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18 aprile 2017 • 17:30 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Hot Girls Wanted: Turned On – La recensione in anteprima della serie Netflix

Hot Girls Wanted: Turned On esamina le interazioni tra sesso e nuove tecnologie da varie angolazioni, esplorando il porno amatoriale, le dating app e molto altro.
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Sono lontani i tempi in cui l’industria del porno era “il Figlio Grosso e Rosso del cinema tradizionale”, come diceva David Foster Wallace nel suo famoso reportage dagli AVN Awards. Ora, complici il download illegale e i siti di porn-tube, nessuno – soprattutto i più giovani – è più disposto a pagare per la pornografia, ed è qui che Hot Girls Wanted: Turned On scova il suo territorio da esplorare: la serie documentaristica targata Netflix è un’estensione dell’omonimo film prodotto da Rashida Jones, co-autrice dello show con Ronna Gradus e Jill Bauer, e indaga le diramazioni delle nuove tecnologie nell’industria del porno, nel sesso e nell’utilizzo dei social network.

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I cinque episodi di questa recensione (quelli che ho potuto visionare in anteprima) trattano l’argomento da diverse angolazioni e ne mettono in luce le sfaccettature più variegate, non necessariamente connesse alla pornografia in sé, ma all’interazione generale tra sesso e tecnologia.

– Il primo, Women on Top, segue il lavoro dell’americana Holly Randall e della svedese Erika Lust, due registe che mirano a cambiare l’industria dall’interno, offrendo una pornografia più orientata verso il pubblico femminile: oltre a rifiutare tutto ciò che considerano degradante (come scene di sottomissione o violenza simulata), esse restituiscono centralità alla figura femminile, non più ritratta solo come dispensatrice di piacere, ma come soggetto attivo della rappresentazione pornografica.

– La seconda puntata, Love Me Tinder, segue le vicende amorose di James Rhine attraverso l’utilizzo di Tinder e altre dating app. Ex concorrente del Grande Fratello americano, Rhine si guadagna da vivere come organizzatore di eventi e tende a non indugiare troppo su un singolo rapporto, scegliendo di sparire non appena la situazione diventa noiosa o spiacevole.

– Il terzo episodio, Owning It, è incentrato su Bailey Rayne, modella di Playboy e celebre webcam girl che lavora come agente di aspiranti pornostar, facendo loro da tutor nelle prime esperienze in questa industria; Bailey gestisce autonomamente la sua attività, rivendicando l’assoluta indipendenza della sua scelta e del suo lavoro.

– Il quarto, Money Shot, torna sui passi del lungometraggio e ci riporta alla corte di Riley Reynolds, il fondatore di Hussie Models: giovane imprenditore, Riley progetta di lanciare un sito tutto suo mentre produce e dirige film porno amatoriali, accogliendoci dietro le quinte di uno di essi.

– Il sesto episodio, Don’t Stop Filming, esamina invece il caso di Marina Lonina, diciottenne che salì alla ribalta delle cronache statunitensi per aver pubblicato su Periscope la diretta di uno stupro, senza fare nulla per intervenire; le telecamere accompagnano Marina fino alla sentenza finale, che consiste in nove mesi di reclusione senza l’inserimento nel registro dei responsabili di reati sessuali.

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L’aggiunta del sottotitolo Turned On” (che significa sia “acceso” sia “eccitato”) indica proprio l’estensione della serie oltre i limiti del film, il cui interesse era confinato al porno amatoriale e alle vicende di alcune neo-diciottenni che si avvicinavano a quel mondo per emanciparsi dal nucleo familiare. In tal senso, episodi come Love Me Tinder e Don’t Stop Filming abbandonano la pornografia per concentrarsi sul rapporto tra sesso e social network, vita sociale e tecnologia di consumo, dove la presenza di nuove forme comunicative sortisce effetti concreti sulla nostra intimità: si usa Tinder, insomma, perché più “facile” e meno impegnativo, in grado di abbattere alcune barriere d’imbarazzo sulla strada dei rapporti occasionali o duraturi, anche per chi non ha certo problemi di ansia sociale. Non è qui, però, che la serie si esprime al meglio delle sue possibilità. Quando racconta la storia di James Rhine e delle sue spasimanti, Hot Girls Wanted: Turned On rischia di scivolare nella solita retorica tecnofobica da rotocalco televisivo, pur adottando il punto di vista di Rhine per umanizzarne il personaggio, anche di fronte alle sue decisioni più ingiuste o immature. Ciò che traspare è però un’analisi troppo scontata, dove le autrici hanno la furbizia di affidare le sentenze morali alle donne intervistate, fingendo di sospendere il proprio giudizio sulle dating app e sull’isolamento da smartphone.

