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Wonder Woman, la recensione del cinecomic con Gal Gadot

Wonder Woman, la recensione del cinecomic con Gal Gadot

Di Redazione SW

Recensione a cura di Adriano Ercolani, New York.

Ci volevano due donne per risollevare le quotazioni artistiche del connubio cinematografico Warner/DC. La prima è ovviamente la supereroina Diana Prince, alias Wonder Woman. La seconda è la regista Patty Jenkins.

Dopo la confusione narrativa ed estetica di Batman v Superman ecco che lo standalone dedicato all’Amazzone più famosa della storia dei fumetti torna a lavorare su binari più solidi ed efficaci. Probabilmente il dover sviluppare un unico personaggio protagonista affiancato da comprimari più o meno importanti ha favorito una migliore costruzione narrativa, su cui poi la regista ha poggiato una messa in scena altrettanto nerboruta. Il merito principale di Wonder Woman è quello di essere prima di tutto un dramma di guerra con un enorme afflato antimilitarista. Tutto il resto, dalla confezione spettacolare alle dinamiche psicologiche tra i personaggi, viene adeguato all’idea principale in modo da intrecciarsi con più che discreta coerenza. Un altro fattore che evidenzia la lucidità con cui è stato realizzato il film si trova poi nel discorso di valorizzazione della figura femminile: la forza emotiva di Wonder Woman non si esplicita in maniera convenzionale attraverso una “battaglia dei sessi” con lo Steve Trevor interpretato da Chris Pine, al contrario invece risalta nell’esporre il modo in cui l’animo femminile di Diana riesce a entrare in contatto più profondo ed empatico con il dramma del conflitto, con il suo orrore. L’uomo è mosso dal senso del dovere, dal quadro più ampio per terminare la guerra. Diana invece non può che soffrire e aiutare chi le sta accanto, chi non può difendersi di fronte alla barbarie di cui proprio l’uomo è responsabile principale. La differenza è tanto sottile quanto densa di significati.

Wonder Woman

Una volta capito cosa raccontare e come raccontarlo, Patty Jenkins non perde quasi mai l’orientamento nel mettere in scena uno spettacolo cinematografico degnissimo, a tratti poderoso. A parte una scena da commedia sofisticata piuttosto incoerente con il resto – probabilmente dovuta alla necessità di alleggerire il tono per il pubblico più giovane – Wonder Woman si concentra sulla rappresentazione della guerra nella sua forma più atroce. A livello estetico il film possiede un’ammirevole omogeneità nonostante gli svariati set. Il merito va senza dubbio attribuito alla Jenkins, capace di padroneggiare la materia e adeguare a essa la confezione. Il risultato è un film emozionante, reso ancora più vigoroso dalla musica vibrante di Rupert Gregson-Williams. Anche il cast di attori è praticamente perfetto: Gal Gadot continua nel processo di scoperta e maturazione del suo personaggio risultando molto più credibile rispetto a Batman v Superman. Accanto a lei Chris Pine offre un contraltare in grado di mescolare mascolinità, ironia, coraggio e sorriso guascone. Tra i comprimari merita segnalazione la partecipazione di due “amazzoni” di lusso come Connie Nielsen e soprattutto Robin Wright, capace di lasciare il segno pur avendo a disposizione poche scene, prova di una maturità artistica e di un carisma scenico inusitati.

A parte qualche lungaggine necessaria per inserire sporadiche pennellate di humor, Wonder Woman possiede l’enorme pregio di essere un prodotto coerente e lucido nel discorso. Dietro l’intrattenimento della confezione infatti il pubblico potrà chiaramente percepire lo spirito pacifista dell’operazione, capace di riflettere alcune tematiche nel nostro presente dietro la cornice della Prima Guerra Mondiale. Il discorso di empowerment della figura femminile, in tutte le sue sfaccettature, non è assolutamente scontato o retorico, si rivela al contrario emozionante e credibile. Finalmente un film mainstream in cui l’eroina è una donna in tutte le sue sfaccettature. A ben pensarci, mancava dai tempi della Ellen Ripley di Sigourney Weaver

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