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Alien: Covenant, la recensione di Roberto Recchioni

Alien: Covenant, la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

ALIEN: COVENANT
la recensione del RRobe

In principio era Alien.
E Alien era cosa buona e giusta.
Un’opera impossibile, nata per la fortunosa combinazione di arte e industria, ideazione e produzione.
Da una parte un gruppo di talenti di primissimo piano provenienti dagli ambiti più disparati del mondo dell’arte, dall’altra parte un gruppo di rodatissimi professionisti, maestri del cinema di lungo corso. In mezzo, a fare da tramite e da traduttore per questi mondi apparentemente inconciliabili, il talento visionario di un regista alla sua seconda pellicola per il grande schermo: Ridley Scott.
E’ il 1979 quando esce Alien, un periodo di transizione culturale: l’esperienza del cinema autoriale e “contro” degli anni ‘settanta sta finendo ma ancora non è sorto quel “Nuovo Cinema Americano” da Steven Spielberg che caratterizzerà tutti gli anni ‘80. Alien irrompe nella scena come un prodotto alieno (perdonate il gioco di parole) perché se da una parte Dan O’Bannon ci porta dentro tutte le suggestioni dei “B” movie di fantascienza e mostri degli anni ‘50, dall’altra parte Scott redime quel materiale grezzo grazie alle esperienze che ha maturato nel fiorente settore degli spot televisivi, donando al film massicce dosi di una ricercatezza visiva capace di strizzare l’occhio a Kubrick e, nello stesso tempo, guardare alle gallerie d’arte svizzere e a riviste a fumetti come Métal Hurlant.
Nulla era come Alien prima di Alien.
E nulla, a causa dell’irripetibilità di tanti fattori diversi e distanti, è stato come Alien dopo Alien.
Non è un caso che quando la Fox decide di dargli un seguito, non si rivolge a Scott ma va a cercare un altro talento in erba da cui tutti si aspettano grandi cose: James Cameron.
E’ il 1986 a quel punto. Il mondo è molto diverso. La sensibilità del regista di Terminator è più in linea con il tempo e il suo talento visivo è pari, se non superiore, a quello di Scott. E’ un altro successo impossibile da replicare.

alien-covenant-copertina

Così, nel 1992, Alien³ viene affidato nuovamente a un regista giovane e di belle speranze: David Fincher. Le cose vanno meno bene che nei due casi precedenti. Fincher spende molta della sua straordinaria visionarietà nel progetto, ma uno script rimaneggiato un numero infinito di volte non lo aiuta a portare a casa un risultato felice. Le cose non vanno molto meglio nel 1997 con Alien: Resurrection. Ancora una volta la Fox si affida a un nuovo talento dalle spiccati doti visive, Jean-Pierre Jeunet, ma questa volta non funziona quasi niente. Jeunet è lontanissimo dall’universo di Alien e il suo tocco grottesco mal si sposa con l’elegante e terribile creatura gigeriana. Di Resurrection restano poche scene isolate a tenere alto il nome del brand e nulla più.
A questo punto la vena autoriale sembra ormai spenta e fallimentare: lo Xenomorpho pare condannato a vivere sull’Isola dei Famosi dei mostri fuorimoda, assieme al suo cugino meno nobile, il Predator.
Poi arriva Prometheus. E le cose si fanno complicate.
È il 2012. La carriera di Ridley Scott, tra notevoli picchi e qualche profonda valle, è in un momento di stanca. Il regista (che stupido non è) sa che ha ancora due carte di enorme valore da giocarsi, ovvero il ritorno ai franchise che ha saputo creare: Alien e Blade Runner, due delle opere più seminali di ogni tempo.
Opta inizialmente per Alien, ma visto che è Ridley Scott, ovvero un autore enorme da cui ci si aspetta cose significative, fare un sequel non gli interessa. Per questo concepisce l’idea di creare una nuova proprietà intellettuale che sia sì collegata ad Alien, ma che ne espanda l’universo e che non veda lo xenomorpho come protagonista assoluto. Del resto, di materiale su cui lavorare ce n’è, a cominciare dal quel misterioso “Space Jockey” che per quasi quarant’anni ha generato infinite domande nel popolo degli appassionati della saga. L’idea è buona. La messa in scena magnifica.
Ma Scott si affida allo sceneggiatore in voga in quegli anni, quel Damon Lindelof che tanti danni ha già fatto con la sua gestione di Lost, e il risultato è un disastro. Il film, sul piano narrativo, è caratterizzato da una storia pretenziosa e confusa che banalizza i concetti più sfumati e inquietanti di Alien, e che viene raccontata con meccaniche narrative al limite della parodia (dai ricercatori che toccano a mani nude delle creature aliene a una delle morti più stupide e ridicole mai viste al cinema). Il pubblico è diviso nei confronti di Prometheus: ci sono quelli che lo odiano e quelli che lo odiano ancora di più. Tranne a Leo Ortolani, a cui piace e che, per questo, è ancora irriso da chiunque lo conosca.

