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Legion – La recensione del season finale: Chapter 8

Legion – La recensione del season finale: Chapter 8

Di Lorenzo Pedrazzi

Toccata e fuga, ma intensissima. La prima stagione di Legion si conclude dopo otto episodi, affermandosi non solo come una delle migliori serie supereroistiche di sempre, ma anche come la più insolita e originale, capace di mantenersi in equilibrio tra il sovvertimento dei tòpoi e la celebrazione della mitologia fumettistica, con i suoi codici e le sue regole. L’ultima puntata, scritta nuovamente da Noah Hawley, resta fedele all’impianto iniziale e getta un ponte verso la seconda stagione, già ordinata da FX.

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Il prologo ci ricorda che ogni azione ha le sue conseguenze, e che gli antagonisti non sono figurine bidimensionali. Tornando al primo episodio, scopriamo che Clark (Hamish Linklater) è sopravvissuto per miracolo al salvataggio di David (Dan Stevens) durante l’interrogatorio, ma l’attacco dei mutanti gli ha lasciato ustioni di terzo grado su varie parti del corpo. Il suo compagno e il loro figlio adottivo lo accolgono amorevolmente al suo risveglio in ospedale, supportandolo nel percorso di riabilitazione. Una volta tornato alla Divisione 3, Clark rifiuta un lavoro d’ufficio e giura vendetta contro David e i mutanti: questo ci riporta al presente, dove Clark e una squadra armata della D3 circondano la tenuta di Summerland, ma David usa la telecinesi per imprigionare i soldati in una sorta di colonna umana, rendendoli inoffensivi. È chiaro che i precedenti sette episodi non sono trascorsi invano, e il protagonista ha ormai imparato a gestire almeno una parte dei suoi immensi poteri. David, Syd (Rachel Keller), Melanie (Jean Smart), Ptonomy (Jeremie Harris), Cary (Bill Irwin) e Kerry (Amber Midthunder) portano Clark nell’edificio, mentre i suoi colleghi del D3 osservano tutto attraverso la telecamera impiantata nell’occhio artificiale dell’agente. David cerca di convincerlo che umani e mutanti possano coesistere, ma il dispositivo che teneva a bada Amahl Farouk – alias il Re delle Ombre – esaurisce la sua energia, e il parassita attacca nuovamente David dall’interno, facendogli perdere conoscenza.

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Cary, aiutato da Oliver (Jemaine Clement), connette David a una macchina che dovrebbe estrarre Farouk dalla sua mente, dove intanto si svolge una battaglia psichica tra il protagonista e il parassita. Inizialmente David riesce a paralizzare il Re delle Ombre, che però contrattacca e si appresta a ucciderlo, facendolo strangolare dalle sue stesse mani. Syd interviene e bacia David, trasferendo Farouk nel suo corpo. Il Re delle Ombre ne prende il controllo e tocca Kerry per entrare nella sua mente, scatenandone la forza su Ptonomy e Clark. Intanto, però, David si sveglia, ormai libero dal parassita. Proprio quando Kerry/Farouk sta per andarsene, David le sbarra la strada, e i due nemici si scontrano circondati da aure di energia psichica; pur nella sua brevità, questa è una delle scene più fedeli al canone tradizionale dei supereroi, e dimostra come Legion sappia anche rendere omaggio all’iconografia del suo genere di partenza. L’impatto fa sbalzare via entrambi gli avversari, ma ottiene l’effetto di sradicare Farouk dalla mente di Kerry: il Re delle Ombre prende quindi il controllo di Oliver, e fugge in macchina con Lenny (Aubrey Plaza) – che in realtà è una proiezione di Farouk – sul sedile del passeggero, diretti verso un “posto caldo”. A Summerland, Clarksi convince a collaborare con i mutanti, mentre David e Syd – in una scena mid-credit – si ritrovano sul balcone dell’edificio per riflettere sul loro futuro. Purtroppo, però, un drone sferico chiamato Equinox miniaturizza David e lo teletrasporta al suo interno per condurlo al D3, sotto allo sguardo inerme di Syd, che chiama aiuto.

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Come si diceva nella recensione del primo episodio, il racconto supereroistico è solitamente caratterizzato da fattori ricorrenti che si riverberano nelle trasposizioni cine-televisive, spesso costrette a focalizzarsi solo sugli elementi archetipici di un fumetto (o di un personaggio) per esigenze commerciali o di tempo. Al netto di poche eccezioni, la linearità narrativa e la distinzione manichea tra bene e male sono quindi una costante nei cinecomic, poiché facilitano la reiterazione dei soliti schemi, dove l’azione si alterna allo sviluppo della trama, e il percorso formativo dell’eroe sfocia nello scontro finale con l’antagonista. Legion segue a grandi linee il medesimo canovaccio (anche qui c’è un percorso formativo che culmina nello scontro finale), ma Noah Hawley lo libera dalle briglie del mondo fisico e lo trasferisce in una dimensione astratta, mentale: gran parte della prima stagione si svolge infatti nella psiche di David, popolata da manifestazioni spettrali e prigioni incorporee, dove i piani temporali s’intersecano senza soluzione di continuità. Non è la logica dei fatti a guidare la narrazione, ma quella ondivaga dei ricordi, sempre sfumati e inaffidabili, legati da connessioni emotive più che razionali. Questa astrazione del racconto si ripercuote sulla struttura stessa della serie, le cui trame sono spesso surreali e rarefatte, come in un sogno: di conseguenza, il formato dello show è mutevole, e può trasfigurarsi nel musical o nella commedia, nel melodramma o nella fantascienza, nell’azione o nel grottesco, nell’horror o nel romanticismo indie.

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La tendenza a sfuggire da un genere preciso è di per sé innovativa per uno show supereroistico, e trova conferma anche in un episodio come Chapter 8, obbligato giocoforza a tirare le fila della storia e offrire una conclusione soddisfacente (pur con l’inevitabile cliffhanger). Intendiamoci, nessuna puntata di Legion ha eguagliato l’eterogeneità del pilot, ma vari episodi hanno saputo esplorare ancor più a fondo i labirinti psicologici della trama, proponendo una folle alternativa alla linearità dei cinecomic; questo finale di stagione, dal canto suo, riesce nell’arduo compito di bilanciare realtà concreta e allucinazione, favorendo un dialogo tra le due dimensioni. Anche quando i fatti si svolgono all’esterno della mente di David, c’è sempre una sfumatura grottesca o un dettaglio straniante che ci costringe a restare vigili. Di fatto, il grande pregio di Legion è proprio questo: se molti cinecomic possono essere narrati e fruiti con il pilota automatico, prevedendo ogni reazione e ogni conseguenza, la serie di Noah Hawley pretende invece che sia lo spettatore a stabilire i collegamenti e trarre le proprie deduzioni, sfidandolo a interpretare liberamente ciò che vede. Nel contaminare i registri, Legion dà vita a un leviatano di generi che rifiuta la linearità e le semplificazioni più banali, ma non perde mai il rispetto per il suo pubblico: ogni domanda trova una risposta, e alla fine il mosaico risulta completo.

Voto: ★★★★ 1/2

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