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Sette minuti dopo la mezzanotte – La recensione del film di J.A. Bayona

Sette minuti dopo la mezzanotte – La recensione del film di J.A. Bayona

Di Lorenzo Pedrazzi

Che Juan Antonio Bayona fosse interessato ai coni d’ombra dell’infanzia – e soprattutto al rapporto oscuro, d’incomprensione reciproca, che lega il mondo degli adulti e quello dei bambini – era chiaro fin ai tempi di The Orphanage, dove il confronto con la morte gravava sulle spalle di una madre, quindi una persona matura. Sette minuti dopo la mezzanotte, per certi versi, è il suo contraltare: stavolta è un bambino ad affrontare la morte, accettandone la straziante consapevolezza davanti alla malattia di sua madre e al tumulto di emozioni che si agitano in lui.

7 Minuti dopo la Mezzanotte Felicity Jones Lewis MacDougall foto dal film 1

Fiaba notturna dall’intenso carattere formativo, A Monster Calls (titolo originale) riesuma quel cinema per ragazzi che sfrutta i codici del fantastico per agevolare l’elaborazione del lutto, con uno sguardo crudo e poco accomodante. Il dodicenne Conor O’Malley (Lewis MacDougall) si prende cura di sua madre Lizzie (Felicity Jones), malata terminale che sta tentando ogni cura possibile per guarire da un cancro. La nonna (Sigourney Weaver) non ritiene appropriato che un bambino si occupi da solo della madre e delle faccende di casa, ma Conor non vuole andare a vivere con lei. Il padre (Toby Kebbell) si è rifatto una famiglia a Los Angeles, e torna a casa per dare una mano. La situazione, per Conor, è ancor più difficile a causa dei maltrattamenti che subisce da alcuni compagni di scuola, e che lo spingono a isolarsi nei suoi disegni e nelle sue fantasie, ereditati dal talento di Lizzie per l’illustrazione. Una notte, alle 0.07, il maestoso tasso che sorge vicino alla loro casa prende vita, trasformandosi in un albero umanoide (Liam Neeson) che promette di tornare da Conor nelle notti successive – sempre alla stessa ora – per narrargli tre storie. La quarta storia, però, dovrà essere Conor a raccontarla, confessando “la sua verità”. Il mostro non è sempre amichevole, ma le sue storie hanno sempre qualcosa da insegnare, e spesso Conor ne percepisce le simmetrie con la sua vita quotidiana.

7 Minuti dopo la Mezzanotte Sigourney Weaver foto dal film 1

Il farsi metafora delle esperienze reali è un meccanismo tipico della letteratura per ragazzi, e infatti anche Sette minuti dopo la mezzanotte affonda le radici in un libro, opera di Patrick Ness – anche sceneggiatore – e della scomparsa Siobhan Dowd, che lo concepì sul letto di morte. Inevitabile, in tal senso, ricondurre il film di Bayona a quella tradizione cinematografica che fa capo a un classico come La Storia Infinita, ma anche al più recente Un ponte per Terabithia: d’altra parte, lo stesso A Monster Calls mette in scena l’evasione fantastica come una rappresentazione simbolica, il cui evidente parossismo – oltre a favorire la comprensibilità del “tema” a un livello universale – guida il giovanissimo protagonista in un processo di accettazione e autocoscienza. Ancora una volta, la trasmissione orale delle storie dimostra il suo valore emotivo ed ed educativo, come forma di propagazione culturale da una persona all’altra, da una generazione a quella successiva.

7 Minuti dopo la Mezzanotte Lewis MacDougall Liam Neeson foto dal film 8

Questo passaggio ereditario si rivela apertamente nella scena finale, dove Bayona placa gli animi e ci ricompensa con una chiusura risolutiva, circolare, che asciuga le lacrime e calma i sospiri: al culmine della costruzione drammatica, la nuova consapevolezza di Conor si rispecchia nel retaggio materno. “Troppo grande per essere un bambino, ma non abbastanza per essere un uomo”, il protagonista cammina in bilico sulla soglia tra due età diverse, e il gigantesco mostro arboreo è il guardiano di quel confine, un mentore severo ma saggio che gli insegna la complessità della natura umana: seppur fiabesche e apparentemente archetipiche, le sue storie ribaltano gli stereotipi delle fiabe per contaminarle con personaggi contraddittori e finali ben poco rassicuranti, impartendo a Conor una dura lezione di vita che lo sradica dal manicheismo dell’infanzia. Tutto questo senza retorica o inutili moralismi, senza idealizzare i sentimenti («L’amore non basta» dice il padre del ragazzino per spiegare la separazione con Lizzie) e senza ritrarsi di fronte alle estreme conseguenze del dolore, soprattutto quando Conor è costretto a riconoscere una verità che nessuno vorrebbe accettare, al termine della quarta storia.

7 Minuti dopo la Mezzanotte Felicity Jones Lewis MacDougall foto dal film 3

Ovviamente Bayona supporta il discorso con un notevole talento visivo, sia per la qualità tecnica della CGI sia per l’ottima convivenza tra il digitale e le riprese dal vivo, dove le transizioni tra elementi reali e fantastici sono spesso invisibili. Questo senso di continuità permette di eliminare le barriere tra le due dimensioni, esigenza fondamentale per una storia che cerca il dialogo (e non la contrapposizione) tra le fantasie di Conor e i drammi della sua vita. Che servano da valvola di sfogo o da metafora, esse sono destinate a percorrere il cammino inverso e tornare sulla carta, ovvero il terreno su cui si coltivano i primi germogli dell’immaginazione: è qui che il mondo degli adulti e quello dei bambini trovano una sintesi, l’incontro di due sensibilità che necessitano l’una dell’altra. «Vorrei avere un centinaio di anni» dice Lizzie a suo figlio quando lui non riesce a esprimere lo stato d’animo che lo tormenta. «Un centinaio di anni da poterti regalare». In realtà, è stata capace di donargli molto di più.

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