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Tredici – La recensione della serie Netflix

Tredici – La recensione della serie Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

In originale s’intitola 13 Reasons Why (in italiano, più semplicemente, Tredici), e questa è già una dichiarazione d’intenti: tredici sono le ragioni che portano al suicidio di Hannah Baker, tredici sono le sue registrazioni sulle audiocassette, e tredici sono le puntate della prima stagione, uscita recentemente su Netflix. Questa rigida impostazione – ogni episodio corrisponde a una singola motivazione, quindi a una singola persona – si ripercuote sull’intera serie, che espande il romanzo omonimo di Jay Asher per valorizzare sia le sfaccettature della trama sia la pluralità dei punti di vista, adattandolo inoltre alle dinamiche del nostro presente.

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Come accennato poc’anzi, al centro della storia c’è il suicidio dell’adolescente Hannah Baker (Katherine Langford), studentessa del terzo anno in un liceo della provincia americana. Due settimane dopo la sua morte, Clay Jensen (Dylan Minnette) riceve un pacco contenente sette audiocassette, registrate da Hannah prima del suicidio. Lei e Clay erano amici, compagni di scuola e persino colleghi, poiché lavoravano insieme in un cinema della città. Le istruzioni sono chiare: le cassette sono state inviate alle persone che Hannah ritiene responsabili del suo gesto, e ognuna di esse dovrà ascoltarle fino alla fine per poi passarle al nome successivo sulla lista. La ragazza, in questo modo, costringe i suoi “carnefici” a tornare all’analogico, agli oggetti fisici; niente digitale, niente google maps per rintracciare i luoghi del racconto, solo nastri e mappe cartacee. Clay è sconvolto: qual è stata la sua colpa? L’unico modo per scoprirlo è ascoltare i nastri, nell’attesa di arrivare al proprio. Ogni registrazione, infatti, è dedicata a una persona diversa, e Hannah racconta le vicissitudini che hanno distrutto la sua vita, a cominciare dal breve flirt con un suo compagno di scuola: si tratta di Justin (Brandon Flynn), fascinoso giocatore di basket che le ha dato appuntamento in un parco giochi, e con cui ha scambiato il suo primo bacio. Purtroppo, Justin ha raccontato in giro alcune falsità su di lei, corroborandole con una foto maliziosa che le ha scattato sullo scivolo, e da quel momento l’esistenza di Hannah è precipitata in un gorgo di meschinità, invidie, menzogne e derisioni. Ascoltando i racconti dell’amica, Clay rivive l’amore che provava per lei, e che non è mai riuscito a esprimere fino in fondo; al contempo, resta invischiato nelle macchinazioni dei suoi compagni, pronti a tutto pur di evitare che la verità emerga in superficie. Tra false amicizie, orribili violenze e passioni spente sul nascere, nessuno si è reso conto che sarebbe bastato un piccolo gesto, forse anche una parola detta nel modo giusto, per salvare Hannah Baker.

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In effetti, l’epopea adolescenziale di 13 Reasons Why è attraversata da questa dolorosa consapevolezza: la morte di Hannah, essendo già trascorsa, è un fatto ineluttabile. Clay non può salvarla, e i rimpianti servono soltanto a favorire un processo di auto-coscienza. Nei suoi tredici episodi, così densi ed estenuanti, la serie costruisce un percorso di avvicinamento progressivo alla catastrofe, come un treno lanciato a velocità crescente verso il precipizio, ma che nessuno – pur conoscendone la meta – è in grado di fermare. Si può dire che il narratore sia onnisciente, poiché favorisce la suddetta pluralità dei punti di vista, ma Clay resta comunque la nostra guida a livello emotivo: solitario, introverso e intelligente, Clay vive l’isolamento dell’outsider e il dramma dell’empatia, che lo rendono l’unico protagonista possibile. All’opposto degli altri, lui sente tutto ciò che Hannah ha provato nelle sue esperienze, ne resta sconvolto e si batte per renderle giustizia. Ma gli showrunner Brian Yorkey e Diana Son non sottovalutano gli altri personaggi, anzi, ne tratteggiano le personalità con una cura superiore alla media: nessuno è realmente “cattivo”, non c’è uno sguardo manicheo sulla realtà adolescenziale; al contrario, ognuno di essi rivela sfumature inaspettate che oscillano tra l’egoismo e il senso di colpa, soprattutto se pensiamo alle gradazioni caratteriali di Alex (Miles Heizer), il più sfumato del gruppo, i cui turbamenti psicologici non sfociano mai nello stereotipo.

