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Generazione VHS – O del perché non c’è nulla di male nella nostalgia

Generazione VHS – O del perché non c’è nulla di male nella nostalgia

Di Redazione SW

A cura di Michele Monteleone

L’altro giorno ho scoperto che il videoregistratore, lo stesso che mio padre portò a casa quando avevo cinque anni, funziona ancora. Dovevano essere proprio tempi felici quelli, tempi in cui si produceva tecnologia che, a distanza di venticinque anni, non perde un colpo.

Il ritrovamento del registratore però mi ha portato a una riflessione più ampia: il mio amico Roberto mi sfotte ogni volta che mi metto una maglietta dei Gremlins o dello Squalo. Dice che noi maledetti hipster gli stiamo rubando il suo passato, impadronendoci dei loro idoli. Però Roberto non mi dice nulla di nuovo, io questa cosa la sento da molto prima di conoscerlo. Si potrebbe quasi dire che la mia generazione è nata con un debito culturale che non sapeva di avere contratto. Con il pigiamino intero e il biberon, guardavo con mio padre Star Trek Next Generation e già sentivo dire cose come – eh, ma la serie originale non si batte…
A pensarci bene, se tanto mi da tanto, mio padre potrebbe tranquillamente lamentarsi nella stessa maniera con Roberto. Sosterrebbe che i veri nerd erano lui e i suoi amici, che i manuali di D&D li dovevano contrabbandare fotocopiati da fantomatici amici inglesi, che se volevano sentire del buon rock partivano con le valige vuote per la Francia e che i film li vedevi solo al cinema e che quando lui ha iniziato a capire cosa voleva dire essere un nerd, mio padre già era tra i soci di Strategia e Tattica [storico negozio romano dedito a board game, gdr, card game & co., ndr] e lo guardava schifato quando storpiava i nomi inglesi dei giochi da tavolo. È una sorta di gioco dello scaricabarile per cui, la generazione successiva, stringe a sé i propri ricordi d’infanzia e non li vuole mollare a quella successiva (se non dopo avergli spiegato che comunque loro non potranno capire davvero).
Le ho sentite dire davvero troppe volte queste cose.

Quindi non me la prendo più di tanto quando Roberto mi da dell’hipster, mio padre mi accusava di esserlo che ancora non andavano di moda i baffi incerati.
È anche vero che la nostra generazione è strana, se qualcuno mi chiedesse di individuare i nostri idoli, probabilmente passerei qualche minuto a scartare quelli degli anni settanta, poi ancora qualche ora con quelli degli anni ottanta e solo dopo parecchio arriverei a trovare i miei, quelli su cui nessuno può accampare diritti più di me.

star-wars

Harry Potter contro Star Wars e Indiana Jones, semplifica scherzando Roberto, ma non so se è davvero così, non so se è poi tanto vero che non posso mettere Indy nella mia lista…

Una cosa è certa, noi e solo noi, i millennials, siamo figli di Berlusconi. Ok, anche io ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena, ma è la verità, Mediaset ci ha cresciuto più di qualunque tata pagassero i vostri e l’ha fatto inzeppando il proprio palinsesto di classici degli anni ottanta. I nostri anni ottanta sono arrivati con la lotta alle frequenze televisive, con la grana grossa del tubo catodico con la comodità del divano di casa.

Il vero simbolo della mia generazione è proprio quel vecchio registratore che ho ritrovato.
Se è vero che non abbiamo ricordi delle prime visioni, che non ci siamo mai seduti in sala inconsci del fatto che Lucas avrebbe rivoluzionato il cinema, abbiamo ricordi reali e irripetibili e teneri, in un certo senso, delle nostre prime visioni.

Ho visto per la prima volta Il Ritorno dello Jedi su una cassetta registrata in long play, una roba fenomenale che faceva il Sony di papà, registrando fino a 8 ore su un solo VHS.
E sapete la cosa davvero folle? Era il primo Star Wars che vedevo. Ho cominciato dal terzo, per me, il fatto che Luke fosse figlio di Fener, non era per nulla un segreto. Quando è iniziato quel film, con il recupero di Han Solo dalla grafite e tutto quello strano mondo che sembrava avere regole già scritte che io non conoscevo, non sapevo fosse il capitolo conclusivo di una saga e sinceramente non mi importava nulla, riempivo i buchi con delle fantasie tutte mie, incastravo i pezzi, ne fabbricavo di miei. Quella strana incompletezza, quell’impossibilità di reperire informazioni certe sul film, la necessità di farmi raccontare da mio padre alcuni pezzi mancanti, sono probabilmente le basi su cui si è fondato il mio desiderio di diventare uno sceneggiatore.

gremlins-copertina

Sulla stessa etichetta gialla della Kodak, minuziosamente compilata da mio padre, e applicata a quel VHS che conteneva il terzo capitolo della trilogia, c’erano anche I predatori dell’arca perduta, i Gremlins e metà Alien. Praticamente il mio personale campo di addestramento ai blockbuster anni ottanta.

