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American Gods – La recensione del primo episodio

American Gods – La recensione del primo episodio

Di Lorenzo Pedrazzi

Neil Gaiman non è uno scrittore che usa il fantasy per fuggire dalla realtà. L’autore inglese – se pensiamo a romanzi come Nessun dove e soprattutto American Gods, ma anche Sandman – tende piuttosto a rielaborare i miti in una veste ancor più immaginifica, incastonandone il folclore nel mondo a noi contemporaneo, e partorendo così una serie di contrasti che generano “senso”, inducono a riflettere sugli idoli che ci siamo lasciati alle spalle e sul tessuto culturale che stiamo fabbricando per il futuro. A partire da questo, Bryan Fuller e Michael Green concepiscono la serie tv di American Gods come la naturale estensione cross-mediale del romanzo, rispettandone l’immaginario e le premesse narrative. Il primo episodio, The Bone Orchard, è diretto dall’ormai esperto David Slade, e pone le basi per uno show potenzialmente memorabile.

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Il prologo mostra il primo approdo di una nave vichinga sulle coste americane, dove l’equipaggio – constatata l’ostilità dell’ambiente e delle popolazioni locali – intaglia il volto di Odino in un ceppo di legno e gli offre vari sacrifici perché doni loro un po’ di vento, al fine di tornare a casa. A nulla serve il sacrificio dei bulbi oculari o la cremazione di un compagno, purtroppo ancora vivo: essendo il “padre della vittoria”, ovvero un dio della guerra che decide le sorti dei conflitti, Odino ha bisogno di una battaglia per essere gratificato. Così, i vichinghi decidono di combattere fra loro, e la carneficina soddisfa il dio, che gonfia le vele della nave e li riporta nelle terre natie. Ma il “Padre del Tutto” ha ormai lasciato le sue tracce sul nuovo continente, in attesa che altri vichinghi tornino a venerarlo.

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Nel presente, un uomo chiamato Shadow Moon (Ricky Whittle) si appresta a uscire di prigione dopo tre anni, ansioso di riabbracciare sua moglie Laura (Emily Browning). Purtroppo, però, il direttore lo convoca nel suo ufficio e gli comunica una tragica notizia: Laura è morta in un incidente stradale, quindi Shadow sarà rilasciato con qualche giorno di anticipo per partecipare al funerale. In aeroporto, la hostess di terra della compagnia aerea gli nega il cambio del biglietto, ma lui ricorda le parole del suo compagno di cella, Low-Key Lyesmith (Jonathan Tucker), e mantiene la calma: quando si è appena usciti di prigione, «mai far incazzare quelle stronze dell’aeroporto», come gli ha detto Low-Key. Sull’aereo per l’Indiana, Shadow si ritrova seduto in prima classe vicino a Mr. Wednesday (Ian McShane), uomo dall’agile parlantina che gli propone di lavorare come suo braccio destro, ma lui rifiuta e si mette a dormire, salvo poi scoprire che l’aereo ha dovuto fare un atterraggio di emergenza a St. Louis per il brutto tempo. Piuttosto che attendere la coincidenza, Shadow noleggia un’auto e si mette in viaggio, fermandosi lungo il tragitto per mangiare qualcosa. Curiosamente, nel locale incontra di nuovo Wednesday, che gli ripete la sua offerta: Shadow contava di lavorare nella palestra del suo amico Robbie, ma Wednesday gli consegna un giornale con i necrologi, dove scopre che Robbie è morto nello stesso incidente di Laura. Il lancio di una monetina decide la sorte di Shadow, che accetta il lavoro, ma prima viene spinto a battersi con il leprecauno Mad Sweeney (Pablo Schreiber), che lo provoca e gli offre una moneta d’oro se farà a pugni con lui. Shadow lo batte e si guadagna la moneta.

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Giunti in Indiana, Wednesday dice a Shadow di prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno, ma questa sarà l’unica occasione in cui potrà farlo. Shadow si reca al funerale, dove parla con una sconvolta Audrey (Betty Gilpin), moglie di Robbie e migliore amica di Laura: la donna gli rivela che i loro consorti avevano una relazione, e che Laura è deceduta mentre praticava sesso orale a Robbie. Incredulo, Shadow mantiene comunque la sua calma, e attende di trovarsi da solo davanti alla tomba di Laura per sfogarsi, chiedendo ad alta voce le ragioni del suo tradimento; alla fine, prende la moneta d’oro di Sweeney e la getta sulla terra umida. Audrey lo raggiunge, sempre più sconvolta, e gli propone di consumare un rapporto sessuale in sfregio a suo marito, ma lui rifiuta e l’abbraccia per calmarla. La terra inghiotte la moneta, non vista. Intanto, a Los Angeles, una donna di nome Bilquis (Yetide Badaki) incontra un uomo conosciuto on-line, e lo conduce in una stanza per fare l’amore con lui. Durante il rapporto, lei gli chiede di venerarla come se fosse la sua dea, e lui, travolto dal piacere, comincia a pronunciare appassionate parole d’amore: nel mentre, il corpo di Bilquis s’ingigantisce, inghiottendo l’uomo dentro di sé proprio al vertice dell’amplesso. In Indiana, Shadow torna a piedi verso il suo motel, ma uno strano dispositivo a lato della strada attira la sua curiosità: l’oggetto si apre e si attacca al suo volto, facendogli perdere i sensi. Shadow si risveglia a bordo di un’enorme limousine, dove uno strano ragazzo – Technical Boy (Bruce Langley) – lo accoglie senza cerimonie. Il ragazzo fa comparire due energumeni senza volto sul sedile di Shadow, e ordina loro di colpirlo per fargli capire che non si scherza. Dice che Wednesday e i suoi simili sono antiquati, superati, e che il futuro appartiene a lui e ad altri come lui. Shadow non è molto disposto a collaborare, e inoltre non ha la minima idea di cosa stia dicendo, quindi il ragazzo ordina agli energumeni di ucciderlo. Di nuovo sulla strada, Shadow viene malmenato e appeso a un albero con un cappio, ma una forza misteriosa interviene in suo soccorso e smembra gli uomini di Technical Boy in un bagno di sangue. La corda si spezza e Shadow cade a terra, malconcio ma vivo.

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Da questa première traspare l’approccio graduale e ponderato degli showrunner sul romanzo di Gaiman: i primi due capitoli sono distillati nelle scene fondamentali, riprodotte quasi per intero o riadattate alle esigenze del medium. Bryan Fuller e Michael Green, in effetti, restano fedeli ai dialoghi dello scrittore inglese, aggiungendo qualche spunto brillante che si amalgama ottimamente al contesto, senza mai stravolgerlo. Anche la ricombinazione di alcune scene non risulta traumatica, ma ben calibrata nell’operazione di adattamento, come l’aggressione da parte degli uomini di Technical Boy: in questo caso, gli showrunner hanno fuso due diversi momenti del libro per ragioni di sintesi, senza però snaturare il prodotto.

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Gli autori trovano così la loro strada in un’opera letteraria molto densa, dove il linguaggio sobrio ed evocativo di Gaiman pretende una trasposizione altrettanto efficace, soprattutto nel costruire le immagini. Bryan Fuller, Michael Green e David Slade adottano una varietà di tecniche cinematografiche per tutelare la forza espressiva del romanzo, puntando sul parossismo, sull’assurdo e sull’astrazione onirica. Il montaggio e gli effetti speciali non cercano la naturalezza, non ambiscono a sparire per agevolare la fluidità del racconto, ma dichiarano a gran voce i loro artifici: sono l’emblema del passaggio di Shadow dalla realtà terrena a una dimensione sovrasensibile, concreta ma sfuggente. La vediamo nei suoi incubi, quando Shadow si trova davanti all’albero cosmico Yggdrasil, e la percepiamo nel grottesco segmento di Bilquis, carico di una sensualità e di un’inquietudine che si riflettono anche nelle scelte cromatiche. Adattare con successo una scena del genere è già un grande risultato, considerando il soggetto. L’apice di questo processo coincide però con l’apparizione di Technical Boy, dove il montaggio delle inquadrature e l’utilizzo del digitale contribuiscono a suscitare un effetto di straniamento, lo stesso provato da Shadow in quella circostanza: è qui che l’episodio ha il coraggio di spingersi anche oltre il romanzo in termini di narrazione surreale, costruendo un’allucinazione dalle tinte asettiche che dà corpo al nuovo idolo delle masse, la tecnologia di consumo.

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Questa tendenza al parossismo si riflette anche negli eccessi splatter che incorniciano l’episodio, sia nel prologo sia nell’epilogo. Com’è già accaduto in altri suoi show, Bryan Fuller vede nell’eccesso una possibilità di astrazione, di trascendenza dal reale, utile per frapporre una distanza critica – talvolta ironica – fra spettacolo e spettatore. In fondo, American Gods deve parlare di noi, delle nostre divinità passate, presenti e future, quindi gli autori non promuovono una fruizione acritica: al contrario, vogliono che ci specchiamo nel racconto per meditare sulla sue implicazioni reali. Per lo stesso motivo, le performance di alcuni attori sono visibilmente sopra le righe, esagerate e anti-naturalistiche. Le interpretazioni di Jonathan Tucker, Pablo Schreiber e soprattutto Ian McShane (davvero irresistibile nella sua combinazione di fascino e ribalderia) fanno da contraltare alla prova di Ricky Whittle, rigidamente misurata nel controllo delle emozioni, maschera imperturbabile che non accenna a sciogliersi nemmeno quando scopre la sorte di Laura, proprio come accade nel libro. Sarà interessante seguire l’evoluzione di questo personaggio apparentemente granitico, destinato a elaborare il lutto nel modo più insolito possibile. L’inizio del suo percorso fa ben sperare per il futuro della serie, che promette un’esperienza visiva e narrativa di alto livello.

Voto: ★★★★★

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