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Wind River, la recensione del film diretto da Taylor Sheridan

Wind River, la recensione del film diretto da Taylor Sheridan

Di Redazione SW

Recensione a cura di Adriano Ercolani, New York

L’America è ancora una terra di confine.
E ai limiti della società, dove ognuno può smarrire la connessione con gli altri e quindi la propria umanità, spesso le leggi morali soccombono contro la natura violenta e bestiale. Lo sa bene lo sceneggiatore Taylor Sheridan, che lo ha esplicitato con notevole precisione negli script di Sicario e Hell or High Water (per cui ha ottenuto la candidatura all’Oscar). Adesso grazie al suo passaggio alla regia con Wind River il cineasta spinge tale discorso fino ai limiti, raccontando personaggi che con quella violenza e soprattutto quel confine, anche mentale, vivono ogni giorno. Sono uomini e donne dagli istinti primari, la differenza tra loro consiste soltanto nella capacità di trattenerli, di incanalarli nella giusta direzione. C’è riuscito a fatica Cory Lambert, cacciatore che vive ai confini con una riserva di nativi americani nel Wyoming e che ha perso la figlia adolescente barbaramente uccisa. Quando gli viene chiesto di collaborare alle indagini sull’omicidio di un’altra ragazza, l’uomo incontra sulla sua strada l’opportunità di fare i conti con i propri demoni interiori.

La forza primaria di Wind River è nel suo essere in tutto e per tutto un film di genere, e attraverso il lavoro interno allo stesso trascenderlo per diventare cinema densissimo. Sheridan impronta fin dall’inizio storia e messa in scena sulle coordinate della semplicità: nessuna inutile sottolineatura della macchina da presa ad esempio accompagna il dipanarsi di una detection story semplice, lineare, condotta dall’agente dell’FBI Jane Banner, messa a lavorare sul crimine soltanto perché era il detective più vicino. La progressione drammatica del film, inarrestabile nella sua fluidità, serve quindi principalmente per delineare la vita interiore di personaggi dolorosi, rilegati ai margini, che devono convivere con quel sangue il cui colore troppo e troppo spesso contrasta con il bianco candido della neve in cui viene versato. Protagonista assoluto e grandioso di Wind River è Jeremy Renner, che finalmente lontano dai blockbuster della Marvel dimostra di essere ancora un attore capace di interpretazioni memorabili, come quelle che anni fa aveva offerto in The Hurt Locker o The Town.

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Quella di Wind River, ci sbilanciamo, è di gran lunga la sua migliore, in quanto perfetta nel mostrare sia la durezza che l’umanità dilaniata di una figura che anni fa avrebbe potuto essere interpretata ad esempio da Clint Eastwood. “Sono un cacciatore: cosa pensi che farò?” è la battuta che riassume alla perfezione il suo Cory, figura in chiaroscuro impossibile da dimenticare. Se Renner ai prossimi Oscar non arriverà almeno alla candidatura come miglior protagonista sarà un errore imperdonabile.

Come già scritto, l’America è ancora una terra di confine. Ancor meglio, di confini. Fisici e soprattutto mentali. Wind River ne racconta alcuni, interni, laceranti. E lo fa con la forza del grande cinema.
Vogliamo chiudere la recensione con un fatto che il film espone nelle didascalie finali: negli Stati Uniti il governo con i suoi organi tiene il conteggio e scheda il profilo di ogni donna scomparsa. Lo stesso non avviene per le donne Native Americane.
L’America ha ancora molti confini…

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