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ScreenWEEK intervista Noah Baumbach: “Le mie opere sono incentrate sui sentimenti umani” #NYFF55

ScreenWEEK intervista Noah Baumbach: “Le mie opere sono incentrate sui sentimenti umani” #NYFF55

Di Redazione SW

Intervista a cura di Adriano Ercolani

Il New York Film Festival 2017 ha abbracciato con enorme calore Noah Baumbach, che ha presentato The Meyerowitz Stories (New and Selected), commedia familiare con un cast d’eccezione composto da Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman, Emma Thompson e Candice Bergen in un magnifico cameo. Ecco cosa il regista e sceneggiatore ha raccontato alla stampa dopo l’applauditissima proiezione del film:

Questo è un progetto senza dubbio più ambizioso dei suoi precedenti, almeno nella statura degli attori che vi recitano? Ha cambiato qualcosa nella realizzazione a causa della sua portata?

Mi sono avvicinato al film alla stessa maniera dei precedenti, forse la scrittura del testo lo ha reso più grosso per via di tutto ciò che volevo metterci dentro. Una cosa che mi interessava molto ad esempio era girare delle scene in un ospedale, volevo mostrare un momento della vita in cui sei veramente vulnerabile. Affidi il tuo futuro nelle mani di sconosciuti, vuoi davvero credere che quella che ti sta assistendo sia la miglior infermiera possibile. Non sapevo esattamente quando inserire tutto questo nella storia, sapevo solo che doveva partire con due fratelli separati che si riuniscono in circostanze poco felici.

Cosa l’ha spinta a raccontare una famiglia complessa e vitale come i Meyerowitz?

Una volta Mike Nichols mi disse che aveva deciso di iniziare a girare film per un solo motivo: vendicarsi. Le mie opere sono sempre incentrate sull’espressione di sentimenti umani. Questo in particolare elabora certamente anche la rabbia, un sentimento che non avevo mai messo in scena in precedenza. La storia racconta di come gli adulti sono responsabili della crescita e della frustrazione dei propri figli. In un certo senso è il primo film in cui metto veramente in scena problematiche legate all’essere adulti.

La colonna sonora è semplice ma davvero toccante. Come l’ha elaborata con Randy Newman?

Ho incontrato Randy la prima volta a colazione egli ho spiegato quale era il tono del film. Lui mi ha detto che non sapeva ancora darmi risposte sulla musica senza prima averlo visto, ma dato che uno dei personaggi, quello interpretato da Adam Sandler per la precisione, suona il piano, probabilmente avrebbe utilizzato quello strumento. Il giorno dopo mi ha spedito il tema principale che aveva in mente, essendo un musicista straordinario sapeva esattamente quello che cercavo da quelle note. Ho espressamente chiesto che le parti musicali fossero suonale mentre giravamo, volevo quel suono reale per il mio film. E’ un suono che ha una personalità bene precisa.

Anche in piccoli ruoli ci sono grandi attori in The Meyerowitz Stories: come ha assemblato un cast così famoso?

Se scegli un interprete che è conosciuto e amato dal pubblico non puoi farlo solo perché è alla moda, devi dargli un personaggio che possa riempire con la sua presenza. Ho davvero amato questo cast, sono anni che io e Adam Sandler provavamo a lavorare insieme, mi ha chiamato spesso per sapere se avevo qualche parte per lui. Quando ho capito che volevo fare un film con due fratelli come protagonisti ho subito pensato a lui e Ben Stiller, e questo mi ha aiutato a scriverlo con la prospettiva di questi due attori capaci di recitare ruoli adulti lasciando però intravedere  anche il lato fanciullesco, non cresciuto dei personaggi. A essere sincero sin dall’inizio volevo che avessero una scena di lotta fisica, sono partito da quella scena e ho scritto la loro storia all’indietro proprio per farli arrivare a quello. Dustin Hoffman poi è ancora un artista quasi feroce, vuole andare a fondo riguardo ogni minimo aspetto della sua parte e del come girarla. Amo questo approccio al lavoro di attore. Sono davvero grato per quello che tutti mi hanno dato, non è stato facile per loro visto che mi piace giare inquadrature molto lunghe.

Dalle sue parole sembra che il suo approccio alla scrittura sia cambiato con questo film…

Nei miei primi lavori molto spesso erano i personaggi a decidere l’evolversi della storia. A partire da Frances Ha posso dire di aver cominciato a sentirmi più sicuro nel concepire una struttura, anche perché lei cambiava continuamente casa, era il suo vagare che formava in un certo senso la sua personalità, quindi avevo bisogno do una sceneggiatura più solida. In questo film invece il punto di partenza è stata l’idea di una famiglia divisa.

Possiamo dire che The Meywrowitz Stories si rifà alla tradizione della screwball comedy?

Certo. Avevo già accostato la screwball comedy con Mistress America, volevo tentare di nuovo e spingermi un po’ oltre quei limiti. Molti mi chiedono se i miei film sono improvvisati, e spesso lo prendevo come un insulto. Io lavoro molto ai dialoghi, secondo me sono molto spesso stilizzati, così come nelle screwball comedy i movimenti dei personaggi sono quasi coreografati.

Anche il montaggio del film è particolare…

Immagino si riferisca alla scelta di chiudere alcune scene con gli attori che ancora discutono. Quell’idea di taglio era già contenuta nella sceneggiatura, volevo che il pubblico continuasse a chiedersi anche dopo la fine della scena cosa sarebbe successo tra i personaggi, cosa si sarebbero continuati a dire.

Cosa può dirci infine del suo rapporto con Netflix, che distribuirà il film?

Ho fatto il film indipendentemente da Netflix, l’ho girato in Super 16 millimetri perché arrivasse nelle sale, come mi aspetto che ogni mio film faccia. E’ un’esperienza che non può essere superata e che non morirà mai. Netflix l’ha acquistato in fase di postproduzione, ma credo comunque che il modo migliore per vederlo sia in una sala cinematografica.

QUI la nostra recensione di The Meyerowitz Stories

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