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12 giugno 2017 • 15:45 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

GLOW – La recensione in anteprima della serie Netflix

GLOW rielabora l'immaginario del wrestling per una commedia intelligente e stralunata, con irresistibili riferimenti estetico-musicali. Dal 23 giugno su Netflix.
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C’è qualcosa di intimamente “americano”, nel wrestling, che travalica i muscoli degli atleti e i loro costumi carnevaleschi per farsi emblema di un discorso più ampio, relativo alla società dello spettacolo e al suo rapporto con il pubblico. In un paese che tenta di programmare ogni evento al millesimo di secondo, dove tutto è “messo in scena” per restituire una determinata immagine o una determinata emozione, il wrestling coagula in sé tutta l’artificiosità di quel processo, celando uno spettacolo accuratamente coreografato dietro la maschera di uno sport: ogni mossa, ogni gimmick, ogni caratterizzazione è finalizzata a suscitare una specifica risposta nel pubblico, imbastendo così una macro-narrazione che imita i tópoi del racconto cine-televisivo, con tanto di faide, pseudo-drammi, umiliazioni pubbliche e una divisione manichea tra “buoni” e “cattivi”; insomma, un mondo rassicurante dove non c’è spazio per le sfumature, come accade spesso a Hollywood e nella televisione più commerciale.

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Il cinema non ha mai rielaborato fino in fondo questo immaginario culturale (The Wrestler, in tal senso, è una gradita eccezione), quindi GLOW ha l’opportunità di esplorare un terreno pressoché inviolato, soprattutto sul versante femminile. D’altra parte, come capita in molti feudi maschili che aprono le porte all’altro sesso, anche il wrestling preme moltissimo sull’ipersessualizzazione delle atlete, aggiungendo un ulteriore interesse pruriginoso e lubrico alle loro performance di lotta: la tendenza persiste ancora oggi, ma affonda le radici nelle Gorgeous Ladies Of Wrestling (da cui l’acronimo G.L.O.W.) degli anni Ottanta, fiammeggianti lottatrici inguainate in costumi succinti e spandex glitterati, con caratterizzazioni nette e stereotipate che permettevano di evocarne la nazionalità, l’appartenenza etnica o lo schieramento “morale”.

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Ambientare una serie nel backstage di questo mondo è già di per sé un’idea vincente, ma le sceneggiatrici Liz Flahive e Carly Mensch – sotto l’ala protettrice di Jenji Kohan (Orange Is the New Black) – sanno anche svilupparne le potenzialità con lo sguardo disincantato della commedia, ponendosi esattamente sullo stesso livello di questo fenomeno pop, senza alcuna condiscendenza. Le G.L.O.W. erano spesso attrici, modelle, danzatrici o stunt women che cercavano di entrare nello show business dalla porta di servizio, e non è certo un caso che la protagonista della serie, Ruth, sia un’attrice fallita e senza un soldo in tasca, ormai respinta innumerevoli volte anche per i ruoli femminili più marginali (cioè, quasi tutti i ruoli femminili dell’epoca: siamo nella seconda metà degli anni Ottanta, e Una donna in carriera non era certo la norma). GLOW comincia proprio così: Ruth legge la parte di un personaggio maschile – ovviamente forte, dignitosa, a tutto tondo – per dimostrare le sue capacità recitative, ma il massimo che può ottenere è il ruolo della segretaria, un’ombra monodimensionale al servizio del protagonista. Non c’è spazio per le sue ambizioni artistiche, nutrite da un discreto snobismo che Alison Brie sa incarnare ottimamente, con quell’aria altezzosa da prima della classe – già nota agli spettatori di Community – che qui diventa l’emblema dell’artsy fartsy. È proprio il suo atteggiamento pretenzioso a crearle molte difficoltà quando partecipa al casting per un nuovo spettacolo televisivo di wrestling femminile, diretto dal sarcastico Sam Sylvia (Marc Maron), regista di filmacci horror che hanno persino attirato l’attenzione dell’accademia (sulla scia dei grandi cineasti di genere degli anni Settanta e Ottanta, quali Romero, Cronenberg e Carpenter). Come se non bastasse, un conflitto con la sua migliore amica Debbie (Betty Gilpin) la mette ulteriormente in cattiva luce agli occhi di Sam, ma paradossalmente questo si rivela un vantaggio: in un ambiente dov’è indispensabile interpretare un personaggio preciso, costruendosi una personalità e una gimmick ben precise, Ruth può acquisire il ruolo di heel, la “cattiva” della situazione, mentre Debbie può diventare una face, ovvero la wrestler “buona” per cui tutti faranno il tifo.

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Anche qui risiede l’arguzia di GLOW: la protagonista non facilita l’empatia, è artisticamente pretestuosa e sentimentalmente disonesta, ma è attraverso i suoi occhi che viviamo le disavventure dello show, e quasi ci dispiace dover apprezzare il suo impegno quando studia Hulk Hogan per riprodurne l’atteggiamento sul ring, entrando così nello spirito dello spettacolo. C’è un’accurata caratterizzazione di tutti i personaggi, anche quelli secondari: proprio come nel wrestling, le ragazze sono immediatamente riconoscibili da una caratteristica fisica, un’inflessione vocale e/o una scelta estetica, che ispirano le rispettive gimmick; ma il discorso vale anche per Sam e Sebastian “Bash” Howard (Chris Lowell), il giovane produttore che finanzia l’impresa con i soldi della mamma, imbevuto di edonismo e stupefacenti. Ciò che ne deriva è ovviamente una comicità stralunata e quasi surreale, capace di giocare con il parossismo del wrestling e del cinema di genere più ardito, come dimostra l’irresistibile copione post-apocalittico che Sam scrive per lo spettacolo, immaginando un futuro di sole donne dove finalmente queste scapestrate attrici possono interpretare un ruolo da protagoniste. Nonostante il suo rude sessismo, Sam offre loro ciò che l’industria cine-televisiva continua a negare, rendendole il soggetto – e non più l’oggetto – della narrazione.

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L’atmosfera estetico-musicale, poi, è una manna per i nostalgici degli anni Ottanta: fra brani di culto, acconciature voluminose, classi di aerobica e titoli al laser, il feticismo trova numerosissime valvole di sfogo, facendosi perdonare anche gli espedienti più furbetti (peraltro comuni a molte serie tv e film contemporanei: si pensi ai titoli di testa di Halt & Catch Fire, Stranger Things e Guardiani della Galassia: Vol. 2). I primi quattro episodi – oggetto di questa recensione in anteprima – gettano le basi per una serie piuttosto stratificata nei suoi riferimenti culturali, brillante e divertente, un altro potenziale gioiello sulla corona di Netflix: la varietà dei temi e degli approcci, come al solito, si rivela fruttuosa.

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Voto: ★★★★ 1/2

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