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12 ottobre 2017 • 14:14 • Scritto da Roberto Recchioni

Quando Galleggiavamo Tutti

Roberto Recchioni ci parla di IT, il film ispirato al romanzo cult del Re del Brivido Stephen King, in arrivo nelle nostre sale giovedì 19 ottobre...
7

Quanto mi piace Stephen King?
Abbastanza.
Ho iniziato a leggerlo a dodici anni e non ho mai smesso. La totalità della sua produzione occupa una libreria e mezzo del mio studio, ho letto almeno un paio di volte la maggior parte dei sui libri (ma alcuni non li rileggerei mai, tanto li ho odiati) e penso di aver visto qualsiasi adattamento cinematografico o televisivo delle sue storie, anche i più fetidi.
Questo mi rende la persona giusta per parlare del primo adattamento cinematografico di IT, ma anche la persona sbagliata, perché il lungo romanzo del Signore del Male di Castle Rock è una delle letture fondanti della mia vita e il mio punto di vista non può essere equilibrato.
Sia chiaro, non penso che It sia il miglior libro del Re ma di sicuro è tra i primi cinque, tra quei cinque, è quello dove ho sicuramente lasciato il cuore.
Per questo motivo, ho deciso di provare a guardare questo adattamento di Muschietti sotto tutta una serie di punti di vista diversi, cercando, alla fine, di farli convogliare in un’opinione complessiva.
Andiamo a cominciare.

It dal punto di vista di un appassionato di horror cinematografici.

Facciamo che di Stephen King e del romanzo originale non mi interessi nulla e che io sia solamente un appassionato di cinema horror (cosa che, in effetti, sono). Sarei soddisfatto di questo film?
Insomma. Pur essendo Rating R, la pellicola è praticamente innocua. Il livello di gore è ai minimi termini e tutto il meccanismo della paura si basa praticamente sempre e solo sugli stessi due trucchi: jumpscare e accelerazioni. Il livello di “spaventometro” non raggiunge nemmeno lontanamente il livello di una qualche divertente baracconata come Insidious e quanto a possibili inquietudini più profonde, possiamo dire che non sono proprio pervenute. Pennywise è sostanzialmente un mostro qualsiasi che si nutre di paura ma, per generarla, si limita a sbucare dal buio e fare “BU!”, magari con aspetti diversi. Tutto qua. Forse può mettere qualche brivido se hai dodici anni, ma non di più.

Voto: 4

It dal punto di vista di un appassionato di film d’intrattenimento puro.

Sotto questo punto di vista, IT è il Goonies 2 che non avremo mai, o il Super 8 che sarebbe dovuto essere. Anzi, al netto del fattore nostalgico che la pellicola di quel genio di Richard Donner si porta dietro, mi sento di dire che IT è meglio di Goonies perché qui i “piccoli brividi” che lo pervadono hanno denti veri e affilati che mordono davvero. Divertente, con un ottimo ritmo, ben confezionato nonostante i limiti di un budget ristretto, graziato da uno splendido cast, il film di Muschietti è quel genere di pellicola che, se la vedi da ragazzino, poi ti innamori del cinema. Certo, il debito ad un certo cinema anni ‘80 è evidente come era già palese per Stranger Things ma, rispetto alla serie televisiva dei fratelli Duffer, qui il tutto sembra interiorizzato meglio e usato più onestamente e con meno cinica furbizia. Muschietti fa un lavoro onesto, solido ed emozionante. Non è alta cucina, sia chiaro, ma è il miglior hamburger al sangue che potete trovare al momento.

Voto: 8

It dal punto di vista di un appassionato di racconti formativi.

