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Gypsy – La recensione in anteprima della serie Netflix con Naomi Watts

Gypsy – La recensione in anteprima della serie Netflix con Naomi Watts

Di Lorenzo Pedrazzi

Se consideriamo gli anni Duemila, le donne della middle class americana sono al centro di un retaggio televisivo che parte da Desperate Housewives e giunge fino a Big Little Lies, trovando nuove diramazioni su Netflix grazie alla prima serie creata da Lisa Rubin, Gypsy, in uscita il prossimo 30 settembre.

Naomi Watts, anche produttrice esecutiva, interpreta la terapista Jean Halloway, donna felicemente sposata con l’amorevole Michael (Billy Crudup) e madre della piccola Dolly (Maren Heary). Fin dall’inizio, la serie ci presenta tre pazienti principali attorno cui ruoterà la narrazione: Claire Rogers (Brenda Vaccaro) è una madre in costante apprensione per la figlia Rebecca (Brooke Bloom), che abbandona il suo appartamento a New York per trasferirsi in una comune; Sam Duffy (Karl Glusman) è un ragazzo ossessionato dalla sua ex fidanzata, Sidney (Sophie Cookson, affascinante frontwoman di una band indipendente; mentre Allison (Lucy Boynton) è una giovane tormentata che cerca di liberarsi dalla tossicodipendenza, e teme il giudizio di sua madre. Ebbene, Jean non è convinta dei metodi utilizzati nel suo studio, poiché ritiene sia necessario espandere l’indagine oltre i confini del paziente ed esplorare le sue relazioni, entrare in contratto con le persone della sua vita. Ovviamente questo è contrario all’etica professionale, ma Jean accetta il rischio, e comincia a frequentare sia Rebecca sia Sidney, assumendo una falsa identità (la giornalista Diane) per non farsi scoprire. Se il rapporto con Rebecca le permette di entrare in contatto con la comune in cui abita, paradossalmente basata sull’onestà e la trasparenza, il legame con Sidney sfocia in un’attrazione fisica che Jean tenta di negare, ma che diventa ancor più intensa quando scopre di essere ricambiata. Intanto, Jean cerca di ravvivare la relazione con Michael, preoccupata che la sua bellissima assistente Alexis (Melanie Liburd) lo possa indurre in tentazione. La piccola Dolly, invece, è una vivace tomboy che preferisce i giochi e l’abbigliamento da maschio, agevolata dal benestare dei suoi genitori. Quando però la bambina bacia una sua compagna di classe, Jean deve mettere in moto tutta la sua abilità diplomatica con le altre mamme, e organizza una festa di compleanno durante la quale vengono a galla tensioni e ipocrisie.

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Dai primi cinque episodi – ovvero quelli che ho potuto vedere in anticipo – traspare una parabola narrativa piuttosto chiara, giocata sull’attrazione repressa e sull’istinto di “trasgressione” che Jean cerca di tenere a bada, divisa tra le responsabilità morali dell’istituzione familiare (il suo Super-io, giusto per fare un po’ di psicanalisi spicciola) e gli impulsi del desiderio carnale (il suo Es, ovviamente). Mentire al marito sulle sue frequentazioni notturne è già trasgressivo, per una donna inquadrata come lei, e le prime cinque puntate sono un continuo tira e molla fra Jean e Sidney, perennemente sul ciglio di quel bacio che sembra non arrivare mai, e che giunge infine con una certa freddezza, come una concessione “dall’alto”. Al di là delle istanze freudiane simboleggiate da Michael e da Sidney, Gypsy abbandona ben presto l’indagine psicanalitica, e le azioni di Jean hanno ben poco di professionale: la serie, infatti, si concentra più che altro sull’ormai vetusta (in termini creativi) insoddisfazione della borghesia medio-alta, con le sue maschere e il suo culto dell’apparenza, le sue mamme iper-organizzate e i papà che guardano il football. Si ritorna sempre sugli stessi tópoi, tra i coni d’ombra della società suburbana e il desiderio inconfessabile di una blanda eversione, come se Desperate Housewives – che peraltro aveva un piglio ben più brillante – non fosse mai esistita.

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Insomma, non sarà certo la visione di Jean che pratica l’autoerotismo a sconvolgerci, né tantomeno un castissimo bacio saffico dopo quasi cinque ore di teasing. Lo show è sin troppo patinato per abbracciare quell’oscurità recondita che vorrebbe tanto esplorare, nonché esageratamente timido nella messa in scena dell’erotismo: se da un lato le atmosfere di Gypsy rievocano certi thriller maliziosi degli anni Novanta, il risultato è nettamente più sterile, mai abbastanza “materico” e carnale da sfondare gli argini della middle class, anche perché stavolta siamo pericolosamente vicini alla narrativa pruriginosa di 50 sfumature e dei suoi numerosi epigoni (non a caso, la regia dei primi due episodi è stata affidata a Sam Taylor-Johnson). Non aiutano le puntate eccessivamente lunghe, né i discutibili intermezzi onirici dove la psiche di Jean riesamina il rapporto con sua madre e con Sidney: l’impianto narrativo e i rapporti tra i personaggi sono alquanto stereotipati, e l’auto-consapevolezza della protagonista («Non farmi diventare uno stereotipo» dice al marito quando scopre l’avvenenza di Alexis) riesce solo a confermare il ricorso a schemi predefiniti. Più interessante, di contro, è il sottotesto relativo al peso psicologico delle responsabilità quotidiane che Jean – e come lei moltissime donne – è costretta a subire ogni giorno senza alcun aiuto da parte del marito, spesso assente per il lavoro: le sue piccole avventure notturne diventano quindi una valvola di sfogo, uno sprazzo di libertà dagli impegni familiari, anche se la lealtà verso i suoi cari fa scattare in lei l’intervento del Super-io non appena Sidney minaccia di allargarsi troppo. La famiglia non si tocca.

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A uscire vincitrice è comunque Naomi Watts, in grado di reggere l’intera serie sulle sue spalle adattandosi ai diversi registri del suo personaggio, che oscillano tra il calore affettuoso e la rigidità professionale, tra la sensualità e l’imbarazzo. Gypsy vive per lei, con lei e attorno a lei, ponendola al centro di quasi tutte le inquadrature per esaminare ogni minima sfumatura del suo volto, soprattutto di fronte alla (tenue) ambiguità delle pulsioni erotiche. Peccato che la serie non sia allo stesso livello.

Voto: ★★

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