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Twin Peaks – La recensione della première

Twin Peaks – La recensione della première

Di Lorenzo Pedrazzi

«I’m dead, and yet I live». Se volessimo trovare una frase che riassuma il ritorno di Twin Peaks, questa battuta pronunciata da Laura Palmer nella Loggia Nera sembrerebbe quanto mai appropriata, insieme a un’altra battuta – forse ancor più significativa – che esce dalla bocca del Gigante in una delle prime scene: «It all cannot be said aloud now». È fin troppo facile scovare in queste parole una costante del cinema di David Lynch, nonché una dichiarazione programmatica per l’avvio di questo revival: “non si può dire tutto ad alta voce”, molte cose dovranno restare implicite o essere scoperte per gradi. In tal senso, non è certo un caso che la serie originale abbia perso vigore proprio quando gli autori sono stati costretti a risolvere il mistero di Laura, svelando ciò che nessuno di loro – e Lynch in primis – voleva raccontare. Nel momento in cui Twin Peaks diventa “esplicito” e accetta le regole del procedural (contaminate dalle sfumature sovrannaturali e metafisiche della serie), rinnega la sua natura sperimentale e accetta le convenzioni della serialità televisiva, compiendo il percorso inverso rispetto agli inizi. Questo non accade, però, nei primi due episodi della nuova stagione: pur sforzandosi di rendere limpidi alcuni snodi fondamentali, Twin Peaks torna a essere quell’oggetto misterioso che rivoluzionò il piccolo schermo nel 1990, e che risulta avulso anche dal panorama seriale odierno, figlio illegittimo di quella rivoluzione.

Arduo riassumere la trama di questa premiere, ma se ne possono individuare almeno gli elementi principali. Dale Cooper (Kyle MacLachlan) è ancora prigioniero della Loggia Nera, ma Laura Palmer (Sheryl Lee) lo avverte che per lui è giunto il momento di andarsene. In seguito, Cooper si ritrova al cospetto di una bizzarra entità chiamata “il Braccio” – ovvero l’Uomo da un Altro Posto, divenuto una pianta senza foglie sormontata da una piccola testa carnosa – e scopre di non poter tornare sulla Terra prima che il suo Doppelgänger ritorni nella Loggia. Anche il Braccio, però, ha un Doppelgänger, che aggredisce Cooper e lo fa sprofondare in un abisso melmoso e oscuro.

Intanto, il suo doppio è impegnato in alcuni affari misteriosi: look minaccioso, giacca di pelle e capelli lunghi, il suo corpo è abitato da Bob, o almeno si suppone che sia così. Ad assisterlo c’è Chantal (Jennifer Jason Leigh), ma attorno a lui ruota anche un’inquietante famiglia di redneck che sembra uscita da una fiera del white trash; in particolare, i giovani Ray (George Griffith) e Darya (Nicole LaLiberte) svolgono alcune mansioni per lui, ma Dark Cooper – chiamiamolo così per comodità – scopre che i due ragazzi sono stati assoldati da qualcuno per ucciderlo: di conseguenza, dopo averla interrogata nella stanza di un motel, Dark Cooper spara a Darya e chiede a Chantal di dare una pulita alla camera. Al contempo, Dark Cooper è implicato nell’omicidio di una bibliotecaria a Buckhorn, nel South Dakota, ed è riuscito a far incolpare Bill Hastings (Matthew Lillard), preside della scuola locale. La moglie dell’uomo, Phyllis Hastings (Cornelia Guest) è stata manipolata da Dark Cooper nel piano per incastrare Bill, e viene uccisa da lui con un colpo di pistola. Nel frattempo, un individuo misterioso che si finge l’agente Phillip Jeffries (ovvero David Bowie in Fuoco cammina con me) è ansioso di rispedire Dark Cooper nella Loggia per potersi riunire con Bob.

A proposito della Loggia, il primo episodio ci svela una sorta di portale fra il nostro mondo e quello in cui si trova Cooper: è un cubo di vetro collegato a una finestra circolare che dà sui grattacieli di New York, controllato a vista da un sistema di telecamere e da un giovane “guardiano” che deve riportare ogni eventuale apparizione; il tutto è finanziato da un miliardario di cui non conosciamo il nome. Il ragazzo riesce a far entrare una sua amica (Madeline Zima), con cui ben presto comincia ad avere un rapporto sessuale: proprio in quel momento, il cubo si riempie di nero e una figura umanoide compare nella tenebra, sfonda il vetro e si avventa sui due amanti, facendoli a pezzi. Proprio in quel cubo – ma prima che il guardiano faccia entrare la sua amica – compare lo stesso Cooper, il quale però sparisce dopo aver fluttuato brevemente nell’aria. Intanto, a Twin Peaks, Shelley Johnson (Mädchen Amick) rivede James Hurley (James Marshall) al Bang Bang Bar, mentre il Capo Vice Sceriffo Hawk (Michael Horse) riceve una chiamata dalla Signora Ceppo (Catherine E. Coulson), che gli dice:

«Hawk, il mio ceppo ha un messaggio per te. Qualcosa è andato perduto, e tu devi ritrovarlo. Ha a che fare con l’Agente Speciale Dale Cooper. Il modo in cui lo troverai ha qualcosa a che fare con la tua eredità. Questo è un messaggio dal ceppo».