Nel 1982 Stephen King scrive il racconto Il Corpo, che viene poi pubblicato all’interno della racconta Stagioni Diverse. Il racconto è un gioiello nell’intera produzione kinghiana, una meravigliosa storia di crescita con una sfumatura profondamente macabra ma del tutto priva di elementi orrorifici propriamente detti o elementi soprannaturali. Riprendendo i temi del racconto e mutuandone alcuni personaggi, King adopera poi il racconto come cuore emotivo del romanzo fiume IT. Da Il Corpo, nel 1986, il regista Rob Reiner trae lo splendido Stand by Me, uno dei migliori adattamenti cinematografici del Re. A Muschietti Stand by Me deve essere piaciuto proprio tanto perché il suo IT è pieno di riferimenti alla pellicola, a cominciare dal cast. A guardare distrattamente Nicholas Hamilton sembra di rivedere un giovanissimo River Phoenix mentre Finn Wolfhard non solo recita come Corey Feldman, ma ne ruba anche il modello di occhiali che l’attore sfoggiava nei panni di Teddy Duchamp. I costumi di scena, che dovrebbero essere quelli di ragazzini dei tardissimi anni ‘80 (la pellicola sposta tutta l’ambientazione del romanzo dagli anni ‘50 alla soglia dei ‘90) in realtà sono del tutto simili a quelli indossati dai ragazzini di Stand By Me e il quartetto di bulli capitanati da Harry Bowers sono praticamente identici a quelli che stavano agli ordini di Asso Merrill. Ma non solo. Quello che Muschietti prende davvero di peso dal capolavoro di Reiner è l’attenzione con cui sono raccontati i momenti più normali e spensierati dei ragazzi e non è un caso che la sequenza migliore di tutto il film sia quella alla cava, con i tuffi, la nuotata e Beverly che si stende a prendere il sole. Sotto questo punto di vista, il nuovo IT è, semplicemente, un film splendido.

Voto 9

It dal punto di vista di un amante dei libri di King in genere.

Il film evoca bene certe atmosfere e certi toni della scrittura kinghiana. Ci sono tanti riferimenti espliciti e tanti inside joke per i più appassionati e, soprattutto, c’è il tono giusto, quella voce che appartiene solo alla zio Stephen che ti dice di sederti attorno al fuoco per sentire una bella storia. È una voce calda e rassicurante, venata di nostalgia ma non stucchevole. Il problema è che King non è solo questo e che la forza del suo stile nasce dalla sua capacità di contrapporre questo tono alla Norman Rockwell a momenti di assoluta sgradevolezza e marciume. I barboni impestati “succhiano il cazzo” per pochi spiccioli, i “froci” vengono pestati a morte, le piattole si attaccano allo scroto, la gente si vomita addosso o fa sogni bagnati a base di nazisti e omicidi, le “troiette” vengono coperte di sangue di scrofa. E, purtroppo, tutto questo lato oscuro che riguarda gli esseri umani, prima ancora che i mostri, nella pellicola di Muschietti, non c’è.
IT è un film romantico nella maniera giusta, ma orrorifico nella maniera sbagliata, rispetto al lavoro di Stephen King.

Voto 5

It dal punto di vista di un amante dell’adattamento televisivo.

E qui faccio proprio fatica a calarmi nella parte, perché per me, la miniserie televisiva era un prodotto brutto e anemico, sbagliato sotto quasi tutti i punti di vista se non per la scelta di un maestoso Tim Curry nei panni di Pennywise. Il film omaggia l’adattamento televisivo in almeno due momenti: nell’apertura, con il tema musicale rivisto e suonato in maniera diegetica dalla madre di Bill al piano, e nella rappresentazione del pupazzo di un clown con il make up di Curry. Per il resto, la volontà di Muschietti mi sembra che sia stata quella di allontanarsi quanto più possibile il romanzo permetteva dall’adattamento del 1990.

Voto 8 se odiate come me la miniserie originale (perché più stai lontano da certa roba, meglio è), Voto 4 se invece l’amate.

It dal punto di vista di un amante del romanzo originale.

