Condividi su

13 ottobre 2017 • 16:03 • Scritto da Redazione SW

Luca Guadagnino racconta Chiamami con il tuo nome, la nostra intervista #NYFF55

Al New York Film Festival è passato anche il “nostro” Luca Guadagnino, che dopo Toronto ha continuato la sua presentazione del bellissimo Chiamami con il tuo nome...
0

Intervista a cura di Adriano Ercolani

Al New York Film Festival è passato anche il “nostro” Luca Guadagnino, che dopo Toronto ha continuato la sua presentazione del bellissimo Chiamami con il tuo nome. Ecco i momenti salienti del suo incontro con la stampa accorsa alla proiezione del film che vede protagonisti Timothéè Chalamet e Armie Hammer.

Chiamami con il tuo nome ha avuto una genesi lunghissima e travagliata. Può riassumerla?

Mi contattò circa dieci anni fa il produttore Peter Spears, che voleva adattare il libro di Andre Aciman. Siccome era ambientato in Italia, volevano la mia opinione su dove sarebbe stato meglio girarlo. Così ho letto il romanzo che mi è parso bellissimo e il primo draft della sceneggiatura, che all’epoca era opera di un altro scrittore, che doveva anche essere il regista del film. Così abbiamo iniziato a fare scouting con il produttore e questo regista, e all’inizio avevamo scelto la Liguria, precisamente Bordighera. Poi anno dopo anno è il film è sempre stato sul punto di partire ma non è mai successo, era molto difficile da assemblare. Abbiamo perso quel regista e abbiamo iniziato a cercarne altri. Intanto la mia posizione da consulente stava diventando sempre più importante, sono diventato prima produttore esecutivo e poi produttore ufficiale. Poi una volta James Ivory e Peter sono venuti a casa mia a Crema, dove poi ho girato il film, e abbiamo iniziato a pensare di ambientarlo qui. Anni dopo, grazie anche a Memento finalmente abbiamo trovato una piccola somma di denaro per realizzarlo, con me alla regia. Una cosa a cui in realtà ho resistito per molti anni…

Perché?

Non so, volevo esplorare meglio l’Italia di quel tempo, anche se in fondo sapevo di conoscere bene quei personaggi. Sì, è stato un processo molto laborioso…

Due anni fa James Ivory doveva dirigere il film, poi non è successo. Sarebbe stato un film differente dal suo?

Le vie del cinema sono sempre crudeli, complicate, difficili. Tra le ingiustizie della vita c’è quella che non siamo riusciti a produrre il film diretto da James Ivory. Era differente, molto più costoso, per quanto riguarda gli standard del mercato. Devo essere sincero, questa è la verità. È stato molto generoso quando Peter è andato da lui e gli ha detto chiaramente che era impossibile fare il suo film, ma c’era la possibilità di farne una versione più piccola se lo dirigevo io, qualcosa che richiedeva meno tempo e denaro, e ha dato il suo consenso. Non so come sarebbe stato differente, so che siamo due registi completamente diversi, veniamo da diverse culture e generazioni. Sono stato molto impressionato dai suoi film passati, ma volendo essere cinefilo direi che il mio approccio al cinema è più “francese”.

Cosa ha rappresentato per lei di diverso questa storia rispetto a quelle di formazione che spesso vediamo al cinema?

Non voglio sembrare pomposo o superbo, ma sarò onesto nel dire che sono sempre stato respinto da questi tipo di storie al cinema perché si poggiano sempre sul cliché che riguarda ciò che la narrazione deve mostrare per arrivare alla cosiddetta formazione. Allora ho cercato di vedere film che non rappresentassero questi stereotipi. Il primo è stato Gioventù bruciata con James Dean, ma quello a me più caro è stato Ai nostri amori di Maurice Pialat. La forza di quel film, e di tuto il cinema di Pialat, è stata quella di evitare le trappole della narrazione e arrivare al cuore dei personaggi, lasciandoli vivere la carne e le ossa e il sangue e gli altri fluidi biologici della loro vita. Si connetteva al pubblico perché i personaggi erano le stesse persone che sedevano nel cinema. Ecco che la mia arroganza si mostra: volevo provare a me stesso di poter fare il film come Pialat, con lo stesso punto di vista, evitando la prospettiva dello script in tre atti.

Quali cliché esattamente ha volute evitare?

Prima di tutto quello che un personaggio esterno arrivi a contrastare l’amore tra i due protagonisti, mi è sempre suonato artificiale.

Il libro è narrato in prima persona e ripercorre gli eventi principali all’indietro, come un lungo flashback. Come mai ha scelto di non adoperare questa struttura?

Il romanzo è una specie di racconto proustiano, che indulge nella malinconia delle cose perdute. L’ho trovato bello ma allo stesso tempo ho sentito che un film raccontato al presente sarebbe stato molto più forte nel presentare i sentimenti dei due personaggi. Poi personalmente detesto la voce off del protagonista che racconta la storia tornando indietro nel tempo, uccide ogni sorpresa. Invece amo l’idea di un narratore onnisciente, mi affascina, l’abbiamo scansata solo alla fine, quando il film era quasi completato. Alla fine il narratore nascosto del film è diventato Sufjan Stevens con le sue bellissime canzoni scritte ora, nel nostro oggi, per una storia del passato.

A proposito delle canzoni di Stevens, gli ha dato indicazioni su come le voleva?

No! Penso che l’indicazione fosse chiedergli di comporle. È Sufjan Stevens…

Come ha scelto invece il direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom, collaboratore in passato di Apichatpong Weerasethakul?