Alien Covenant

Nonostante questo, il film incassa abbastanza per giustificare due sequel che Scott sembra assolutamente intenzionato a girare. Nel frattempo, Neil Blomkamp (regista di alcune interessanti pellicole di fantascienza) si è fatto sotto con la Fox con una proposta: vuole realizzare un seguito di Aliens che non tenga conto dei due successivi capitoli della saga e prenda le mosse da dove Cameron aveva interrotto la sua narrazione. Il piano sembra semplice: Scott continuerà a realizzare la serie di Prometheus, ambientata prima di Alien, mentre Blomkamp porterà avanti la linea narrativa stabilita da Cameron. Alla notizia del progetto di Blomkamp, i fan reagiscono con un entusiasmo parossistico che, più o meno, suona così: “finalmente vedremo un VERO nuovo capitolo Alien e non quella robaccia di Prometheus”.
Scott non la prende bene. Non la prende bene per niente.
Alien è la sua creatura.
Non ha mai riconosciuto alcun merito a Cameron, figurarsi se lo farà con Blomkamp, l’ultimo venuto. Inizialmente, dice che i prossimi nuovi capitoli di Prometheus saranno la prosecuzione del film originale ma che faranno anche da anello di congiunzione con Alien e che per questo si fregeranno del nome del franchise nel titolo. Così, ci saranno altri due Alien, quelli di Scott, e un Aliens 2, quello di Blomkamp. Alla fine, invece, seppellisce semplicemente il progetto del regista sudafricano e, non contento, fa scrivere una sceneggiatura che, in larga parte, sconfessa e mette fuori continuity anche il film di Cameron.
Ciao, ciao, Neil Blomkamp, nello spazio nessuno ti sentirà urlare.

E siamo al 2017.
A oggi.
Ad Alien: Covenant.

Il film si pone alcuni difficili obiettivi di cui il primo è sistemare quel pasticcio combinato da Lindelof con Prometheus, salvando quello che c’era di buono (il personaggio del sintetico David) e dando una conclusione rapida e indolore a tutti gli altri filoni narrativi. Jack Plagem, Michale Green (soggettisti) e John Logan e Dante Harper (sceneggiatori), fanno il possibile ma è ovvio che il risultato sia un ben evidente rammendo che necessita persino di un filmato autonomo (distribuito su Youtube) per essere illustrato con chiarezza.
Il secondo obiettivo è quello di ripartire dall’idea iniziale (prendere l’universo di Alien ed espanderlo) in maniera finalmente coerente e coesa, senza per questo sacrificare del tutto la figura dello Xenomorpho. In questo senso, la pellicola non fallisce, ampliando di molto lo scenario e costruendo un solido ponte con la pellicola originale, tornano a mettere in scena la nostra macchina di morte preferita al massimo della sua gloria.
Il terzo obiettivo è fare un buon film in quanto tale. E qui è più difficile esprimere un giudizio, perché se da una parte Alien: Covenant può vantare momenti di una eleganza e raffinatezza visiva senza eguali (è pur sempre di Scott che parliamo, mica pizza e fichi), è altrettanto vero che ci sono anche attimi di raro imbarazzo che rimandano più a Balle Spaziali che alla celebrata saga dell’alieno immaginato da Giger. E così il film si snoda tra scene di paura realmente agghiaccianti (le scene nel grano e la meravigliosa scena della doccia, su tutte), sequenze di noia e momenti “Ma Che Cazzo?!”. Le parti migliori del film sono tutte quelle legate all’orrore e alla violenza (e qui Scott ci ricorda che è davvero lui il regista di Alien, con buona pace di tutti quelli che sono arrivati dopo), mentre si avverte un certo senso di imbarazzo nelle disgressioni filosofiche e una sostanziale estraneità del regista ai momenti action. Noioso il cast delle vittime mentre il nuovo villain ha un fascino incredibile.

alien-covenant-red-band-cover

Infine, da cultore della saga, devo fare qualche rilievo marginale che non vi consiglio di leggere se non volete spoiler:

DETTAGLI DA NERD CHE AI NERD DANNO FASTIDIO

Se c’è una cosa che mi ha dato fastidio della pellicola è che Scott è ben poco rispettoso con le regole che lui stesso ha creato.

– La tempistica dell’incubazione degli alieni è del tutto stravolta rispetto a quanto visto in Alien.

– L’aspetto dello Xenomorpho da neonato (appena uscito da uno stomaco, per capirsi) è diverso da quello che fino a questo momento ci avevano mostrato.

– L’acido che l’alieno ha per sangue ora è molto meno devastante.

– Tutto il processo riproduttivo è reinventato e mette del tutto fuori gioco l’universo di Aliens.

– Lo Xenomorpho, se incubato in un essere umano, ora cammina eretto come un tipo qualsiasi.

– I coloni-astronauti continuano a toccare le cose con le mani sui pianeti alieni.

FINE DEL MOMENTO NERD.

In conclusione, Alien: Covenant è un film molto meno brutto di quanto dicono in molti (forse un pelo troppo legati a quello che credevano di sapere sulla mitologia dell’alieno) che merita di essere visto per le tante cose belle che sa mettere in mostra, a patto però di riuscire a sorvolare su degli aspetti francamente poco riusciti.
Aspettando i prossimi capitoli che ci dovranno portare fino alla Nostromo.

Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni
Illustrazione esclusiva per ScreenWEEK di Roberto Recchioni

ALIEN: COVENANT – LEGGI LA RECENSIONE DI SCREENWEEK

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