E qui ci facciamo male.
Perché, no, Muschietti non opera un buon servizio all’IT letterario. 
È vero che ci sono quasi tutti gli elementi (o sono tutti evocati in qualche maniera), ma il film opera una semplificazione complessiva che trasforma uno dei capolavori di King in uno splendido adattamento di Piccoli Brividi. IT non è solo un pagliaccio mutaforma che si nutre di paura e che, ogni tanto, influenza negativamente la gente. IT è una storia che parla di un male assoluto che dorme ai confini del nostro universo e che pervade ogni aspetto della comunità di Derry. La cittadina, prima ancora che il mostro, è malvagia, i suoi abitanti sono tutti marci, nel loro profondo, e solo i Perdenti, proprio perché reietti, hanno ancora un cuore abbastanza puro per non venire corrotti.
IT, il romanzo, è una storia piena di simbolismi, riti e talismani. E se decidi che Silver è solo una vecchia bicicletta (senza carte tra i raggi), che la Tartaruga solo un pupazzetto fatto con i Duplo, che il rito di Chud non è importante, che il Lupo Mannaro e la fionda usata da Bev non sono importanti, che la natura stessa del mostro è semplificabile e che basta “non avere paura” per sconfiggerlo, allora stai sbagliando qualcosa. Ma di grosso.
Per carità, capisco quasi tutte le scelte (molte dettate da una produzione poco lungimirante che ha messo a disposizione fondi risicati per l’adattamento), capisco i momenti del tutto nuovi (alcuni anche molto belli), capisco che sono cambiati i tempi e che la scena in cui una tredicenne si scopa tutti i suoi compagni uno dopo l’altro, facendo caso alle differenze di forma, dimensioni e prestazioni di ognuno, non sia rappresentabile al cinema, e arrivo persino ad apprezzare la messa in scena inedita della tana di IT (molto belli i bambini che galleggiano), ma no, il confronto finale risolto a bastonate non è proprio una cosa che posso digerire. Come digerisco male il poco spazio dato alla città e, soprattutto, ai Barrens e la scarsa attenzione dedicata a personaggi come Ben (che nella seconda parte della storia avrà un ruolo di primo piano) o Stan, o Henry Bowers (che impazzisce di colpo perché sì), o la backstory inventata di sana pianta e di cui non si sentiva il bisogno per Mike. Poi, sia chiaro, il lavoro fatto invece sui personaggii di Bill, Eddie, Richie e Beverly è buono (grazie anche a una splendida interpretazione di Sophia Lillis che fa esattamente quello che deve fare: farti innamorare di lei subito e per sempre) ma, in linea generale, non ci siamo. Di IT l’adattamento di Muschietti riprende solo la superficie senza mai scendere nelle sue viscere piene di sangue ed escrementi, e paura (vera), e mitologia.
Verrebbe da dire che è questo IT è una versione per bambini ma io il romanzo l’ho letto a tredici anni e l’ho amato per ogni suo sgradevole dettaglio.

Voto 4

E siamo arrivati al momento di tirare le somme.
La media di tutte le votazione è 6,3.
Mi sembra troppo poco generosa.
 Alziamo il voto complessivo ad un 7 meno, meno e riprendiamo in mano il libro perché questo film galleggia ma non vola e, ancora oggi, la migliore passeggiata nell’universo kinghiano, rimane quella che ci ha offerto Carpenter in maniera non ufficiale con Il Seme della Follia.

QUI trovate il Variant Poster Esclusivo di Marco Mastrazzo

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7 commenti a “Quando Galleggiavamo Tutti

  1. Rispondo addirittura nei commenti del blog per dirti che hai ragione su tutto in questi multirecensione da tanti punti vi vista, ma io sono da intrattenimento puro a racconto di formazione e per me questo è un film da 8/9. Mi sto interrogando da giorni rispetto alla R perché, indipendentemente dalla censura italiana, cercavo di capire se potrei portarci quali bambini, contando che il 12enne lo vuole vedere e una delle 8enni quando ha visto il trailer rideva come una matta.

  2. E parlando così della miniserie mostri quanto davvero ne capisci poco di tecnicismi, riprese cinematografiche, espedienti scenici, idee e passione.

  3. Sono curioso di vederlo, ma da appassionato del libro mi preoccupa un po’ la “scarsa attinenza” al romanzo, la semplificazione della battaglia col “mostro”, la mancanza di “sgradevolezza e marciume” che sono importantissime nel modo di scrivere di Stephen King… Io non ho sopportato la miniserie (e l’ho vista da ragazzino) proprio perchè mancava di queste caratteristiche, diventava una specie di horror superficiale ma che, tolta la meravigliosa figura inquietante del clown, era davvero povero… leggere che questi difetti sono presenti anche in questo film mi dispiace, anche se il paragone con Stranger Things e il fatto che dal punto di vista di intrattenimento il voto sia buono mi fanno ben sperare almeno per questo…

  4. la miniserie è una delle cose peggiori che la TV abbia prodotto. Se avete letto il libro, io a 12 anni, e visto la serie TV, non c’è bisogno di essere dei critici per capire che A) non c’entra niente con il libro B) è girato da cani ma sopratutto gli attori e la sceneggiatura sono ridicoli. Il ragno alla fine “facepalm”.

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