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Top of the Lake: China Girl – La recensione del primo episodio

Top of the Lake: China Girl – La recensione del primo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

Il lago di Laketop è ormai lontano, ma l’epopea di Robin Griffin non si è affatto conclusa: per la seconda, insperata stagione della sua serie tv, Jane Campion riporta la tormentata detective a Sydney, espandendo i confini geografici di una storia che, nella sua prima incarnazione, faceva della piccola comunità neozelandese un mezzo espressivo di oppressione e prevaricazione. La metropoli australiana, però, non è meno densa di minacce; la differenza è che i pericoli si confondono tra la folla, cercano di nascondersi per poi riemergere inevitabilmente alla luce del sole.

È proprio ciò che accade alla valigia che, nelle prime battute di Top of the Lake: China Girl, viene gettata nell’oceano dalla tenutaria di un bordello e da un suo complice, all’insaputa delle ragazze che lavorano nella casa (tutte di origine asiatica). L’intero primo episodio si svolge nell’arco temporale che si estende tra l’inabissamento della valigia e il suo successivo ritrovamento sulle rive di Bondi Beach, pochi giorni più tardi, quando l’intreccio investigativo comincia a far girare i suoi ingranaggi nella mente della detective, subito assegnata al caso: nella valigia c’è il cadavere di una ragazza, i cui lunghi capelli neri fuoriescono da una spaccatura della plastica. Come nella prima stagione, insomma, c’è ancora una giovane donna al centro delle indagini di Robin.

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Questo però avviene soltanto alla fine. Jane Campion, con una semplice ma efficace soluzione narrativa, sfrutta l’episodio per introdurci nella nuova quotidianità di Robin, che soffre ancora di stress post-traumatico dopo aver sparato ad Al Parker, e dovrà affrontare la causa civile che il sergente ha intentato contro di lei. La detective fa amicizia con Miranda Hilmarson (Gwendoline Christie), agente che viene derisa dai colleghi per la sua stazza, e sembra trovare in lei un’interlocutrice privilegiata nell’ambiente cameratesco e maschilista del dipartimento. A perseguitare Robin, però, c’è anche il pensiero del matrimonio recentemente saltato in Nuova Zelanda (pare che lei sia fuggita il giorno stesso delle nozze), e soprattutto il senso di colpa per una figlia avuta in adolescenza, e data in adozione subito dopo la nascita. Ora, quella bambina ha 17 anni, si chiama Mary (Alice Englert, vera figlia di Jane Campion) e sta con un uomo più grande di lei: Alexander “Puss” Braun (David Dencik), quarantaduenne tedesco con una breve carriera universitaria alle spalle, e strettamente legato – in modo poco chiaro – al bordello di cui sopra. I genitori adottivi di Mary sono Pyke Edwards (Ewen Leslie) e Julia Edwards (Nicole Kidman), che si è allontanata dal marito per intraprendere una relazione con una professoressa della figlia. Mary ha con lei un rapporto conflittuale, e solidarizza con il padre, ma in generale adotta un atteggiamento dispotico con entrambi: quando invita Puss a cena per introdurlo alla famiglia, non ascolta minimamente le proteste di sua madre e si rinchiude in camera per fare l’amore con lui. L’uomo, peraltro, vuole sposarla, nonostante il parere contrario di Julia.

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Ancora una volta, Jane Campion costruisce un raffinato meccanismo narrativo dove il conflitto tra i sessi è endemico alla società contemporanea, al punto da risultare quasi irrisolvibile nella continua reiterazione di minacce sessiste: le donne di Top of the Lake: China Girl sono costrette a districarsi in una rete di discriminazioni e microaggressioni verbali che contagiano anche i contesti più istituzionali (si noti la scena in cui Robin, mentre insegna alle reclute le basi per un arresto, viene derisa dagli agenti maschi), entrando così a far parte di una “norma” silenziosamente accettata. Il ritratto che ne consegue sfiora la misandria, ma è frutto di un’esasperazione antica, che reagisce a secoli di oppressione machista con il ribaltamento dello sguardo, offrendo una prospettiva diversa da quella che gli uomini hanno imposto sul cinema e sulla televisione in decenni di storia (d’altra parte, il superamento del male gaze è sempre stato centrale nel cinema della regista neozelandese).

Dalla codardia dei giovani maschi cresciuti con il porno (il gruppo di amici che “recensisce” le ragazze dei bordelli) alla solidarietà goliardica fra gli agenti di polizia, Top of the Lake: China Girl dipinge un quadro sconfortante, forse parossistico ma non inverosimile, pur rischiando di generalizzare la questione. Oltre a Robin, il cuore della reazione femminile è rintracciabile nel personaggi di Julia, una Nicole Kidman sapientemente ingrigita che rievoca vagamente la GJ di Holly Hunter, e sotto alcuni aspetti rappresenta il “doppio” di Jane Campion. Un Doppelgänger non privo d’ironia, poiché Julia sembra incarnare gli stereotipi della “seconda ondata” femminista, e si scontra con una figlia che – alla pari di molte coetanee – del femminismo ha un’idea confusa, probabilmente causata dalla madre stessa: «Odio il femminismo, mi piace truccarmi come fanno tutti a scuola» dice Mary durante la cena, fraintendendo la posizione del femminismo (soprattutto del femminismo contemporaneo) a causa della “cattiva pubblicità” e della retorica che talvolta circonda il movimento stesso. Così facendo, Jane Campion trasferisce il conflitto sul piano generazionale, non più soltanto sessuale.

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Se Julia dà voce al discorso universale, Robin dà invece corpo (e volto) a una riflessione intima e particolare: la detective è una donna talmente oppressa dagli spettri del passato, talmente abituata a interiorizzare il dolore, che l’unica soluzione è quella di fuggire all’esterno, di concentrarsi solo sul lavoro per “uscire” da se stessa, e astrarsi così dai suoi fantasmi. Emblematica, in tal senso, la sequenza dell’incubo che porta Robin a urlare nel sonno, e che pare uscita da Twin Peaks per la sua forza straniante e simbolica: estranea al rigido naturalismo che si vorrebbe imporre ai suoi temi privilegiati, Jane Campion tende piuttosto a una ricerca di natura “metafisica”, dove i simboli e le sfumature oniriche approfondiscono la psicologia della protagonista e il suo rapporto con il mondo. Nell’ottima Elisabeth Moss, la cineasta trova un’interprete ideale: dopo la sua eccezionale performance in The Handmaid’s Tale, la lotta contro il patriarcato riprende da qui.

Voto: ★★★★ 1/2

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