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23 agosto 2017 • 19:00 • Scritto da Redazione SW

Detroit – La recensione del nuovo film di Kathryn Bigelow

Detroit, il nuovo film diretto dal premio Oscar Kathryn Bigelow, è un film che guardando al passato parla tragicamente del presente. La nostra recensione...
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Recensione a cura di Adriano Ercolani, New York

Non ci sono eroi nel nuovo film di Kathryn Bigelow. Soltanto vittime e carnefici. Perché da quella notte orrenda non ci può essere redenzione, almeno non quella che il pubblico di solito si aspetta da uno spettacolo cinematografico.

Gli ospiti dell’Algiers motel umiliati, pestati e assassinati dalle forze dell’ordine nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1967 non troveranno il modo di fare i conti con ciò che successe: il film della Bigelow invece di costruire una parabola capace di indignare gli spettatori ma anche in fondo di rassicurarli sul fatto che l’ingiustizia alla fine verrà punita, sceglie di ricostruire i fatti puntando come sempre sulla forza della messa in scena. Senza sottolineature drammatiche o commenti musicali eccessivi, soltanto una forma filmica semi-documentaristica che indaga, spia, rivela. Senza giudicare, non c’è bisogno di aggiungere una patina morale all’esposizione di una violenza tanto ingiustificata. Nella lunga sequenza che mette in scena i fatti di quella notte Detroit è un lungometraggio poderoso, sincopato, che azzanna lo spettatore e lo trascina in mezzo ai protagonisti.

Ancora una volta la Bigelow si affida alla fotografia nervosa e pulsante di Barry Ackroyd per esplicitare la sua visione senza fronzoli, e l’effetto è come sempre poderoso. Il crescendo di tensione che, scandito dal montaggio, si propaga per almeno due ore di film è notevole, doloroso. La sceneggiatura di Mark Boal, già collaboratore della regista con The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, punta a ricostruire i fatti e soltanto i fatti: quasi tutti i personaggi infatti non possiedono quello che in gergo si chiama “arco narrativo”, non attraversano un percorso drammatico per arrivare auna nuova condizione. Sono soltanto uomini e donne che, trovatisi nel posto sbagliato al momento sbagliato, hanno semplicemente cercato di sopravvivere per poi confrontarsi con un sistema giudiziario (e sociale) ancora fortemente razzista e sessista.

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Come già accennato prima, se in Detroit cercate un momento di eroismo contro i soprusi orribili o una presa di coscienza in grado di scuotere l’opinione pubblica, non è il film che state cercando. In un momento storico come quello che gli Stati Uniti stanno vivendo oggi, soprattutto per quanto riguarda il problema del razzismo nei confronti della società afroamericana, Detroit è un film che guardando al passato parla tragicamente del presente. Lo fa in maniera diretta e accaldata, anche se forse non sempre perfettamente scandita. Alcuni rallentamenti di ritmo limitano nella parte finale l’efficacia di un film la cui messa in scena si dimostra comunque ammirevole nel suo essere spietata, nel non concedere al pubblico alcun appiglio per sperare che tutto alla fine si sia risolto con la vittoria della verità. A Detroit nel 1967 giustizia non è stata fatta. Tutt’altro.

Ultima nota di merito va a Will Poulter, il ventiquattrenne attore inglese che dimostra enorme presenza scenica e lucidità di esposizione nel dar vita all’agente di polizia violento e razzista. È la sua performance a rappresentare il “cuore nero” di Detroit. E quello di un’America ancora flagellata dalla discriminazione razziale evidente tra le file di chi dovrebbe difendere il singolo individuo…

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