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MPD Psycho – Intervista allo sceneggiatore Eiji Ōtsuka

MPD Psycho – Intervista allo sceneggiatore Eiji Ōtsuka

Di Marlen Vazzoler

Con il 24° volume, disponibile online e in fumetteria dal 2 marzo in Italia, grazie a Planet Manga, si è concluso il manga MPD Psycho scritto da Eiji Otsuka e disegnato da Sho-u Tajima, un seinen thriller horror da cui è stata tratta nel 2000 una miniserie live action intitolata Multiple Personality Detective Psycho – Kazuhiko Amamiya Returns diretta da Takashi Miike.

Serial killer, personalità multiple, ingegneria genetica, esperimenti sugli esseri umani, sono i temi principali che vengono trattati in quest’opera iniziata nel 1997 sulle pagine di Shōnen Ace, per poi essere trasferita dal 2007 al 2009 su Comic Charge, per essere poi conclusa sulle pagine di Young Ace.

Eiji Ōtsuka è conosciuto dal pubblico italiano come sceneggiatore di manga, ma è anche un editore, un critico, uno scrittore e uno dei professori dell’International Research Center for Japanese Studies. Nel 2007 ha ottenuto un dottorato alla Kobe Design University intitolato ‘From Mickey’s format to Atom’s proposition : the origin of postwar manga methodology in wartime years and its development‘.

Ha iniziato a lavorare come mangaka molto presto, ai tempi delle superiori. Come è diventato un assistente di Minamoto Taro?

C’era una fanzine (una rivista fatta dai fan, ndr.) chiamata Sakuga Group a cui lavorava Minamoto Taro e ci siamo incontrati lì.

Ha abbandonato la sua carriera come mangaka dopo un anno dal suo inizio. Perché ha lasciato questo lavoro e perché ha iniziato a lavorare come editor?

Dopo quest’esperienza con la fanzine, ho deciso di studiare il folklore del Giappone. Volevo diventare un insegnante delle superiori ma ho fallito gli esami, così ho deciso di dedicarmi al mondo dell’animazione.

E’ stato contemporaneamente il capo-redattore di diverse riviste. Come è riuscito a gestire i suoi compiti?

Sono stato il capo redattore, ma all’inizio ero l’unico editore che ci lavorava, non ero un impiegato ma facevo solo dei lavoretti. Quando poi ho cominciato a lavorare per diverse riviste, è stato solo perché la paga non era molto buona e dovevo fare molti lavori per poter vivere. In quel periodo non avevo vacanze e lavoravo 24 ore al giorno.

Ha scoperto dei mangaka quando era un editore come Okazaki Kyoko, Shirakura Yumi e Fujiwara Kamui. Quanti mangaka ha scoperto nella sua carriera?

Qualche anno fa, ho realizzato per me stesso una sorta di pagine gialle sui mangaka [da me scoperti]. Quando ho cominciato a contare ho visto che ce n’erano 700.

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La sua esperienza come mangaka, come ha influenzato il suo lavoro come editore?

In Giappone c’è un tipo di editore che lavora solo sulle storie, visto che avevo un’esperienza per quel tipo di mansione, ho deciso di perseguire questo impiego.
Questi due lavori [l’editore e lo sceneggiatore] non sono poi così diversi perché quando sei un editore devi mostrare al mangaka la storia che deve scrivere e quando lavori come sceneggiatore, è la stessa cosa, devi scrivere la storia e mostrargli come realizzarla. Quindi non è così diverso.

Se non sono così diversi questi due lavori, quando gli è venuta l’idea di scrivere un manga?

E’ molto semplice, quando ero un editore fornivo già la storia ai mangaka, quindi ho pensato ‘perché non ne scrivo una io? In questo modo verrò pagato’.

Ha scritto un dottorato su Sergueï Eisenstein e le sue influenze su Topolino e i manga. Quando ha iniziato a studiare questa tesi?

Avevo già iniziato a scrivere queste cose sin da quando avevo vent’anni. Quindi ho semplicemente continuato mentre stavo lavorando.

Mentre stava perseguendo questi studi, è stato influenzato sul modo in cui componeva l’impaginazione nei manga?

In realtà no. Ma ho cominciato a pensare che dovevo studiare come fare un manga, come usarlo per esprimermi.

Nei suoi manga il realismo è molto importante, sono inoltre presenti molti temi horror e fantascientifici. Ci sono stati dei film o dei libri che l’hanno influenzata a tal punto da inserire questi temi nelle sue opere?

