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13 settembre 2017 • 19:00 • Scritto da Filippo Magnifico

Leatherface: un Road Movie al Sangue per la genesi di Faccia di Cuoio, la Recensione

Leatherface ricostruisce un mito in maniera coerente, senza mai perdere di vista il suo punto di arrivo. La nostra recensione...
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Prima di parlare di Leatherface è opportuno fare un po’ di chiarezza sulla sua collocazione all’interno della saga inaugurata negli anni ’70 da Non aprite quella porta, il cult horror diretto dal compianto Tobe Hooper. Un franchise composto al momento da 8 film, collegati tra loro in maniera più o meno diretta tra sequel, remake e prequel.

Leatherface fa parte di un’ideale trilogia, che comprende il film originale e il più recente Non aprite quella porta 3D e non prende in considerazione tutti gli altri titoli realizzati nel corso degli anni. È un prequel ma a differenza di Non aprite quella porta – L’inizio – che bene o male si è limitato a proporci l’ennesima variazione sul tema “famiglia psicopatica e le sue povere vittime” – si sofferma sulla genesi di Faccia di Cuoio, il personaggio simbolo della saga, affrontando la sua evoluzione e il suo passaggio da ragazzo “normale” a mostro in una maniera totalmente inedita e lontana da quello che ci era stato raccontato finora.

Leatherface 02

Al centro della storia quattro adolescenti violenti (Sam Strike, Sam Coleman, James Bloor e Jessica Madsen), scappati da un ospedale psichiatrico, che rapiscono una giovane infermiera (Vanessa Grasse) e la portano con loro in un viaggio all’inferno inseguiti da un poliziotto altrettanto squilibrato in cerca di vendetta (Stephen Dorff). Tra loro si nasconde il futuro Faccia di Cuoio.
Dietro la macchina da presa troviamo Julian Maury e Alexandre Bustillo, registi del cult slasher À l’intérieur (inedito in Italia ma particolarmente conosciuto tra gli appassionati di cinema di genere) che confezionano un road movie al sangue, il cui pregio principale è proprio quello di essere distante dalle atmosfere tipiche della saga (non a caso i due hanno citato tra le principali fonti di ispirazione La rabbia giovane di Terrence Malick).

Leatherface porta sul grande schermo la genesi di un mostro, cercando di approfondire il più possibile le sue motivazioni, la sua emotività, il suo lato psicologico e offrendoci una spiegazione della sua progressiva discesa negli inferi. Ci riesce abbastanza bene, sebbene sul finale si percepisca una brusca accelerata finalizzata a chiudere il cerchio ma nel complesso centra il suo obiettivo. Questo perché, appunto, cerca di offrici uno sguardo inedito sul franchise, che film dopo film non aveva fatto altro che ripetersi con risultati più o meno altalenanti.

Leatherface 01

Julian Maury e Alexandre Bustillo, ovviamente, sanno il fatto loro. Lo avevano già dimostrato in passato e non faticano a dimostrarlo in questo caso. Ci offrono uno spettacolo all’insegna del gore più estremo, tra immancabili motoseghe e parentesi erotiche condite di perversione e necrofilia. Giocano continuamente con lo spettatore, orchestrando un road movie guidato da tre figure maschili che hanno – chi più, chi meno – tutte le carte in regola per diventare il futuro Faccia di Cuoio. Ci propongono un mondo in cui la distinzione tra bene e male, giusto e sbagliato, non è mai netta, dove i buoni possono diventare cattivi e viceversa. Tutto questo senza mai perdere di vista il tema centrale della famiglia, fondamentale per la saga, che interviene in maniera massiccia nei primi minuti e sul finale ma aleggia costantemente durante l’intero evolversi della trama.

Leatherface ricostruisce un mito in maniera coerente, senza mai perdere di vista il suo punto di arrivo. Lo sforzo di andare oltre i semplici cliché del genere è ammirabile e dimostra ancora una volta che l’horror è un genere fluido, in grado di toccare diversi territori della Settima Arte senza dimenticare il suo obiettivo principale: turbare lo spettatore.

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