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Stranger Things 2 tra citazionismo e mitologia espansa: la recensione

Stranger Things 2 tra citazionismo e mitologia espansa: la recensione

Di Lorenzo Pedrazzi

Il più grande fenomeno pop degli ultimi due anni è letteralmente scoppiato nelle mani di Netflix, anche se il successo di Stranger Things era prevedibile fin dai primissimi trailer: la serie di Matt e Ross Duffer si affida ad alcuni cardini estetico-narrativi che rievocano le dolci memorie di tantissimi spettatori, orfani di un cinema – quello per ragazzi degli anni Ottanta – che certamente sapeva rendersi iconico attraverso una combinazione di atmosfere lugubri, sense of wonder e pulsioni adolescenziali. Il fatto stesso di porre un gruppo di ragazzini al centro della trama (piuttosto raro nella Hollywood contemporanea) ribalta la prospettiva sul fantastico, innescando il classico discorso sulla crescita in una delicatissima età “di mezzo”, dove l’avventura è sinonimo di percorso formativo.

Tutto questo ritorna in Stranger Things 2, ma con ambizioni prevedibilmente più grandi, anche perché le risorse a disposizione dello show sono maggiori. Si nota già nello spiazzante incipit del primo episodio: l’ambientazione metropolitana (Pittsburgh) stravolge il contesto geografico a cui siamo abituati, e introduce un’altra ragazza con poteri psichici (Linnea Berthelsen) sul cui polso è tatuato il numero 8, simile all’11 di Eleven (Millie Bobby Brown). Di fatto, Matt e Ross Duffer si assumono la responsabilità di un prodotto che ha superato anche le loro aspettative, e cominciano a edificarne la mitologia per ramificarla in un più vasto universo narrativo, proprio come i tralci dello Shadow Monster che invadono il sottosuolo di Hawkins. Se il nuovo big bad è una sorta di divinità oscura e ancestrale, di chiare ascendenze lovecraftiane, anche tutto il resto cresce in dimensioni: la minaccia è molto più grande (e si espande ben oltre il finale di questa stagione), mentre le presenze mostruose si moltiplicano e la storia assume toni apocalittici.

Entro certi limiti, gli showrunner dimostrano di aver acquisito la lezione di Aliens, peraltro citato apertamente nell’epilogo del sesto episodio, dove Paul Reiser (che qui interpreta il Dottor Owens) si ritrova ancora una volta collegato via radio con una malcapitata spedizione suicida. «Bigger is better» sembrano pensare i due fratelli, e infatti Stranger Things 2 compie un’operazione simile a quella di James Cameron: da un singolo mostro (là era lo xenomorfo, qui il Demogorgone) si passa a un intero battaglione di creature fameliche, i Demo-cani, così soprannominati dal buon Dustin (Gaten Matarazzo) perché si muovono su quattro zampe. Ciò che invece non cambia è la struttura del racconto, non così diversa dalla prima stagione se ne isoliamo gli elementi basilari: anche stavolta bisogna salvare Will (Noah Schnapp); anche stavolta c’è una manifestazione sovrannaturale in seno alla cittadina; e anche stavolta Eleven deve risolvere la situazione. Questo schema risulta però ben mascherato dalla suddetta espansione mitologica, che permette agli autori di approfondire alcune questioni. La stessa Eleven, in primo luogo, è chiamata ad acquisire un’ulteriore consapevolezza di sé percorrendo un cammino tutto personale, che la porta addirittura a vivere un episodio – peraltro contestatissimo – come protagonista assoluta. La settima puntata è effettivamente una variazione sul tema della serie, più vicina alle atmosfere urbane di Scanners che ai cult per ragazzi come I Goonies, E.T. e Gremlins: quando la ragazzina va in trasferta a Pittsburgh per trovare la sorella perduta, Stranger Things 2 adotta codici narrativi molto diversi dal solito (siamo tra il vengeance movie e il supereroismo metropolitano, per intenderci), ma spezza la tensione della trama orizzontale, mancando di originalità nella costruzione del rapporto fra le due ragazze. Sia chiaro, è tutto perfettamente sensato nella psicologia di Eleven: come Luke Skywalker, anche lei ha bisogno di intraprendere un viaggio solitario alla ricerca di se stessa, rendendosi consapevole del suo passato e dei suoi poteri; l’assenza di montaggio alternato rischia però di frustrare lo spettatore, che continua a chiedersi cosa diavolo sia successo a Hawkins nel frattempo, proprio durante l’invasione dei Demo-cani. L’impressione, come hanno sottolineato alcuni, è di trovarsi davanti al backdoor pilot di un potenziale spin-off.

