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Il gioco di Gerald – La recensione del film di Mike Flanagan tratto da Stephen King

Il gioco di Gerald – La recensione del film di Mike Flanagan tratto da Stephen King

Di Lorenzo Pedrazzi

Il mese di settembre si rivela propizio agli adattamenti filmici di Stephen King: l’enorme successo di IT – vero e proprio fenomeno internazionale – è infatti accompagnato da questa validissima trasposizione de Il gioco di Gerald, prodotta e distribuita da Netflix con la consueta lungimiranza. Romanzo non facile da tradurre in immagini (e questo spiega il ritardo di 25 anni rispetto all’uscita del libro), ma il regista Mike Flanagan trova una chiave interpretativa che rende dinamica l’unità di luogo e agevola la naturalezza delle digressioni oniriche o mnemoniche, risolvendo così il difficile passaggio dalla prosa alle immagini.

La trama è piuttosto nota: Gerald Burlingame (Bruce Greenwood) e sua moglie Jessie (Carla Gugino) partono per trascorrere un week-end nella loro casa sul lago, tranquilla e isolata, nella speranza di rivitalizzare il loro matrimonio. A tal fine, Jessie accetta di farsi ammanettare al letto per sottoporsi a un gioco erotico, che però si rivela una fantasia di stupro. Non appena Gerald si fa aggressivo, Jessie lo respinge e gli chiede di liberarla, ma lui ha un improvviso attacco cardiaco – provocato dal Viagra che ha appena preso – e muore sul letto al suo fianco. Jessie, nella speranza che sia solo svenuto, lo spinge con i piedi per risvegliarlo, ma il corpo dell’uomo cade dal letto e comincia a perdere sangue. Come se non bastasse, approfittando della porta d’ingresso lasciata aperta, un cane randagio entra nella stanza e comincia a cibarsi del cadavere, mentre la protagonista sperimenta un abisso di terrore che oscilla tra il sonno e la veglia, la memoria e l’incubo.

È proprio qui che Mike Flanagan individua la soluzione dell’intero adattamento: la camera da letto diviene uno spazio mentale dove la personalità di Jessie diverge in due manifestazioni archetipiche, ovvero il dualismo uomo-donna, marito-moglie, carnefice-vittima. Lo stesso Gerald e una versione alternativa di Jessie (più spregiudicata e autocosciente) appaiono nella stanza come proiezioni del suo subconscio, costringendola a una seduta di autoanalisi che le permette di confrontarsi con se stessa e trovare una possibile via di fuga, riducendo la polifonia vocale del romanzo a due sole voci immaginarie. In tal modo, Flanagan non perde mai il controllo del racconto e si concentra sulla prossemica dei corpi nella stanza, palcoscenico di una psiche tormentata che non può salvare il proprio corpo senza esorcizzare gli spettri del passato. Così, l’aggressività latente e l’atteggiamento canzonatorio di Bruce Greenwood si contrappongono alla passività forzata di Carla Gugino, che interiorizza splendidamente il dramma di Jessie e rende credibile ogni sfumatura di imbarazzo (nella parte iniziale), disperazione o speranza. Le loro performance sono davvero notevoli per impegno e dedizione.

Questo semplice espediente visivo permette a Flanagan di dare corpo (o, più propriamente, corpi) alla voce interiore della protagonista, che si concretizza nell’ambiguità fra reale e immaginario. Come Jessie, il fruitore non è in grado di distinguere la realtà dall’incubo quando il misterioso Uomo del Chiaro di Luna (il Carel Struycken di Twin Peaks) si presenta davanti a lei, fissandola senza intervenire: potrebbe essere l’incarnazione della morte, oppure qualcosa di completamente diverso, ma Flanagan ne sfrutta le apparizioni per dare sfogo alle sue radici horror, giocando con il sovrannaturale e il perturbante. La gestione di questa figura non convince fino in fondo, soprattutto perché la svolta finale non è adeguatamente “costruita” nel corso della narrazione, e suona eccessivamente repentina quando smarrisce la sua aura metafisica. Eppure, anche l’Uomo del Chiaro di Luna svolge un ruolo fondamentale nel percorso psico-emotivo di Jessie, dove la coincidenza fra le tre figure maschili (la terza è il padre, che la molestò da piccola durante la medesima eclisse di Dolores Claiborne) reitera uno schema vessatorio di oppressione sessuale e reificazione femminile. Una gabbia, questa, da cui Jessie può fuggire solo con le sue forze, guardando in faccia il passato: così, Il gioco di Gerald racconta la liberazione di una donna che per troppo tempo aveva rinunciato alla sua individualità, e che riconquista il pieno controllo del suo corpo e della sua mente proprio nel momento in cui rischia di perdere entrambi.

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