo essersi confrontata con Edge e averlo abbandonato su una nave cargo, torna finalmente dai suoi amici per ricucire il rapporto con loro. Altrove, però, un incubo sveglia Samantha nel cuore della notte: ha sognato Alura Zor-El (Erika Durance) trasformarsi in un mostro.

Girl of Steel rievoca un antico dilemma che riguarda Superman e, per esteso, anche Supergirl: trattandosi di alieni sotto mentite spoglie umane, qual è la loro vera identità? Al contrario di altri supereroi, Kal El e Kara Zor-El indossano una “maschera” quando assumono sembianze umane, non viceversa, dissimulando la loro superiorità attraverso una parvenza di goffaggine e imperfezioni fisiche; non a caso, entrambi portano gli occhiali, cambiano la postura e si comportano da imbranati, rendendo così impossibile la loro identificazione con i rispettivi alter-ego. Lo diceva anche Bill nel finale di Kill Bill, lo ricordate? “Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede. E quali sono le caratteristiche di Clark Kent? È debole, non crede in se stesso ed è un vigliacco. Clark Kent rappresenta la critica di Superman alla razza umana”. Questo discorso ritorna nel corso dell’episodio, quando Supergirl dice esplicitamente che «Kara fa schifo» e si dichiara «superiore» all’umanità, abbracciando una concezione piuttosto comune in un certo tipo di fantascienza (spesso meno raffinata): l’idea secondo cui soltanto l’umanità, pur con le sue imperfezioni, sia detentrice di uno spessore emotivo. Votandosi completamente alla Ragazza d’Acciaio, infatti, Kara diventa granitica, fredda, distaccata, severa con se stessa ma anche piuttosto sicura delle sue capacità. È un modo per esorcizzare il dolore, allontanandosi da quelle emozioni che l’hanno fatta soffrire; una reazione che, paradossalmente, è abbastanza credibile in termini umani.

Questo risvolto psicologico è sicuramente la parte più interessante di Girl of Steel, insieme alla costruzione progressiva del big bad nel corso della stagione: la Reign di Odette Annable non è ancora tale, ma si trasfigurerà gradualmente in un’avversaria formidabile, e sarà interessante vederne l’evoluzione anche in rapporto al suo ruolo materno. Per il resto, Adrian Pasdar si fa sempre apprezzare nella parte dello st**nzo, anche se per il momento Morgan Edge è un monolite di cinismo e cattiveria che sfiora la macchietta, lontano dalla simpatia che suscitava il suo Glenn Talbot in Agents of S.H.I.E.L.D.. Dati per scontati certi passaggi stucchevoli (il sogno iniziale con Alura e Mon-El), a non convincere è l’intreccio narrativo, davvero elementare nella concatenazione fra i piani di Edge e l’attacco di Bloodsport al porto, che francamente si affida a una logica parossistica e un po’ suicida (persino per un villain “cartoonesco” come l’imprenditore edile). Attorno c’è però il consueto progressismo che anima questi show, dove i legami acquisiti contano più del sangue, e il concetto di “famiglia” non è affatto convenzionale. A tal proposito, le frecciatine satiriche sono evidenti: i discorsi di Cat Grant (Calista Flockhart) sul riscaldamento globale mettono chiaramente alla berlina l’ottusità di Donald Trump, e lo stesso Morgan Edge è una parodia del tycoon newyorkese, con il suo «fascino di Michael Douglas in un film degli anni Novanta» (battuta notevole), il suo scarso rispetto per le donne e i suoi cliché da squalo dell’imprenditoria. L’approccio di Supergirl non è certo raffinato, tende spesso ad adottare uno sguardo patinato e semplificante, ma questi sottotesti tematici, in un prodotto per adolescenti, hanno comunque la loro importanza: anche gli universi fantastici possono affondare le radici nella nostra quotidianità.

Voto: ★★★

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