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King Arthur: Il Potere della Spada, la recensione di Roberto Recchioni

King Arthur: Il Potere della Spada, la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

King Arthur: Il Potere della Spada
la recensione del RRobe

Prendi una spada, trattala male, lascia che ti aspetti per ore. Non farti vivo e quando la impugni, fallo come fosse un favore. Falle sentire che è poco importante, dosa bene amore e crudeltà, cerca di essere un tenero regnante ma, fuori dal fodero, nessuna pietà. E allora sì, vedrai, che t’amerà. Chi è meno amato più potere dà. E allora sì, vedrai che t’amerà. Chi meno ama è più forte, si sa.

Quella di King Arthur è la storia di una spada che vuole molto possedere un giovane uomo e del giovane uomo che non si sente pronto. Che è confuso. Che ancora non ha deciso se preferisce le spade o gli archi. E allora è tutto un tira e molla, un “ti voglio ma non ti capisco”, “non sei tu, sono io” e via dicendo. Fino a quando il ragazzo prende il coraggio a due mani (non sto usando un’immagine figurata: le cose vanno esattamente così) e l’amore libero trionfa.

Sono abbastanza certo che Guy Ritchie mi perdonerà per il tono scanzonato con cui ho aperto questa recensione visto che lui è quello che ha preso il personaggio di Artù di Pendagron e lo ha reso un teppistello della periferia suburbana londinese, dalla lingua lunga e con uno spiccato senso degli affari (specie se illegali) vestito come l’ultimo dei tamarri e sempre pronto a menare le mani.
In poche parole, un personaggio di cui è impossibile non innamorarsi sin da subito, specie perché ha la faccia e il portamento di un Charlie Hunnam finalmente in un ruolo per lui pienamente congeniale. Ma facciamo un salto indietro.
Nel 2014 il gruppo Time-Warner capisce che aria sta tirando nel cinema hollywoodiano e decide (saggiamente) di aver bisogno di un altro universo cinematografico espanso, da poter mettere accanto a quello legato a supereroi DC, che sembra avere qualche problema a decollare.
Viene esclusa a priori la possibilità di creare un’idea da zero perché il rischio produttivo è troppo alto per un’impresa che sarà, di sicuro, molto costosa ma di IP recenti e disponibili sulla piazza non ce ne sono da opzionare perché tutti stanno facendo a gara per accaparrarsele. Quindi, visto che è impossibile guardare al futuro o al presente, tanto vale volgere lo sguardo al passato. Quel passato che, oltretutto, ha pure il vantaggio di essere libero dai vincoli del diritto d’autore. Quali sono i parametri della ricerca?

– Deve essere un universo narrativo noto a tutti, almeno per sentito dire. Qualcosa di rassicurante per un pubblico sempre più diffidente verso le novità.
– Deve essere incentrato su di un eroe ma deve avere anche una forte componente corale.
– Deve poter essere suscettibile di un trattamento “supereroistico” (tipo quello applicato alla serie di Fast & Furious, per capirsi).
– Deve poter essere un contenitore di molte cose diverse, dal dramma alla commedia, dall’epico allo scanzonato.
– Deve rivolgersi al pubblico maschile ma saper attrarre anche quello femminile.

La Materia di Britannia sembra il candidato ideale.
Che cos’è la Materia di Britannia? Quell’insieme di miti e leggende sui celti sulle isole britanniche, in particolare quelle riguardanti Re Artù, Camelot, Excalibur e i Cavalieri della Tavola Rotonda.

– È un pantheon che, fosse anche solo per il film della Disney, conoscono tutti.
– Ha Re Artù come protagonista ma ci sono un mucchio di cavalieri fighissimi che gli stanno accanto e fanno cose rilevanti.
– Suddetti cavalieri sono dotati di qualità o artefatti che li pongono sopra l’umano.
– È un grosso calderone che contiene storie e racconti di tutti i tipi, da quelli più avventurosi e scanzonati a quelli più drammatici.
– È pieno di uomini valenti in armatura.

Tutti i parametri sono soddisfatti.