Detto questo, il successivo ritorno all’ovile contribuisce ad alimentare il climax, complessivamente migliore rispetto alla prima stagione, anche perché trova spazio in molteplici sequenze che punteggiano i vari episodi (non solo la battaglia finale, insomma). A mancare è invece il senso di mistero, ripercussione inevitabile di ogni sequel: l’enigma delle trame parallele – e di come fossero collegate fra loro – è sostituito da domande meno pressanti, le cui risposte non destano sorprese. Poco male, comunque. Stranger Things 2 riesce ad appassionare grazie all’alternanza dei registri, merito anche di un ottimo cast corale cui viene riconosciuta la giusta dignità, senza escludere nessuno: ogni personaggio intraprende la sua missione, collaborando con i propri mezzi alla risoluzione definitiva (?) della vicenda. Così, se Nancy (Natalia Dyer) approfondisce la sua determinazione nel rendere giustizia a Barb (Shannon Purser), Joyce (Winona Ryder) riesce ad affrontare la crisi con maggiore equilibrio, mentre Hopper (David Harbour) rivive gli spettri del passato nel suo rapporto con Eleven. Parallelamente, la gradita introduzione di Max (Sadie Sink) ci offre un personaggio che oscilla fra il temperamento badass e il desiderio di essere accettata nel gruppo, aumentando al contempo lo spessore psicologico di Lucas (Caleb McLaughlin), il ragazzino più trascurato nella stagione precedente: non solo conosciamo i suoi genitori e la sua pestifera sorellina, ma lo vediamo torturarsi fra la lealtà verso gli amici e la sua infatuazione per Max, che innesca il conflitto con Dustin. Quest’ultimo si emancipa dal ruolo di tenera spalla comica, commette errori, rimedia e vive un meritato sogno romantico, proprio nel momento in cui il suo cuore si stava spezzando. Mike (Finn Wolfhard) esprime costantemente la sua frustrazione per l’assenza di Eleven, e riversa una grande quantità di affetto sul povero Will, suo migliore amico fin dall’asilo. In materia di adolescenti, Jonathan (Charlie Heaton) appare eccessivamente incupito e quasi marginale, ma è protagonista di una gustosa citazione da Indiana Jones e il tempio maledetto dove lui e Nancy fanno le veci di Indy e Willie, con un montaggio alternato fra le due camere da letto. Per contrasto, Steve (Joe Keery) guadagna in simpatia grazie alla sua progressiva umanizzazione: spodestato dal violento Billy (Dacre Montgomery) come ragazzo più popolare della scuola, si lascia trascinare da Dustin in un inedito team-up che lo promuoverà a babysitter dei ragazzini, i quali però finiscono per proteggere lui. Steve è la vera sorpresa della stagione, e in coppia con Dustin – cui dispensa consigli sulla cura dei capelli e il corteggiamento delle ragazze – fa faville.

L’intreccio di rapporti fra questi personaggi raggiunge l’idillio nella scena finale, un ballo scolastico pre-natalizio dove Matt e Ross Duffer confezionano un teen movie in piena regola, delizioso e toccante, rievocando il cinema di John Hughes e i ricordi prepuberali dello spettatore-tipo. Stranger Things, in effetti, nutre proprio quel feticismo che tende a paralizzarci in un sospiro nostalgico, premendo sull’infantilizzazione del pubblico e sul citazionismo astuto, talvolta un po’ ruffiano, con le allusioni pop collocate sempre al punto giusto: si passa con scioltezza dai riferimenti cinematografici a quelli videoludici (grazie al Palace, una sala giochi dove trovano posto gli arcade del 1984), senza dimenticare quelli musicali e grafico-estetici. L’ottovolante citazionista funziona, ma sempre a un livello elementare, quasi inconscio, per un prodotto che sicuramente fa appello più alla “pancia” che alla testa degli spettatori. La seconda stagione ha però il merito di confinare questi elementi in situazioni piuttosto circoscritte, privilegiando lo sviluppo dei personaggi e il senso di esigenza che nutrono gli uni verso gli altri. Certo, il destino di alcuni di loro è segnato fin dall’inizio – basti pensare al Bob Newby di Sean Astin – e diversi sviluppi della trama sono prevedibili, come accade in ogni prodotto derivativo; ma, al contempo, i fratelli Duffer dimostrano di saper orchestrare un intrattenimento valido e appassionato, che rilegge i miti fanciulleschi in veste “adulta” e colma una lacuna nell’attuale panorama cinetelevisivo. La scommessa è stata vinta di nuovo, con furbizia.

Voto: ★★★★

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