È stato il mio secondo film con lui come produttore, con lui avevo fatto un film intitolato Antonia. Quell’esperienza fu magnifica, la sua capacità di creare la giusta atmosfera e allo stesso tempo capire I personaggi è incredibile. È vero che possiede una sensibilità per la luce naturale che è fuori dal comune, ma la cosa divertente è che volevamo riprodurre l’atmosfera dell’estate ma le riprese furono fortemente piagate dalla pioggia, per quasi tutta la loro durata, così Sayombhu è stato costretto a ricreare artificialmente la luce che voleva. È una luce estiva lombarda creata artificialmente da un prospettiva tailandese…

Come ha creato la colonna sonora del film, così varia?

L’idea della composizione della colonna sonora doveva seguire due direttive precise. La prima è che Elio, il giovane protagonista, è un pianista di talento, potrebbe diventare un genio della musica. Ama adattare per il piano pezzi che non sono stati scritti per lo strumento, come ad esempio il pezzo di Bach con cui prende in giro Oliver. Quindi volevamo essere vicini a lui, non usare una musica che fosse una specie di commento alle immagini ma qualcosa che poteva sgorgare da Elio stesso. Così siamo stati molto attenti a rappresentare il periodo storico, l’Italia dei primi anni ’80, il background di una famiglia americana, francese e italiana, il livello di educazione dei personaggi. Ecco allora che i classici come Ravel o Debussy si sono mescolati con la curiosità rappresentata da Elio, o con il minimalismo della musica di John Adams, che amo molto. La seconda direttiva invece erano i suoni di quell’estate, cosa andava per la maggiore alla radio o in TV, e abbiamo scelto pezzi che rappresentavano quel momento. Riguardo Sufjan credo che il suo lirismo nelle note, nella voce ma anche nei testi, contenga un qualcosa si sfuggente e insieme molto forte. Quando l’ho contattato ho scoperto che un artista molto riservato, privato, per me è stata una sfida chiedergli di giocare con noi e il film. Quando ha accettato i suoi strumenti sono stati la sceneggiatura, il libro e le nostre conversazioni sul personaggio di Elio. Gli avevo chiesto una canzone e ce ne ha date due, The Mystery of Love e Visions of Gideon, che chiude il film.

Come ha lavorato invece alla definizione dei costumi?

Per noi era molto importante che il film non sembrasse in costume, un riflesso degli anni ’80. È difficile resistere all’idea di fare un film in costume dalla nostra prospettiva, essere oggettivi sull’abbigliamento e il trucco. Per esempio un capolavoro come 2001: Odissea nello spazio è impregnato dell’idea del futuro vista attraverso lo stile degli anni ’60. Lo amo e lo rispetto, ma non era il nostro intento. Oppure il modo in cui Milena Canonero ha rivisitato la Hollywood degli anni ’40 in Dick Tracy. Emozionante. Ma quello che preferisco io è essere invisibile, ricostruire qualcosa che non c’è più cercando di riprodurlo esattamente com’era. Siccome Crema è un piccolo paesello siamo entrati nelle case della gente che ci ha mostrato le loro foto dell’epoca, e da quello siamo partiti. Mi è piaciuto molto il modo in cui la costumista Giulia Piersanti ha indicato dove Elio sta andando alla fine del film, con il suo look neo-romantico dell’ultima scena.

Come ha scelto invece Timothée Chalamet e Armie Hammer come protagonisti?

Ho incontrato Timmy anni fa, quando ancora stavo solo producendo il film, il suo agente mi disse che dovevo davvero incontrare questo giovane prodigio. Dal primo momento in cui ci ho parlato ho sentito che aveva l’ambizione, l’intelligenza e la sensibilità, l’innocenza e il senso artistico per essere Elio. L’ho tenuto in mente per anni, e quando finalmente ero io alla regia del film l’ho chiamato e ne abbiamo discusso. È stato l’inizio di tutto. Armie invece l’ho amato in The Social Network, che è stato il film per cui tutti l’abbiamo scoperto. Ho seguito i suoi film, per me era fantastico anche in The Lone Ranger, un film sfortunato che ho apprezzato. Oppure il ritratto dell’amante di Hoover in J. Edgar, era bellissimo. L’ho incontrato e ho visto in lui come in Timmy la capacità di mostrare la fragilità dei personaggi, che era fondamentale. Non ho fatto provini o test di chimica tra gli attori, sono stato abbastanza arrogante da pensare che se andava bene per me lo sarebbe andato anche tra di loro.

Come autore si sente più apprezzato all’estero che in Italia? E questo eventualmente la infastidisce?

Sono fiero di essere italiano, come sono fiero di essere algerino, perché mia madre è algerina. Ma sono anche fiero di essere curioso riguardo il mondo. E di cercare di capirlo.

Ultima domanda: quali sono le sue storie d’amore preferite al cinema?

Cito tre film. La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, ovvero la morbidezza dell’amore. Poi L’Atalante di Jean Vigo e Viaggio in Italia di Roberto Rossellini.

LEGGI ANCHE: Chiamami con il tuo nome, la recensione del film di Luca Guadagnino con Armie Hammer

LEGGI TUTTE LE ULTIME NEWS DAL New York Film Festival 2017 e seguici su Facebook, Twitter e Instagram per rimanere aggiornato

Vi invitiamo a scaricare la nostra APP gratuita di ScreenWeek Blog (per iOS e Android) per non perdervi tutte le news sul mondo del cinema, senza dimenticarvi di seguire il nostro canale ScreenWeek TV.

ScreenWEEK è anche su Facebook, Twitter e Instagram.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *