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Baywatch – La recensione del film con Dwayne Johnson

Baywatch – La recensione del film con Dwayne Johnson

Di Lorenzo Pedrazzi

Considerando la qualità del panorama seriale odierno, la riesumazione di vecchi show sul grande schermo ha qualcosa di paradossale, ma non c’è dubbio che questa tendenza sia riconducibile alla predisposizione nostalgica del pubblico: gli studios hollywoodiani si limitano a cavalcarne l’onda, rispondendo ai desideri degli spettatori o anticipandoli con improbabili reboot, spesso adeguati al gusto contemporaneo. Tra questi adattamenti emerge però un interessante filo conduttore, una traccia comune che parte da Charlie’s Angels e giunge fino a Baywatch, passando da Starsky e Hutch, Hazzard, 21 Jump Street e CHIPs: nella transizione dalla TV al cinema, i toni si fanno ben più demenziali, mentre l’umorismo cresce d’intensità fino a sfiorare la parodia. A tratti, emerge l’impressione che l’affetto nostalgico per questi show debba essere giustificato con l’ironia, come accade spesso da adulti quando si dichiara il proprio amore per un mito dell’infanzia, magari un po’ imbarazzante: l’autoironia ha una funzione salvifica, permette di conservare la propria “reputazione” senza sacrificare la sincerità delle passioni. Poiché non tutte le serie cult possono vantare grandi pregi (anzi, molte sono effettivamente stucchevoli, soprattutto viste con lo sguardo di oggi), le loro trasposizioni giocano sulla comicità post-moderna, goliardica e consapevole di se stessa, assumendo il punto di vista del pubblico corrente.

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Pensiamo a Baywatch, in questo caso. La serie originale era molto kitsch, ma si prendeva relativamente sul serio: pur avendo elementi da commedia, non scivolava mai nell’autoironia. Il film di Seth Gordon, all’opposto, predilige l’umorismo smaccato anche quando affronta gli snodi drammatici, con i suoi intrecci criminosi che sfociano in situazioni comiche o paradossali. Non a caso, stavolta Mitch Buchannon è interpretato dal re dell’action-comedy, Dwayne Johnson, mentre Matt Brody ha il volto dell’ex teen idol Zac Efron, ormai lanciatissimo nelle commedie demenziali. L’azione si sposta dalla California alla Florida, dove Mitch e la sua squadra sorvegliano le spiagge della Emerald Bay, e organizzano le selezioni per riempire i posti vacanti. Summer Quinn (Alexandra Daddario) e Ronnie (Jon Bass) passano i test, al contrario di Matt, campione olimpico di nuoto – ormai caduto in disgrazia – che sperava di entrare nel gruppo per svolgere i servizi sociali. Ciononostante, Mitch viene obbligato ad assumere il ragazzo come recluta, anche se ritiene sia troppo egoista per far parte della squadra. Insieme a C.J. Parker (Kelly Rohrbach) e Stephanie Holden (Ilfenesh Hadera), gli eroici bagnini dovranno fermare i piani di Victoria Leeds (Priyanka Chopra), trafficante di droga che vuole privatizzare tutta la costa.

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Il meccanismo è evidente fin dal prologo, quando le riprese in slow motion sul corpo di The Rock omaggiano lo stile patinato della serie, spianando la strada per l’esposizione di muscoli guizzanti e forme provocanti che si dipana lungo tutto l’arco della storia. Non si arriva al parossismo, e forse proprio questo è il limite principale di Baywatch: il film non si concede abbastanza eccessi da sfondare le barriere del pubblico, né in termini di disgusto né sul fronte dell’ilarità. Se si esclude la scena nell’obitorio – forse l’unica che giustifica davvero la classificazione restricted – il film gioca timidamente con l’umorismo metanarrativo senza mai affondare il colpo, accontentandosi della discreta alchimia fra Dwayne Johnson e Zac Efron. La trama si focalizza su di loro, al punto che il copione, in un lungo segmento centrale, finisce per dimenticarsi completamente degli altri personaggi. D’altra parte – come spesso accade nei film dove The Rock interpreta il protagonista – anche Baywatch è una celebrazione dell’ex wrestler in quanto icona della Hollywood contemporanea, ormai divenuto riconoscibile anche soltanto dalla struttura muscolare: Johnson è la dimostrazione che lo star power di un singolo attore è sufficiente per rilanciare un “marchio”, o almeno per tentare di farlo in sede produttiva, e la sua verve comica si è rivelata una delle scoperte più lucrose dell’ultimo decennio.

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Certo, stavolta si partiva da una base piuttosto fragile, e Seth Gordon ha capito che la semi-parodia era l’unico modo per legittimare la resurrezione del franchise. Questa insistita autoconsapevolezza pervade tutto il film, che ammicca costantemente al pubblico nelle inquadrature maliziose sui corpi statuari degli attori (Kelly Rohrbach in primis) e nelle osservazioni critiche di Brody sull’operato della squadra: per quale motivo, si domanda più volte l’ex atleta, dovrebbero essere dei bagnini a indagare su un crimine violento? Diversamente dalla serie su cui è basato, Baywatch è consapevole delle sue assurdità, e ne fa uno strumento di dialogo con l’immaginario collettivo degli spettatori, cui chiede di sospendere l’incredulità non perché questa esigenza sia implicita nel patto tra film e pubblico, ma perché rientra nel suo esasperato approccio post-moderno, dove tutte le dinamiche del racconto sono palesi, denudate e coscienti: si devono accettare i risvolti illogici della trama in quanto parte del “gioco”. L’unico modo per rendere ancora digeribile l’ingenuità dei vecchi show, insomma, è trasfigurarla in un atteggiamento compiaciuto e volontario, come quello di un adulto che si finge bambino. E questo la dice lunga sull’infantilizzazione dei prodotti hollywoodiani.

Baywatch Zac Efron Dwayne Johnson Alexandra Daddario Ilfenesh Hadera Jon Bass Kelly Rohrbach foto promozionale

Anche quando strappa dei sorrisi, il film richiede di stare alle sue regole, dove le strizzatine d’occhio e il citazionismo pop sono una costante irrinunciabile. Così, Baywatch pizzica le corde più semplici nel tentativo di compiacere i suoi fan, come dimostrano gli ovvi camei del cast originale: anche loro, inutile dirlo, con l’immancabile autoironia. Peccato però che il racconto sia privo di ritmo, e che l’intera operazione rischi di essere strangolata dal suo stesso gioco metanarrativo.

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