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Ne deriva una profonda separazione tra la sfera degli adolescenti e quella degli adulti, laddove quest’ultima si dimostra incapace di comprendere la prima, di calarsi nella sua prospettiva. Gli adulti, esclusi dalla vicenda, vedono soltanto ciò che desiderano vedere, ovvero la maschera dietro cui si nascondono i loro figli; oppure s’illudono di poterne risolvere i problemi con un pragmatismo tutto americano, fatto di programmi da seguire e psicologi da consultare. Ma certe questioni possono essere affrontate soltanto fra adolescenti, secondo le regole implicite del loro universo. 13 Reasons Why – similmente all’ottimo Easy Girl, ma in veste drammatica – mette in scena l’importanza del pensiero collettivo in età puberale, dove la verità personale passa in secondo piano rispetto all’opinione comune: la maggioranza prevale, perché il singolo ne brama la protezione. E la maggioranza soggiace alla cultura dominante, venata di sessismo e ipocrisia. Lo slut-shaming trae origine da qui, insieme a quella mentalità che giustifica lo stupro e ne incolpa le vittime: non a caso, la svolta cruciale nell’esperienza di Hannah coincide proprio con un rapporto non consenziente. Tradita dagli amici, perseguitata dai pettegolezzi, testimone dello stupro di una sua compagna, Hannah non è in grado di opporsi quando Bryce (Justine Prentice), la star del football che già aveva violentato Jessica (Alisha Boe), la costringe a un rapporto sessuale che la lascia inerte, catatonica, insensibile, come un guscio vuoto. È quello il momento in cui la sua luce si spegne definitivamente: Hannah smette di opporsi non perché consenziente, ma perché già “morta”. Il suicidio, parafrasando le tristi parole di David Foster Wallace, è solo un modo per “formalizzare” una realtà che già esisteva dentro di lei, un passaggio (dal suo punto di vista) inevitabile.

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Questa traiettoria discendente culmina proprio nella sequenza del suicidio e nel successivo ritrovamento del cadavere, momento straziante ma non ricattatorio, tragico ma non melodrammatico. Alle spalle c’è una sapiente costruzione emotiva: nonostante sia già avvenuta, la scena ci viene mostrata proprio al termine della stagione, quando ormai abbiamo imparato ad amare Hannah e a empatizzare con la sua sofferenza; solo allora, dopo aver conosciuto la sua storia, abbiamo il diritto di vederne la conclusione. Il senso d’impotenza è ben percepibile, soprattutto quando ci caliamo nello sguardo e nell’immaginazione di Clay, scoprendo quelle parole non dette che avrebbero potuto mutare il corso degli eventi. Struggente, in tal senso, il what if dove Clay immagina di restare insistentemente al fianco di Hannah, invece di rispettare la sua richiesta di lasciarla in pace, al principio di un rapporto amoroso: nel nastro, lei spiega che Clay non fa realmente parte della lista, non è colpevole, ma aveva bisogno di lui per raccontare la sua storia in modo completo; e quel rifiuto era figlio di un disagio troppo intimo per sperare di superarlo, anche tra le braccia del ragazzo che amava. Certo, Clay non può fare a meno di colpevolizzarsi, e di odiare le sue insicurezze e la sua inesperienza per averlo spinto a desistere. Al contrario del patetico Mr. Porter (Derek Luke), l’inadeguato psicologo della scuola che non ha saputo cogliere il dolore della ragazza, Clay non cerca l’autoassoluzione, ma si prende responsabilità persino maggiori del dovuto, e cerca di trarne un insegnamento per il futuro.

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Il risultato è un nuovo caposaldo delle serie tv adolescenziali, anche grazie alla sobria professionalità di Tom McCarthy e Gregg Araki, registi di due episodi ciascuno. Al netto di alcune inverosimiglianze nella densità degli eventi e di vari schematismi un po’ ripetitivi (le disavventure di Hannah sono spesso causate da persone che cambiano faccia in modo repentino, dimostrandosi meschine ed egoiste), 13 Reasons Why è una riflessione antiretorica sui fenomeni del bullismo e del disagio giovanile, che costringe ad affrontare la realtà del lutto senza scappatoie o edulcorazioni. In un contesto sociale che osanna i vincenti e incoraggia la competizione spietata fin dalla tenera età, dove i genitori preferiscono imbottire i figli di medicinali e gli insegnanti adottano metodi artificiosi per stimolare il confronto, gli adolescenti non sono quell’età “perduta” di cui troppo spesso si parla, ma un magma complesso di disturbi ed emozioni che pulsa di vita propria. Se Netflix deciderà di ordinare una seconda stagione, chiudendo così le trame lasciate in sospeso, il discorso potrebbe espandersi ben oltre i limiti del romanzo: i cliffhanger, seppure ambigui e sottili, non mancano.

Voto: ★★★★

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