Non inizio dalle ispirazioni, ad esempio nel caso di MPD Psycho ho notato che Sho-u Tajima stava cambiando il suo stile, ed ho iniziato a riflettere sul fatto Sho-u Tajima non era in grado di scrivere storie fantasy o cose simili, quindi ho pensato ‘Questa persona è in grado di disegnare una storia sui psicopatici, una storia horror’. Da quel momento ho cominciato a studiare molti film e libri sui psicopatici ed ad adattare il mio modo di pensare ai disegni di Sho-u Tajima. Ho poi cominciato a scrivere una storia sui psicopatici con temi horror.

Come è nata l’idea di scrivere una storia sul disturbo dissociativo dell’identità?

All’inizio ho visto molti film, tra questi ce n’era uno fatto da Hitchcock chiamato Psycho che trattava del disturbo dissociativo dell’identità, ho pensato che potesse essere una cosa interessante. In quel periodo questo disturbo veniva studiato approfonditamente nelle università quindi ho pensato che sarebbe stato un buon tema da affrontare in una storia.
In quel periodo in Giappone il tema dell’identità era molto forte, tutti ne erano interessati in particolare gli adolescenti, quindi era appropriato per il Giappone degli anni novanta. Ho pensato che era una cosa molto bella, poter parlare di qualcosa che preoccupava i giapponesi, quindi ho cominciato a fare questa cosa sul disturbo dissociativo dell’identità.

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Nei suoi manga ha parlato di suicidi, aborti, infanticidi. Questi sono dei temi che ha voluto portare all’attenzione dei giapponesi tramite i suoi manga?

In Giappone c’erano già degli adolescenti che facevano questo genere di cose, quindi ho pensato che fosse appropriato parlarne perché stava già accadendo ed era importante discuterne.

Parliamo di MPD Psycho. In alcuni personaggi è presente un codice a barre nell’occhio. L’uso del codice a barre lo ritroviamo in videogiochi come Hitman o in show televisivi come Orphan in Black, dove i cloni hanno il codice all’interno del loro dna. Secondo lei perché il codice a barre è un tema usato così spesso nella cultura moderna e perché ha deciso di mettere un codice a barre negli occhi?

In molti libri di George Orwell penso che gli esseri umani da ora in poi potranno essere considerati dei membri [della Gakuso]. Quindi ho pensato che il codice a barre potesse essere una buona rappresentazione di quel tipo di pensiero, che adesso sta diventando una realtà.
Nel nostro mondo il codice a barre sta già sostituendo l’identità, quindi ho voluto sottolineare questa questione.
E’ un’ironia destinata al pubblico più giovane che non crede che il governo giapponese abbia il controllo. Ma i giovani non mostrano alcuna resistenza quindi volevo mostrargli quest’ironia.

Ha aspettato fino al tredicesimo volumetto del manga per rivelare il vero nome di Wakana Isono, Monostone. Perché ha atteso fino a quel momento per questa rivelazione?

Diciamo che rappresenta il boss di un videogioco, quindi non è stato rilevante rivelare il suo vero nome fin dall’inizio. Ho voluto che i fan aspettassero.

Uno dei momenti chiave della storia è la scena sull’areo dove c’è il trasferimento della personalità di Kazuhiko Amamiya a Nishizono Tetora. Come ha strutturato questo momento principale della storia e fino a che punto l’aveva programmato?

All’inizio questo aereo doveva cadere su una centrale atomica. E’ accaduto prima di Fukushima ma dato che si trattava di un argomento difficile ho deciso di attendere il momento giusto per poterne parlare.

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Una cosa che mi ha incuriosito del manga The Kurosagi Corpse Delivery Service è la composizione delle copertine. L’impostazione dei corpi è stata realizzata in base a una sua idea?

In quel momento io e il disegnatore eravamo molto interessati nell’avanguardia artistica dell’Unione Sovietica, ed ho preso la mia ispirazione da lì.

Sotto la copertina vediamo tre quadrati. Il primo mostra sempre la stessa immagine del protagonista, mentre gli altri due cambiano. C’è un motivo?

Dato che volevo fare una cosa simile all’avanguardia dell’Unione Sovietica, l’editore mi ha detto che dovevo inserire anche i personaggi affinché la gente potesse capire [di cosa parlasse il manga].

Nel romanzo The Truth of Lucy Monostone era presente un breve manga stampato in giapponese e in francese. Come mai la doppia lingua e la scelta del francese?

Questo è il modo in cui in Giappone vengono stampati i fumetti francesi. E’ stata una piccola ironia, volevo mostrare come gli americani fanno dei finti fumetti francesi, volevo sottolineare questa ironia [ride].
All’inizio volevo scrivere ‘Un fumetto fatto da un messicano’ ma poi alla fine ho deciso di farlo in francese [ride].

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