In più, il cosiddetto Ciclo Arturiano ha un’altra qualità non da poco: è materia viva, non scritta sulla pietra e ancora oggi portata avanti da scrittori, cineasti, fumettisti e game designer di tutto il mondo. Non c’è un canone da dover rispettare o tradire perché, sin dalla sua origine (attorno al XII° secolo), quello che viene anche chiamato con il nome di Ciclo Bretone è stato immediatamente suscettibile di variazioni, sovvertimenti, reinvenzioni. Mille versioni di una storia che, sostanzialmente, ha un solo punto fisso e centrale: Re Artù.
Quindi, non ci saranno fan talebani che ti scannano se cambi qualche particolare perché ogni narratore o artista che si è confrontato con la Materia di Britanni ha fatto lo stesso, da Goffredo di Monmouth a John Boorman, passando da Robert Wace, T. H. White, Marion Zimmer Bradley, John Steinbeck, Mark Twain, Mike W Barr & Brian Bolland e molti, molti altri. Si può quasi dire che riscrivere la leggenda di Artù sia quasi un dovere per quelli che ci si confrontano.
I giochi sono fatti.
Si mette un piedi un maxi-progetto di sei film e si comincia a cercare qualcuno che possa dirigere il primo. Deve essere un regista di un certo polso e con un certo stile, capace di trattare una materia classica e di reinventarla pur rispettandola, deve saper lavorare con le grandi produzioni e gli effetti speciali e deve avere una certa “fighezza”. E se fosse inglese sarebbe meglio. Perché nessuno meglio di un inglese sa capire il mito della Bretagna di Artù.

King Arthur 01

So a che nome state pensando:
Danny Boyle.
Ma no, non hanno chiamato lui.
Hanno chiamato uno che è quasi talentuoso come lui, quasi visionario come lui, quasi “figo” come lui, ma con molti meno grilli per la testa di lui. Uno che, con progetti del genere si è già confrontato ed ha vinto:
Guy Ritchie.
Che se sai fare due action movie con Sherlock Holmes, non te la caverai male nemmeno con i Cavalieri della Tavola Rotonda.
Ora, permettetemi una breve digressione su Guy Ritchie.
Ritchie viene fuori dal marasma di registi tarantinati che arrivano subito dopo l’esplosione del fenomeno Pulp Fitction. Ritchie il “tarantinismo” lo interpreta bene, declinandolo all’inglese senza scimmiottarlo, e riesce a portarsi a casa due pellicole di assoluto pregio come Lock & Stock e Snatch. Poi conosce Madonna, la sposa, e ha la sfortunata idea di girare con lei il remake di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. È un disastro tale che anche le due pellicole successive del regista verranno guardate con diffidenza e scarso interesse (sia dalla critica che dal pubblico) e le sue aspirazioni autoriali compromesse per sempre. Ma Ritchie non è uno stupido e sa come rimettersi in pista: divorziando. Forse ha perso il treno per diventare il “Quentin Tarantino Inglese”, ma questo non significa che abbia perso pure la capacità di girare. E di girare bene. Accetta la regia di Sherlock Holmes, un film con Robert Downey Jr. (che all’epoca aveva ritrovato il successo grazie al primo Iron Man ma che non era ancora tornato a essere una stella di prima grandezza come oggi) e Jude Law (prima che diventasse Papa Lenny). Il film va benissimo al botteghino e piace alla critica e Ritchie si conquista lo status di “solido professionista del cinema di intrattenimento, dotato anche di un certo stile personale”. Il sequel delle avventure di Holmes è meno fortunato per quello che riguarda le recensioni ma fa comunque molti soldi. Poi arriva The Man from U.N.C.L.E. che invece floppa clamorosamente, classificandosi come uno dei peggiori disastri del 2015 ma, a quel punto, Ritchie si è già messo al sicuro firmando un contratto per sei film sul ciclo arturiano.
E arriviamo a oggi.

