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Spider-Man: Homecoming – La recensione del film Marvel/Sony

Spider-Man: Homecoming – La recensione del film Marvel/Sony

Di Lorenzo Pedrazzi

Ne Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, Michael Chabon suggerisce che la figura del supereroe incarni le aspirazioni fisico-atletiche dei ragazzini socialmente emarginati, come un’utopia da sognare e venerare: gli eroi della Golden Age, non a caso, assumono connotati quasi divini (Superman, Wonder Woman), oppure esprimono un ideale di perfezione fisica che sfiora il superomismo (Phantom, Doc Savage, Shadow e altri personaggi più dichiaratamente umani). Sono modelli impossibili da imitare, chimere tanto desiderabili quanto irraggiungibili, fantasie sognanti per lettori in cerca d’evasione. Il successo dell’Uomo Ragno, all’opposto, nasce da un ribaltamento di senso: Stan Lee e Steve Ditko capiscono che il supereroe deve rispecchiare il suo lettore “tipo” e la realtà che lo circonda, allontanandosi dalla pura idealizzazione degli eroi per concentrarsi su problematiche concrete, quotidiane, dove osservare il proprio riflesso in veste fantastica e parossistica. Peter Parker, di fatto, coincide con il suo fruitore medio: sensibile e discriminato, studioso e responsabile, gracile e intelligente. In tal modo, l’Uomo Ragno rappresenta i fan al loro massimo potenziale, spronandoli a impegnarsi e migliorarsi con i talenti che hanno a disposizione, non con abilità o strutture muscolari che possono soltanto sognare.

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Per certi versi, Spider-Man: Homecoming ritorna proprio a questo concetto. Introducendo l’Arrampicamuri nel loro universo narrativo, i Marvel Studios ne recuperano le radici adolescenzali con esiti certamente migliori rispetto ai due film di Marc Webb: il Peter Parker di Tom Holland non è soltanto credibile come teen-ager contemporaneo, ma si muove in un contesto parimenti verosimile, influenzato dalla realtà dei millennials e dei nativi digitali. La moltiplicazione e l’accumulazione degli stimoli si accompagnano all’onnipresenza della tecnologia (soprattutto grazie al costume futuristico progettato da Tony Stark), dipingendo un mondo in cui le nuove generazioni possono specchiarsi fedelmente. Questa versione di Peter è altrettanto insicura e irrequieta, cerca di ottenere il massimo risultato nel minor tempo possibile, e le inquadrature si riempiono di impulsi visivi e sonori che ricordano la consistenza liquida della rete, dove i collegamenti ipertestuali agevolano una fruizione teoricamente infinita, un movimento costante all’insegna del “non fermarsi mai”. È tutto estremamente repentino, con numerose sequenze del film che viaggiano a un ritmo forsennato.

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Il linguaggio delle commedie adolescenziali è preponderante, sia nelle dinamiche sociali (che ri-attualizzano quelle dei fumetti classici: Flash Thompson, ad esempio, non è più un jock decerebrato, ma un figlio di papà che cavalca la popolarità dei nerd) sia nei riferimenti cinematografici, in primo luogo il “nume” John Hughes, padre dei moderni teen movie. C’è molto umorismo, piacevole ma non esilarante, insieme a qualche spunto di guasconeria ragnesca che rievoca lo spirito dei fumetti. D’altra parte, ai Marvel Studios interessava soprattutto poter disporre di un supereroe adolescente da rapportare ai più maturi Avengers, e il film di Jon Watts si misura doppiamente su questo binario: da un lato c’è Peter, il cui entusiasmo puberale si scontra con la cautela (strano a dirsi, conoscendo il personaggio) di Stark, mentore che non ruba mai i riflettori al protagonista; e dall’altro c’è l’Avvoltoio di Michael Keaton, la cui caratterizzazione nasce proprio dal confronto con Stark e gli altri supereroi privilegiati. Emblema di una classe media che reclama il suo posticino al sole, Adrian Toomes è un middle man animato da frustrazioni molto comuni, figlie di un populismo esasperato che incolpa la “casta” delle proprie sfortune, solo per giustificare lo sconfinamento nell’illegalità. Non siamo lontanissimi dalle sue origini cartacee, e anche Shocker – invero un po’ sprecato – rientra nella stessa categoria di uomo della strada che si ribella al “sistema”. Il fatto che debbano raccogliere gli scarti degli “dei” per tirare avanti con la loro attività clandestina – Toomes e il Riparatore trafugano le tecnologie dei Chitauri, degli Elfi Oscuri e degli Avengers per rivenderle sul mercato nero – è tremendamente appropriato in questo contesto, e pone le basi anche per futuri supervillain come lo Scorpione.

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La leggerezza di cui sopra, però, esclude a priori tutte quelle sfumature psicologiche che rendono l’Uomo Ragno il più grande e complesso tra i supereroi classici: non c’è traccia del senso di responsabilità castrante che tormenta il povero Peter, né del senso di colpa che lo spinge a combattere il crimine per espiare i suoi errori giovanili, o del rapporto contraddittorio con la città di New York e la sua opinione pubblica (anche perché stavolta Spidey resta legato al suo quartiere, il Queens, più che ai grattacieli di Manhattan). La costruzione drammaturgica, in tal senso, è abbastanza timida: anche quando cita una famosa scena di Amazing Spider-Man #33, tra le più iconiche nella storia del Tessiragnatele, il film non riesce a cavalcare la giusta marea emotiva, poiché l’eroe non ha abbastanza da perdere, non c’è una grande crisi da risolvere o un proprio caro da salvare. Quel celebre conflitto tra pubblico e privato che storicamente caratterizza l’Uomo Ragno (ovvero, le esigenze private di Peter e quelle pubbliche del suo alter ego) emerge solo a tratti nel rapporto con Liz, anche perché il protagonista sembra essere ancora troppo “in erba” per rendersene conto. Vero è che Spider-Man: Homecoming si fa più interessante quando lascia da parte di eccessi tecnologici per concentrarsi sulla formazione del giovane Peter, costretto ad attingere alle sue sole forze e alle sue invenzioni artigianali per sventare i piani dell’Avvoltoio, dimostrando così di potersela cavare anche senza un costume futuristico.

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Costume che, d’altro canto, infonde leggiadria e rotondità alla sua figura, avvicinandosi maggiormente ai disegni di Steve Ditko, John Romita Sr. e Ross Andru. L’estetica del film è piuttosto raffinata quando mette in scena le evoluzioni dell’Arrampicamuri: ballerino etereo, l’eroe diventa lieve come l’aria, e il costume assume le fattezze di una seconda pelle. Forse si poteva pretendere qualcosa di più dagli scontri con l’Avvoltoio in termini spettacolari e coreografici (il modello di Sam Raimi, da quel punto di vista, si conferma irraggiungibile), ma non si può negare che le azioni di questo Spidey siano dettate dall’inesperienza, con una buffa goffaggine che influenza anche le scene di combattimento. Forse il merito maggiore di Homecoming è proprio questo: aver proposto un supereroe fallibile, disperatamente umano, vicino ai ceti medio-bassi e alle sue origini proletarie (l’«eroe springsteeniano della classe operaia»), più di ogni altro suo collega del Marvel Cinematic Universe. Un personaggio che, pur all’interno di una rilettura ironica e disimpegnata, conserva sempre qualcosa di noi, delle nostre imperfezioni e dei nostri sforzi per smussarle. Ancora una volta, l’Uomo Ragno non è un’utopia da sognare, ma un modello da seguire.

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