Il Vice convoca Lucy (Kimmy Robertson) e Andy (Harry Goaz), i quali però non sono di grande aiuto, e decide di indagare per conto suo: Hawk si addentra quindi nella foresta per cercare – si presume – Glastonbury Grove, l’entrata della Loggia Nera.

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Ci sono anche ulteriori trame o sottotrame di cui David Lynch e Mark Frost gettano le basi nei primi due episodi, ma l’ossatura principale è indubbiamente questa. Lynch, però, scompone la storia in un puzzle di scene separate dove i registri si compenetrano, e l’inquietudine nasce dallo straniamento: le interazioni tra i personaggi sono sempre irrigidite da una misteriosa tensione che corre tra loro, e l’apparente assenza di correlazione tra le varie sequenze – solo apparente, poiché un legame sussiste – non fa che spiazzare il fruitore, costringendolo (se bendisposto) a carpire ogni singola parola per decifrare l’enigma. Sono trascorsi 27 anni dall’epilogo di Twin Peaks, ma Lynch non è interessato a riepilogare gli eventi o reintrodurre i personaggi nel loro nuovo status quo; al contrario, torna fra loro in medias res, presentando una serie di sviluppi narrativi che sono già in corso.

L’alternanza dei registri coglie di sorpresa, come accade nei suoi capolavori cinematografici (Mulholland Drive in primis). Il ritrovamento del cadavere della bibliotecaria è introdotto dallo stralunato scambio di battute tra i due poliziotti e una vicina di casa, dove quest’ultima accumula nomi e dettagli inutili per aiutarli a entrare nell’appartamento della vittima, salvo poi svelare che lei stessa ne possiede le chiavi: il contrasto tra il fisico corpulento della donna e il suo minuscolo cagnolino, insieme alla vivacità dei dialoghi, fa da premessa all’inevitabile scoperta macabra, della quale non ci vengono risparmiati i particolari più turpi. È questa l’essenza di ciò che si definisce lynchiano, secondo l’acuta definizione che ne diede David Foster Wallace: “Si riferisce a un particolare tipo di ironia dove il molto macabro e il molto banale si combinano in maniera tale da rivelare la costante presenza del primo all’interno del secondo”. Gli elementi grotteschi traggono origine anche da qui, e dalla consapevolezza che i personaggi, di fronte a circostanze tragiche e/o violente, spesso reagiscano nel modo sbagliato, moralmente o emotivamente, rifiutando le aspettative del pubblico e la sua ossessione per la “norma” (o, più nello specifico, per la restaurazione della normalità, obiettivo finale di ogni giallo). Il punto però è che Lynch non è interessato al poliziesco sul piano tematico, ma solo dal punto di vista strutturale, ed è per questo motivo che in origine non voleva risolvere il mistero di Laura Palmer. Anche stavolta – è bene tenerlo a mente se si vuole godere di Twin Peaks nella sua interezza – è possibile che questa pletora di indizi, nomi e trame parallele non conduca ad alcuna risoluzione, ma che serva piuttosto a mettere in scena quelle “condizioni umane distorte” tanto amate dal regista, utili per far risaltare “ciò che distorto non è” (si veda David Lynch di R. Caccia, Il Castoro, Milano, 1994, p. 40). L’investigatore Dale Cooper, più che soggetto d’azione, è un soggetto della percezione, come l’Henry Spencer di Eraserhead: non è detto che risolva gli enigmi, ma di certo ne riconosce le diramazioni sovrasensibili e ne ammira i riflessi meravigliosi.

La narrazione dilatata e riflessiva cela una tensione strisciante che non sempre trova sfogo in un evento catalizzatore, anzi, spesso rimane castrata e inespressa. L’unica vera eccezione, in questa première, è costituita dallo splendido segmento con la scatola di vetro: ci troviamo di fronte a un’ambientazione inedita per la serie (una grande metropoli, un apparato tecnologico retro-futurista), e la tensione erotica fra i due amanti esplode in un rapporto sessuale che viene immediatamente “punito” dall’apparizione del mostro, qualunque cosa sia. È necessario precisare che Lynch non ricorre ai trucchi più espliciti, ma preferisce affidarsi agli effetti on camera e al montaggio, relegando il digitale ad alcune manifestazioni della Loggia. Così facendo, la scena della scatola di vetro risulta impregnata di una minaccia indefinibile, archetipica e profondamente simbolica, come la densa sostanza nera che riempie il box. Questo impulso a esplorare le ombre dell’animo umano e le pieghe oscure della realtà in cui viviamo mette in relazione il revival con la serie originale, ma al contempo si sviluppa in un contesto nuovo, più ampio e meno rassicurante.

L’incipit, insomma, suscita ottimismo: è passato troppo tempo dall’ultima regia di David Lynch (Inland Empire risale al 2006), e questi primi episodi di Twin Peaks dimostrano che sia il cinema sia la televisione hanno ancora un grande bisogno di lui.

Voto: ★★★★★

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