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Emoji, l’universo digitale tra celebrazione e parodia: la recensione del film

Emoji, l’universo digitale tra celebrazione e parodia: la recensione del film

Di Lorenzo Pedrazzi

Se pensiamo al cinema d’animazione mainstream di provenienza hollywoodiana, non c’è dubbio che l’approccio creativo della Pixar abbia influenzato anche la concorrenza, soprattutto nella transizione dai miti dell’immaginario collettivo (le fiabe, le leggende popolari, i classici della letteratura) alle molteplici sfaccettature della quotidianità: l’animazione digitale tende spesso a cercare l’avventura nelle pieghe del nostro presente, immaginandone i processi “segreti” come se fossero indipendenti dalla volontà umana, e creando interi universi alle spalle di tutto ciò che diamo per scontato. Dai giocattoli alle strutture cognitive, dagli insetti ai babau, passando per i videogiochi, il LEGO e molto altro, l’inventiva di queste produzioni dialoga direttamente con il mondo degli spettatori, poiché affonda le radici in qualcosa di ordinario e familiare: l’hic et nunc in cui viviamo.

Naturalmente un film come Emoji: Accendi le emozioni risponde alle medesime esigenze, ma sposta l’attenzione sul dispositivo elettronico più diffuso degli ultimi anni: lo smartphone, croce e delizia dei millennials, si trasfigura qui in un sotto-universo dominato da leggi completamente autonome rispetto alle nostre, i cui abitanti obbediscono a una programmazione precisa. Tornano in mente gli eroi di Ralph Spaccatutto, costretti a sottostare a una caratterizzazione obbligata, ma Emoji tocca un tasto ben più delicato nel nostro rapporto con la tecnologia, perché i servizi dello smartphone influenzano sia la sfera privata sia rapporti sociali: non a caso, il film di Anthony Leondis ruota attorno alla messaggistica, immaginando una vera e propria città dove ogni emoji svolge la sua funzione per il proprietario del telefono, un goffo adolescente di nome Alex. Il protagonista Gene dovrebbe essere un “bah” (in originale “meh”), emoji che esprime indifferenza e apatia, ma è nato con una sorta di glitch che gli permette di esprimere qualunque emozione, e per questo motivo è perseguitato dalla perfida Smile, direttrice delle operazioni nell’app di messaggistica. Inseguito dai bot che lo vogliono eliminare, Gene fugge da un capo all’altro dello smartphone insieme a Gimme-5, emoji caduta in disuso che vuole tornare popolare, e la misteriosa Rebel, hacker che potrebbe aiutarlo a correggere il suo “errore”.

Il riferimento narrativo più evidente (e più o meno volontario) è quello della distopia, dove la contrapposizione tra l’anomalia e il “sistema” innesca un cambiamento generale. Gli abitanti di Messaggiopoli sono alienati dalla singola funzione espressiva che gli è stata imposta fin dalla nascita, simile a un condizionamento forzato, e vedono in Gene un esempio di maggiore libertà che spinge verso emozioni più complesse; eppure, la gamma espressiva del giovane eroe resta limitata allo schema degli emoji, una griglia dalla quale nemmeno lui può sfuggire. Questo aspetto è emblematico: se Gene resta intrappolato nello spettro della sua programmazione, anche il film deve muoversi nelle logiche di un contesto sociale predefinito, senza mai sfondarne le barriere. Ciò che ne consegue è sicuramente una parodia dei millennials, delle loro abitudini e idiosincrasie, ma anche una celebrazione di quegli strumenti che ne agevolano la comunicazione interpersonale, al punto che sarà proprio un’emoji – non una parola, una frase o un gesto – a sbloccare le ansie romantiche di Alex. Sfiducia nei confronti delle nuove generazioni? No, più che altro è il riconoscimento di un mondo che, al netto di ogni considerazione retorica o moralista, procede in una certa direzione, e non può essere ignorato.

In tal senso, Emoji divertirà senz’altro i giovanissimi, che ne apprezzeranno le trovate slapstick e riconosceranno meccanismi, funzioni e simboli grafici con cui stanno già imparando a familiarizzare. Certo, il rischio della propaganda digitale è dietro l’angolo, soprattutto considerando il target del film: l’utilizzo di brand reali, citati e rappresentati con i rispettivi loghi, asseconda la logica del product placement in un contesto dove quei marchi appaiono naturali, strizzando l’occhio agli spettatori adulti nella loro rielaborazione fantastica. Non c’è dubbio però che varie intuizioni siano efficaci, e che i tempi comici siano ben gestiti. In particolare, l’idea vincente consiste nell’assegnare a Gene il ruolo di “bah” o “meh” che dir si voglia: davanti a una generazione spesso accusata di indolenza, e che (a torto) si crede desensibilizzata dal bombardamento di stimoli mediatici, l’apatia è quel male tipicamente occidentale che merita di essere combattuto a tutto campo, anche in un film per famiglie come Emoji.

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