Con la Warner Bros. piuttosto nervosa per il lancio di King Arthur: Il Potere della Spada, sia a causa dell’insuccesso dell’ultimo film di Ritchie, sia perché questo primo capitolo che dovrebbe fare da apripista a un progetto decennale, è costato la bellezza di 175 milioni di dollari.
Non pochi, specie per gli standard al risparmio della Hollywood degli ultimi tempi.

Lo so, la sto tirando per le lunghissime a voi interessa solo sapere com’è sto benedetto film. Facciamola breve: è buono per due terzi.
Ovvero per i primi due atti, quelli in cui Ritchie ha modo di raccontare il mondo di Artù come se fosse una versione fantasy dell’Inghilterra criminale di Snatch. Il terzo atto, quello in cui il regista deve per forza assoggettarsi alle regole del blockbuster epico, non gli interessa, e si vede.

Quindi, se la parte iniziale e quella centrale della pellicola sono caratterizzate da una regia generalmente molto buona, da dialoghi spassosi, da interpretazioni brillanti e da almeno due straordinarie invenzioni visivo-narrative che valgono da sole il prezzo del biglietto (mi riferisco al modo in cui è raccontata la crescita di Artù e il suo viaggio attraverso un’isola dei mostri), l’ultima parte è invece una serie di botti e combattimenti confusi, diretti con il pilota automatico e che vale la pena segnalare solo per la presenza in scena di un cattivo che è la cosa più vicina al Death Dealer di Frazetta che si sia mai vista al cinema (e mi stupisco di come la fondazione che detiene i diritti sull’opera dell’artista non abbia fatto storie a riguardo). Nel suo complesso però il film funziona, diverte e non annoia (almeno per la maggior parte del tempo), ha una bella fotografia, ottimi costumi, una splendida colonna sonora e alcune immagini davvero belle e potenti. Certo, siamo lontanissimo dal fascino sinistro e misterioso di una pellicola come l’Excalibur di Boorman, ma il film di Ritchie non voleva essere quel tipo di racconto arturiano, si prefiggeva il compito di rendere attuale il mito dei Cavalieri della Tavola Rotonda, portandoli al livello “della strada” e non prendendo la faccenda troppo sul serio. L’obiettivo è stato raggiunto e anche piuttosto bene e il pubblico apprezzerà. Perché per quanto il film abbia di sicuro dei difetti, è di certo un blockbuster confezionato con una marcia in più (quel tocco speciale che Ritchie sa sempre conferire), che può vantare un cast invidiabile (oltre al già citato Charlie Hunnam ci sono anche Jude Law e Eric Bana, oltre a un mucchio di caratteristi inglesi con facce da forca meravigliosi) e che risulta comunque abbastanza fresco, nonostante un finale non propriamente felice.

Ultime due note e poi la pianto:

La Fedeltà alla Materia di Britannia è minima è quasi tutta di facciata. Siamo più dalle parti di Robin Hood che del Ciclo Arturiano. La storia mescola elementi legati alla figura di Uther di Pendragon (ma traslati su Artù) con altri più canonici, ibridando il tutto con qualche trovata degna di un libro fantasy moderno (di quelli non troppo brillanti). Dove però il film dimostra di aver fatto i compiti a casa è sugli elementi simbolici del mito che non solo vengono ben traslati sullo schermo ma sono anche impiegati in maniera sensata e profondamente rispettosa.

Infine, la stereoscopia, ovvero il 3D, ovvero quegli odiosi occhialetti di plastica che spengono il desiderio sessuale delle coppie entrate in sala per limonare. Io il 3D, a meno che non sia girato da Cameron, di solito non lo amo e trovo che raramente apporti qualcosa alla visione del film. In questo caso però devo dirvi che se siete donne, o gay, o etero suscettibili al fascino maschile come me, la visione stereoscopica è assolutamente consigliata. Vedere gli addominali di Charlie Hunnam che vi guizzano davanti in tutta la loro scultorea volumetria è un’esperienza che vi segnerà.

E abbiamo finito. Che Camelot Prevalga!

Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni
King Arthur Il Potere della Spada Illustrazione di Roberto Recchioni

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