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GLOW – La riconquista del corpo tra exploitation ed empowerment

GLOW – La riconquista del corpo tra exploitation ed empowerment

Di Lorenzo Pedrazzi

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Jenji Kohan non avrebbe potuto dirlo meglio di così: «Adoro il fatto che [GLOW] passeggi sul confine tra exploitation ed empowerment». In un’industria che si riempie la bocca con discorsi ruffiani sull’empowerment femminile, spesso cercando soltanto l’approvazione del politicamente corretto, la serie Netflix è uno dei pochi prodotti commerciali in grado di esplorare quella zona grigia che si estende tra l’affermazione individuale e la messa in scena del sé, tra il diritto all’autogestione del corpo e la sua proiezione pubblica.

Il fenomeno dell’exploitation è connaturato al mondo del wrestling, soprattutto quello femminile, dove una parte dell’attrattiva – per il pubblico maschile, storicamente maggioritario in questa commistione di sport e spettacolo – è costituita proprio dai fisici statuari delle atlete, inguainati in costumini succinti che ne valorizzano le mosse sensuali. Gli ammiccamenti sono la norma in questo processo di reificazione della carne, ma GLOW trova un margine di manovra nel rapporto che le perfomer istituiscono (o riallacciano) con i loro corpi, partecipando attivamente al “gioco” invece di limitarsi a subirlo. Certo, all’origine della loro scelta c’è una costrizione: per Ruth (Alison Brie) e le altre protagoniste dello show, il wrestling rappresenta l’ultima spiaggia di una carriera allo sbando, penalizzata da un ambiente che assegna personaggi di rilievo soltanto agli attori uomini, e relega le donne a parti subalterne e/o di contorno. Il wrestling diviene quindi – paradossalmente – uno spazio di libertà dove esprimere l’autodeterminazione del sé, pur all’interno di un meccanismo che richiede l’esposizione del corpo e la sua continua spettacolarizzazione.

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Ciononostante, la bidimensionalità parossistica delle gimmick permette alle lottatrici di ricostruire le loro identità a partire da un cliché, uno stereotipo, un tratto etnico e culturale, dileggiando proprio quei tópoi che l’industria cine-televisiva ha sempre imposto alle loro carriere di attrici o modelle (la reginetta, la minoranza etnica, la scienziata sexy, la ragazza del ghetto, l’emarginata freak…). GLOW, con una dinamica metatestuale probabilmente involontaria, mette in scena quegli stereotipi e poi ne svela l’artificiosità, denudando il “vero” volto delle protagoniste nei rapporti interpersonali che si sviluppano tra loro, soprattutto quando la convivenza nel medesimo hotel sfocia in uno spirito cameratesco. La forma più compiuta di questo approfondimento caratteriale è ovviamente rintracciabile nel dualismo tra Ruth e Debbie (Betty Gilpin), che si riflette nei rispettivi ruoli sul ring: se Debbie è la face della situazione, ovvero la lottatrice identificabile come “buona”, Ruth ha invece il ruolo di heel, la sua nemesi scorretta e malvagia, peraltro colpevole – nella vita reale – di avere una relazione sessuale con suo marito Mark. Da un lato, Ruth capisce di poter impiegare la sua esperienza come attrice per dare al wrestling uno spessore drammaturgico al servizio della performance (e quindi della sua avversaria, che deve uscirne vincitrice e fare bella figura), mentre allo spettro opposto c’è Debbie, star di una soap opera che ha abbandonato il lavoro per dedicarsi al figlioletto Randy, perdendo così l’autorità sul suo stesso corpo. Di fronte a un neonato che la reclama come fonte di nutrimento, e un marito che desidera riconquistarla per tornare sulla retta via, Debbie capisce che il wrestling le ha permesso di tornare padrona di se stessa, come dice chiaramente nel penultimo episodio:

Sai qual è la parte più forte di questo… casino? È che alla fine il wrestling mi piace. Mi sento come se finalmente fossi tornata nel mio corpo, che non appartiene a Randy… o a Mark. E, non so, lo sto usando per me… e mi sento come un dannato supereroe.

Le concessioni al male gaze contano poco, davanti a questa vittoria personale. La consapevolezza del mostrarsi permette alle atlete (in quanto “oggetti” desiderati) di esercitare un potere fondamentale sui soggetti desideranti, controllando così la narrazione e i suoi effetti sul pubblico: anche quando, nel finale, il regista Sam Sylvia (Marc Maron) decide di far vincere Tammé Dawson / Welfare Queen (Kia Stevens) su Liberty Belle / Debbie, quest’ultima sa bene che tale espediente servirà a intrattenere gli spettatori nel corso della serie, impostando il canovaccio delle puntate successive secondo la vecchia regola del cliffhanger.

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L’alternanza tra exploitation e ipersessualizzazione non ostacola il cammino dell’empowerment, ma in questo caso lo agevola, poiché le lottatrici acquisiscono maggior consapevolezza dei loro corpi e ne sfruttano le potenzialità secondo le proprie condizioni. Così, per la prima volta, queste attrici e modelle in declino non sono soltanto le segretarie di uomini potenti o i giocattoli amorosi dell’eroe di turno, ma si scoprono protagoniste della loro storia e delle loro azioni: nell’esplorare quella zona grigia tra affermazione e rappresentazione, GLOW dimostra di saper valorizzare realmente i suoi personaggi, senza proclami retorici o espedienti didascalici.

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