The Shape of Water – La recensione del film di Guillermo Del Toro da #Venezia74

The Shape of Water – La recensione del film di Guillermo Del Toro da #Venezia74

Di Lorenzo Pedrazzi

Non dev’essere facile, per Guillermo del Toro, imbrigliare la sua inventiva in trame solide e omogenee: non a caso, i risultati migliori li ha forse ottenuti lavorando su commissione, con personaggi preesistenti da gestire. Eppure non si può dire che il regista messicano manchi di coerenza, soprattutto quando canta le gesta di teneri outsider che entrano in conflitto con l’ambiente circostante, sia che si tratti di un intero contesto storico (Il labirinto del fauno, Crimson Peak), di rigide gerarchie istituzionali (Pacific Rim) o di oggettive differenze fisiologiche dal resto del mondo (Blade II, Hellboy). The Shape of Water è il culmine di questa poetica, poiché imposta tutto il suo nucleo emotivo sul dialogo non-verbale tra due reietti, dando involontariamente corpo a un celebre aforisma di Rilke: “L’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano”.

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Tale istinto di protezione affiora immediatamente nel cuore di Elisa (Sally Hawkins), inserviente che fa le pulizie in una base militare nei pressi di Baltimora. Siamo nel 1962, la Guerra Fredda ha appena toccato il suo vertice con la crisi missilistica di Cuba, e la struttura ospita una misteriosa creatura (Doug Jones) appena prelevata da un fiume del Sudamerica: si tratta di un umanoide anfibio, antropomorfo ma ricoperto di scaglie. Il capo della sicurezza Strickland (Michael Shannon) e il responsabile scientifico (Michael Stuhlbarg) studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, ma Strickland lo considera un abominio agli occhi di Dio, e si diverte a torturarlo. Elisa, incapace di parlare per le misteriose ferite che reca sul collo, entra subito in empatia con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. La donna elabora un piano per liberare lo sventurato prigioniero e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della collega Zelda (Octavia Spencer) e del suo amabile vicino di casa Giles (Richard Jenkins), raffinato artista di locandine pubblicitarie.

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L’idillio fra queste due solitudini si consuma sul terreno comune del silenzio, un’incapacità di esprimersi verbalmente che – in un’America oberata dal razzismo, dal maschilismo e dalla xenofobia – corrisponde alla negazione di una “voce” anche in termini sociali e culturali: né Elisa né la creatura, in quanto “diversi”, vedono riconosciuti i propri diritti agli occhi del potere, che li considera alla stregua di corpi da sfruttare o su cui fantasticare (e questo vale anche per la protagonista, il cui mutismo eccita la misoginia di Strickland). Pur essendo prevedibile e molto lineare, il racconto è affastellato di piccole deviazioni che costruiscono progressivamente il rapporto tra i due personaggi, coreografato come una danza sulle note giocose di Alexandre Desplat e sulle musiche della Hollywood romantica: The Shape of Water, in effetti, è un film che si nutre di suggestioni classiche e sognanti, lasciandosi trasportare dalla nostalgia per i vecchi musical (Una notte a Rio, i balletti di Shirley Temple…) sulle tracce di una fiaba delicata che alterna ironia, piccoli spunti orrorifici e persino un lieve erotismo. È certamente il film più sensuale di Del Toro, il più esplicitamente romantico ed erotico, capace di entrare nell’intimità della protagonista con maggior coraggio e disinvoltura rispetto al passato. È il suo corpo a guidarci nella narrazione, sono i suoi passi di danza a riscaldare il laboratorio e il cadente palazzo dove vive, peraltro collocato sopra una sala cinematografica che ormai non frequenta più nessuno, e proietta vecchi film per un pubblico di spettri. Il cineasta messicano focalizza lo sguardo sull’intersezione fra il tramonto di un’epoca e l’alba di un nuovo mondo, dove i manifesti dipinti saranno sostituiti dalle fotografie, e il cinema classico è relegato sul piccolo schermo.

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Prevedibile nei suoi sviluppi principali, ma piuttosto originale nella caratterizzazione dei personaggi (Richard Jenkins è delizioso), The Shape of Water rievoca la vecchia polarità tra scienziati e militari, progressisti e reazionari, tipica della fantascienza più aperta nei confronti dell’altro da sé, e quindi vicina alla sensibilità contemporanea. Al contrario di ciò che accadeva nell’epoca classica dei monster movie, come King Kong e Il mostro della Laguna Nera (da cui Del Toro ricava molta ispirazione, insieme a La Bella e la Bestia), qui la creatura non è un avversario da temere, ma un povero reietto con cui empatizzare e solidarizzare, l’eredità di un mondo antico che forse viveva più in armonia con la natura. Armonia che si reitera in un passo a due nelle profondità marine, quando finalmente Elisa trova un compagno con cui danzare, e una musica lontana culla dolcemente i loro corpi. Senza dubbio, il miglior film di Del Toro da diversi anni a questa parte.

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