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13 settembre 2017 • 12:00 • Scritto da Redazione SW

I, Tonya è uno schiaffo all’American Way of Life, la recensione del film con Margot Robbie #TIFF17

Prima di essere il solito biopic sulla pattinatrice diventata la donna più odiata dall’opinione pubblica, il film di Craig Gillespie è uno schiaffo all’American Way of Life. La nostra recensione di I, Tonya...
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Recensione a cura di Adriano Ercolani

Prima di essere il solito biopic sulla pattinatrice diventata la donna più odiata dall’opinione pubblica dopo lo scandalo del ferimento della collega Nancy Kerrigan, il film di Craig Gillespie è uno schiaffo all’American Way of Life nella sua interezza, nessuno escluso. Uno sberleffo all’America benpensante che giudica soltanto in base a ciò che legge sui giornali scandalistici o che vede nei notiziari sensazionalistici; uno sberleffo all’America povera, ignorante, violenta e arrivista. Un atto di denuncia nei confronti di una cultura in cui il singolo continua (e continuerà sempre) a essere più importante della comunità, e per questo rimarrà comunque isolato.

In questo finto, volutamente posticcio mockumentary Tonya Harding altro non è che il prototipo aberrante dell’ideale del self-made man che regge la struttura sociale americana. Gillespie sceglie fin da subito la strada della satira nerissima per mettere in scena la storia di questa anti-eroina nel senso più vero del termine. Quante volte infatti al cinema abbiamo visto un protagonista eccellere nello sport nonostante le sue umili origini, l’infanzia difficile o gli ostacoli sociali dovuti al razzismo della gente comune? Ecco, Tonya è ciò che succede alle persone comuni, senza un’adeguata base morale o culturale che le aiutino a sostenere il peso psicologico della competizione e della vittoria a tutti i costi, perché a conti fatto di questo vivono gli americani. Attraverso la messa in scena spudoratamente barocca di Gillespie Tonya diventa nonostante tutto l’emblema di una nazione, semplicemente non quello che tutti avrebbero voluto avere.

Il film non cerca messaggi sotterranei e soffusi, preferisce invece sbatterli in faccia allo spettatore, urlarglielo nelle orecchie con tutto il suo sarcasmo divertito. E l’operazione funziona per almeno tre quarti della durata di I, Tonya, salvo poi rallentare visibilmente verso la fine, quando in teoria si dovrebbe veramente iniziare a “parteggiare” per la Harding come vittima di un sistema. Per fortuna ciò non accade fino in fondo, perché davvero nessuno è innocente o tantomeno veramente buono in questi film, a conti fatti neppure la vittima Nancy Kerrigan. Ed ecco che di fronte a tutta l’ipocrisia che I, Tonya ci ha mostrato, non si può non ammettere che almeno la Harding non si è mai nascosta dietro il velo del perbenismo. Almeno non nell’idea che Gillespie ci ha regalato di lei.

Margot Robbie è perfetta nel dare volto digrignante e angelica cattiveria a Tonya Harding. Allison Janney è da inchino nell’impersonare la sua orrenda madre LaVona. Il resto del cast è funzionale come supporto alle due vere, feroci protagoniste del film.
I, Tonya è senz’altro il più corrosivo e divertente tra i lungometraggi visti fino ad ora al Toronto Film Festival. È sfrontato e coraggioso, due qualità che riescono a coprire quasi del tutto alcuni difetti nella gestione del ritmo. Pazienza, il sorriso a denti strettissimi è assicurato, e considerato che si tratta del biopic su una ragazza che tutti abbiamo amato odiare, non era davvero una cosa scontata…

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