La ricerca di nuovi stimoli per la saga dei Transformers porta la Paramount Pictures e il regista Michael Bay sulla strada dei miti arturiani, nella speranza di rinfrescare un franchise tendenzialmente saturo e ripetitivo, seppur capace di resistere per ben cinque film nell’arco di dieci anni. Transformers: L’ultimo cavaliere è l’espressione diretta dei loro sforzi, e il tentativo di cambiare direzione traspare anche dalla presenza di Art Marcum, Matt Holloway e Ken Nolan in sede di sceneggiatura, dopo le precedenti esperienze – non certo memorabili – con Ehren Kruger.
Il prologo con Re Artù ci riporta indietro di 1600 anni, e risale alle prime tracce della collaborazione tra gli umani e gli alieni di Cybertron: Merlino (Stanley Tucci) è un ubriacone che vuole aiutare Artù nella sanguinosa battaglia contro un esercito nemico, e si rivolge a un cavaliere di Cybertron per ottenere il suo supporto. L’alieno gli fornisce un bastone che possiede il potere definitivo, quello della creazione, mentre Dragonstorm spazza via i nemici del Re sul campo di battaglia. Nel presente, Optimus Prime raggiunge Cybertron, una landa morente dove vive soltanto Quintessa, la sua creatrice; ella riesce a corrompere Optimus, convincendolo che la distruzione della Terra sia l’unico modo per resuscitare il loro pianeta. Intanto, sulla Terra, Cade Yeager (Mark Wahlberg) si è dato alla macchia per aiutare gli Autobot, cui il governo dà la caccia attraverso una nuova agenzia, la Transformers Reaction Force. Durante una missione a Chicago, Cade incontra la piccola orfana Izabella (Isabela Moner), anche lei un’amica degli Autobot, e la salva dall’intervento della TRF; purtroppo, però, non riesce a fare lo stesso con un antico cavaliere di Cybertron che si nascondeva nell’area, e che gli dona un talismano di metallo. L’oggetto non solo elegge Cade come “ultimo cavaliere”, ma serve inoltre per ritrovare il bastone di Merlino, cui danno la caccia anche i Decepticon di Megatron. Il custode della memoria di Re Artù e della sua alleanza con gli alieni è Sir Edmund Burton (Anthony Hopkins), che entra in contatto con Cade e gli spiega l’importanza della sua missione, coinvolgendo inoltre l’ultima discendente di Merlino, una giovane professoressa di Oxford chiamata Viviane Wembly (Laura Haddock): questa improbabile coppia di eroi deve trovare il bastone prima dei Decepticon, o la Terra sarà cancellata per far posto a Cybertron. A loro insaputa, però, anche il corrotto Optimus Prime vuole resuscitare il suo pianeta a scapito del nostro.
Il ricorso ai miti arturiani (ovviamente molto libero) influenza il DNA del film, che accoglie vari tópoi del genere fantasy – il prescelto, gli oggetti “magici” – per trasfigurarli nella fantascienza, riflettendo le celebri parole di Arthur C. Clarke secondo cui “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, come ricorda lo stesso Cade. È proprio in virtù di questa trasfigurazione che il cinema di Michael Bay può restare fedele ai suoi cliché figurativi, in un trionfo di CGI e metallo dove la “carne” passa nettamente in secondo piano: un cinema post-umano, il suo, che svilisce i personaggi in favore della tecnica, fino a raggiungere un sovraccarico di impulsi visivi che disorientano lo sguardo – soprattutto nel formato IMAX – e impediscono di concentrarsi su un singolo dettaglio, poiché l’esasperato parossismo della rappresentazione non ammette alcuna pausa. I robot si parcellizzano in migliaia di schegge, cromature, circuiti, riflessi e sfaccettature metalliche, al punto che risulta quasi impossibile coglierli nella loro interezza o rievocarne le forme precise. Ancor più che in altri blockbuster, l’animazione digitale soverchia il live-action, trascendendo i limiti fisici della carne e della macchina da presa, poiché consente di realizzare sequenze teoricamente “impossibili”. In fondo, anche i personaggi umani hanno ben poco di umano: spesso sono soltanto delle macchiette che parlano per frasi fatte, e i corpi degli eroi – escluso il precedente Shia LaBeouf, che era un’eredità spielberghiana – sono modellati sull’immaginario patinato degli spot pubblicitari e delle riviste di moda, tra muscoli guizzanti, forme provocanti, labbra sensuali e occhioni luminosi. Tutto è finto, plasticoso, fabbricato. La fredda artificiosità del suo cinema non è casuale, soprattutto in questo franchise: Michael Bay idealizza l’utopia dei corpi statuari e prefigura una tecnica che esclude ogni presenza umana, puntando quasi all’astrazione.
Transformers: L’ultimo cavaliere ripropone tutto questo, in particolare nelle sequenze ambientate su Cybertron. Di contro, quando si sofferma sugli intermezzi comici o teneri (con protagonisti Squeeks e i graziosi mini-Dinobot), Bay trasmette sempre l’impressione di non trovarsi a suo agio, perché non è quella la sua “poetica”. Non a caso, il film si affretta a tornare sulla sua vecchia formula, con scene d’azione roboanti e prolisse che talvolta fungono da mero riempitivo, distraendo l’attenzione dalle forzature della trama. Le lacune di Bay come narratore sono evidenti: il regista è incapace di gestire il gran numero di personaggi che popolano la storia, e che inevitabilmente spariscono per lungo tempo senza lasciare traccia, vengono dimenticati o ignorati senza alcuna giustificazione. Al contempo, il ritorno di alcuni volti noti come John Turturro e Josh Duhamel appare francamente gratuito, utile solo per rinsaldare i legami con la trilogia originale dopo il parziale reboot de L’era dell’estinzione. Certo, lo spettacolo di CGI è tecnicamente accurato, e garantisce alcuni momenti suggestivi dove i corpi dei robot si fanno contemporaneamente “materici” e astratti, grazie al contrasto fra l’evanescenza del digitale e la solidità del metallo; ma il gioco è diventato fin troppo ripetitivo per stupire ancora, e la fragilità del racconto relega in secondo piano qualunque lettura metatestuale.
[widget/movie/28045]
[widget/artist/1729,42677,944,1552,1855,1514]