Tra l’altro, che Alien fosse stato registrato solo a metà, l’avrei scoperto solo dopo molti anni, da bambino non riuscivo ad andare oltre la scena in cui lo xenomorpho fa la sua prima sanguinolenta comparsa squarciando lo stomaco di Kane. Chiudevo gli occhi e pigiavo, tanto forte da sbiancarmi il polpastrello del dito, il pulsante del telecomando per riavvolgere il nastro fino alla confortante sicurezza di Indiana Jones.

La verità vera è che per me Star Wars/strong>, Die Hard/strong> e Ritorno al futuro erano tutti film da etichetta gialla della Kodak. Un mash-up di roba incredibile che vedevo per ore senza soluzione di continuità. Non sapevo chi era che aveva prodotto quei film, non mi fregava nulla che gli Ewok avessero distrutto la più grande saga di fantascienza di sempre (a mio padre ora parte un brivido lungo la schiena), era tutto in un calderone, un distillato di una cultura che era passata solo per chi sapeva lo fosse. Per me era il presente, il mio presente.

Per farvi capire ancora meglio: a volte mio padre sbagliava, non fermava la registrazione in tempo e succedevano cose del genere: dopo la famosa scena de “I Predatori” in cui Indy spara scocciato all’arabo che rotea le scimitarre, partiva la pubblicità della Skipper, poi senza preavviso il film ricominciava, un po’ più avanti del dovuto. Nella mia testa, a tutt’oggi, la scena originale è questa: faccia scocciata, BANG, arance che volano su campo bianco e scritta della Skipper in verde.

È così che sono stato educato al culto di quegli anni. Non sapevo neanche che anni fossero. Guerre stellari e Die Hard – Duri a Morire erano a mezza pubblicità della Bauli di distanza e, se volevi vedere Batman – Il Ritorno subito dopo il primo, dovevi per forza passare per una puntata del telefilm di Hulk con Lou Ferrigno.

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Questo apparente caos ci è stato chiarito solamente con la maggiore età, quando invece di affidarci al folle palinsesto televisivo (e delle registrazioni), ci è capitata per le mani l’ADSL. Internet ha riempito i buchi, ha saldato molte parti del puzzle, ci ha rivelato i nomi degli sceneggiatori e dei registi di roba che, nelle nostre testoline, era semplicemente sempre esistita in iperurano creativo senza creatori o diritti. Erano tutte storie appartenenti a una mitologia preesistente. Le nostre passioni per certi film, sono assolutamente genuine nate senza sapere che Lo-Squalo-lo-devi-vedere-che-è-una-pietra-miliare-del-cinema, ma semplicemente perché ci ha tolto il piacere di nuotare a largo, senza la paura di essere divorati. Noi eravamo, a nostro modo, dei pionieri. Dopo tutto Colombo ha scoperto l’America anche se della gente, in America, ci viveva già.

È riduttivo dire che siamo la generazione del web, noi saremo per sempre la generazione di mezzo. Gli unici a saper programmare correttamente un video registratore e a scaricare un film con torrent (e prima Winmx ed Emule) senza collezionare dodici copie dei film di Jenna Jameson e imputtanarci il Bios con una vagonata di virus.

Ci chiedete ancora perché non ci facciamo degli idoli nostri invece di fregarvi i vostri? Perché anche la nostra nostalgia vi sembra artefatta, defraudata alla vostra generazione?
Ve lo provo a spiegare ancora una volta: quando si rompeva il videoregistratore, il Sony di cui parlavamo all’inizio, mio padre prendeva la cassetta degli attrezzi, tirava fuori il cacciavite, apriva il lettore vhs e dentro c’era un fottio di roba. Bobbile, ingranaggi, fusibili, insomma un meccanismo complicato. Eppure, riparabile.
Anni dopo, quando si ruppe il nostro primo lettore dvd, lo aprii per conto mio e scoprii che era una scatola vuota con un grosso chip collegato al carrellino per immettere il supporto visivo. Nient’altro. Totalmente impossibile da aggiustare.
E io penso che derivi anche da questo la nostra nostalgia. Al tempo i miei erano dei borghesi, ricchi abbastanza da pagarmi le lezioni di nuoto, portarmi in vacanza a sciare a Corvara e comprarsi un lettore VHS da un milione e mezzo che non smetterà mai di funzionare. A noi invece è toccata la scatola vuota che, quando si rompe, la sostituisci con una nuova scatola vuota. Ogni tanto ho la sensazione che sia la stessa cosa per i film che abbiamo amato durante la nostra infanzia, comparati a quelli della nostra età adulta. Quindi facciamo così, lasciateci la nostra nostalgia, dopo tutto siamo la generazione che, alla nascita, aveva ricevuto un bel biglietto per il treno della sicurezza economica e degli agi borghesi e ha scoperto, solo quando siamo arrivati in stazione, di averlo perso perché eravamo in ritardo.

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