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Atomica Bionda, la recensione di Roberto Recchioni

Atomica Bionda, la recensione di Roberto Recchioni

Di Redazione SW

ATOMICA BIONDA

di come Charlize Theron sia diventata il più grande action hero del ventunesimo secolo.


Di Roberto Recchioni

Ogni epoca ha la sua cultura dominante.
Ogni cultura dominante influenza i vari linguaggi presenti.
Fortunatamente, ci sono le eccezioni.

La cultura dominante dagli anni zero a oggi, è quella dello storytelling. O, se vogliamo dirla in italiano, la “dittatura della trama”. Un’opera narrativa è “bella e ben fatta” quando ha una trama strutturata che appassiona. Non importa se poi il linguaggio con cui quella trama viene raccontata è elementare o, addirittura, povero. Se “la trama” funziona, funziona tutto il resto.
I motivi per cui oggi ci troviamo in questa situazione sono complessi ma, facendola davvero breve, la ragione è spiegabile con il fatto che “la trama” è quell’elemento narrativo che richiede la minore decodifica da parte del pubblico di massa e quindi è quello che viene più facilmente recepito e largamente apprezzato. Non è la prima volta nella storia dell’umanità che lo storytelling è diventato così importante per il successo di un’opera, basti pensare alla passione con cui venne accolto il sottogenere letterario dei feuilleton, all’inizio del 1800. Sia chiaro: non c’è niente di male.
 Io pure amo I Tre Moschettieri, Il Conte di Montecristo o I Miserabili. Così come amo alcune serie televisive o cinecomics che non hanno alcuna altra qualità tranne quella di una trama articolata e appassionante. Ma trovo deprimente che questa moda per lo storytelling stia portando a una sempre più evidente incapacità da parte del grande pubblico di capire che si può andare anche oltre la trama, che certe storie vivono per come sono raccontate e non per cosa raccontano.

Atomica Bionda

Duel è un capolavoro della cinematografia e racconta di un camion che insegue un’automobile. Negli otto minuti e mezzo di corsa in auto di C’était un rendez-vous di Lelouch c’è più cinema che nelle due ore di Spider-Man: Homecoming. Gran parte di Bullit è fatto da una macchina che si muove all’interno di una città. Getaway è un film che si regge su un paio di sparatorie e un inseguimento. E via dicendo.
Cinema di movimento. Cinema in movimento. Cinema di combattimento. Cinema d’azione.
Cinema dell’arrivo del treno.
Che dovrebbe essere il più immediato ma che, per assurdo, in un panorama di analfabetizzazione dell’immagine, è diventato un cinema di avanguardia culturale.
Comunque, sia, anche oggi e in questa situazione non così rosea, qualche autore va in direzione ostinata e contraria. Penso, per esempio, a George Miller e a quel capolavoro di Mad Max: Fury Road. A Michael Bay e ai deliri audiovisivi di Transformers. Agli estetismi di Ridley Scott e Nicolas Winding Refn. A Micheal Mann, Terence Malick e Alejandro González Iñárritu e alla loro eterna scoperta dell’immagine dinamica perfetta. A Chistopher Nolan e alla ricerca formale che ha compiuto nell’asciuttissimo Dunkirk. E, in un campionato minore, penso pure a Chad Stahelski e David Leitch, i due registi del fulminante ed essenziale John Wick. Chad Stahelski, con il seguito delle avventure dedicate all’assassino interpretato da Keanu Reeves, ha mostrato tutti i suoi limiti, mentre David Leitch, con Atomic Blonde (Atomica Bionda da noi) ha dimostrato che, di limiti, non sembra averne.

Atomic Blonde 01

In teoria, Atomic Blonde appartiene al filone degli spy movie storici (il film è ambientato a Berlino, durante la caduta del muro), quindi dovremmo essere più dalle parti di pellicole come Spy Game, I Tre Giorni del Condor, il Ponte delle Spie o La Talpa che da quelle dei film di James Bond e Jason Bourne. Dico “in teoria” perché, nonostante una buona ricostruzione storica di scenografie e costumi, e nonostante anche una trama molto tortuosa (per quanto solo apparentemente articolata), una volta spogliato dalle sue straordinarie vesti glamour, il film di David Leitch si mostra per quello che è, ovvero come un meraviglioso e purissimo esempio di quello che Nanni Cobretti definisce “cinema di menare”. Quelli di voi che hanno una qualche familiarità con un certo cinema americano degli anni ottanta, con la cinematografia di Hong Kong degli anni novanta o con quella indonesiana e thailandese degli anni zero, non faticheranno a capire di cosa sto parlando, per tutti gli altri, mettiamola così: il “cinema di menare” racconta quel tipo di storie in cui, data una situazione problematica iniziale, un eroe protagonista la affronta e la risolve in una sequenza di scontri (principalmente corpo a corpo), sempre più violenti e spettacolari.
Questo significa che in Atomic Blonde tutto quello che non è azione è strumento per arrivare all’azione. E che azione!

Avete presente quel modo di girare i combattimenti tutto fatto di tagli ravvicinati, montaggio serratissimo ed effetti sonori dei colpi soverchianti, dove non si capisce assolutamente nulla di quello che sta succedendo e che è una mano santa quando gli attori a schermo sono atleticamente impreparati per le scene che stanno girando? Ecco, Atomic Blonde è l’esatto contrario: scene riprese con angoli ampi, a mostrare i protagonisti per intero, in sequenze lunghe e senza tagli, alla maniera in cui si girava l’azione negli anni ‘70. E il risultato è un’impressionante sequenza di azioni e reazioni concatenate di straordinario realismo e impatto scenico. Un film fisico fino allo sfinimento, dove ogni membro del cast ha sputato sangue (e la Theron anche un dente, stando a quando raccontato ai giornalisti) per ottenere il massimo verismo possibile. Ma si può valutare la qualità di un film in base all’intensità delle sue scene di combattimento? Se è un film di combattimento, sì.
 E Atomic Blonde è esattamente questo e non vuole essere altro. Un meraviglioso film di combattimento alla maniera di The Raid, solo scritto, diretto e interpretato da attori occidentali, tra cui una diva vera, bellissima, bravissima, e pronta a mettersi in gioco su un livello del tutto inedito.
A tutto questo aggiungete un ritmo perfetto, riprese mozzafiato (con alcuni pregevoli piani sequenza), una fotografia di gran lusso con un debole per gli estetismi, interpretazioni sopra la norma e colonna sonora da mettersi a piangere tanto è azzeccata, e non vi sarà difficile capire che Atomic Blonde è il miglior action movie occidentale di questi primi vent’anni del ventunesimo secolo e sovrasta il già buonissimo John Wick.
Se amate il cinema di movimento e di menare, questo non potete perdervelo.

Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

Atomica Bionda Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

Atomica Bionda è liberamente ispirato alla graphic novel The Coldest City di Antony Johnston e racconta la storia di una letale agente segreta del MI6. La sua missione è portare un dossier estremamente segreto in quel di Berlino, cosa che si rivelerà decisamente non facile! Nel cast troviamo anche James McAvoy, John Goodman, Til Schweiger, Eddie Marsan, Sofia Boutella e Toby Jones. L’uscita italiana del film è prevista per il 17 agosto 2017. QUI la pagina Facebook ufficiale.

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