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La gradita assenza di una narrazione off delega la costruzione (anche emotiva) del racconto al montaggio e alla scelta delle inquadrature, sfruttando i tagli e le pause verbali per suscitare determinati effetti nel pubblico: se è vero che in alcuni casi noi spettatori siamo soltanto mosche sul muro, entità invisibili che osservano e ascoltano da vicino, in altre situazioni la presenza di una “guida” è ben percepibile, soprattutto nelle interviste. L’ambiguità è palese soprattutto quando i personaggi sono colti nelle loro interazioni private, ed è inevitabile chiedersi quanto ci sia di naturale (poco, probabilmente) e quanto di preparato, di “messo in scena”. Per questa ragione, se pensiamo a un episodio come Money Shot, sono molto più interessanti le parti in cui esploriamo la realizzazione di un filmino porno rispetto a quelle che si soffermano sul rapporto tra Riley e sua madre, o tra lui e la sua ragazza. Nel mostrarci il backstage di un porno interraziale, l’episodio ne viviseziona la realizzazione fino a svelarne l’artificiosità intrinseca: scomposto nelle sue singole parti, frammentato in diverse scene e diversi tentativi, il filmino diventa un collage scomposto di gemiti simulati e posture goffe, fino al tanto sospirato money shot (l’eiaculazione) senza il quale non c’è pagamento assicurato. La pornografia si rivela così un magma di automatismi e di “coercitive esattezze fisiologiche” – per citare le Parole notturne di George Steiner – che pure si amalgamano attraverso il montaggio in un prodotto teoricamente efficace, essenziale nella sua forma quanto nei suoi effetti: il porno amatoriale di Riley Reynolds non punta alla confezione estetica, ma solo alla funzionalità (spesso fredda e asettica) dei suoi singoli elementi.

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Il discorso cambia quando spostiamo l’attenzione su Holly Randall ed Erika Lust: in un’industria che “non è solo volgare, ma lo è in maniera prevedibile” (sempre Wallace), le due registe cercano una strada alternative, più patinata e orientata al femminile. Se è vero che – citando ancora Steiner – nella pornografia commerciale le “risorse immaginative [del fruitore] sono ridotte a zero”, Randall e Lust cercano quantomeno di ricavarsi una nicchia di libertà all’interno di un mondo che obbliga a rappresentare esplicitamente l’erotismo nei minimi particolari. Nei loro lavori c’è quindi più spazio per la suggestione e per il trasporto passionale, oltre che per la cura fotografica delle immagini. Entrambe affermano il loro femminismo nella pornografia, soprattutto Erika Lust, che di questa commistione – un tempo ritenuta impossibile – è una vera e propria teorica: non si tratta solo di realizzare film women friendly, ma di porre la donna al centro di un discorso sul suo corpo e sulla libertà di disporne come meglio crede, anche in quanto oggetto sessuale, ma sempre alle proprie condizioni. L’episodio su Bailey Rayne centra l’argomento in modo forse ancor più risolutivo: Bailey è consapevole di diventare un oggetto sessuale ogni volta che si esibisce davanti alla webcam, ma è totalmente artefice del proprio destino e vede i suoi spettatori solo come numerini su uno schermo. La riduzione del consumatore a “dato statistico” ribalta il rapporto tra sfruttato e sfruttatore, dove il cliente pagante smette di essere il soggetto delle sue azioni, e diventa l’oggetto dell’attività di qualcun altro. Owning It emancipa la pornostar dal suo ruolo stereotipato (anche nell’aspetto fisico: Bailaey conserva infatti un look naturale da “ragazza della porta accanto”) e mostra vari retroscena che ne normalizzano l’immagine, avvicinandola a un’idea di semplice quotidianità; e questo è vero anche per le ragazze cui fa da tutor, così tenere e ingenue quando sbarcano in California per tentare una carriera potenzialmente lucrosa – ma irta di disagi – come quella a luci rosse.

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Se ne ricava il quadro di un’industria in fase di trasformazione, obbligata a fare i conti con i nuovi orizzonti della fruizione digitale e con le esigenze sempre più pressanti di uno sguardo alternativo, femminile, sulla pornografia. Se le richiesta di scene aberranti fa rabbrividire chiunque sia dotato di buon senso (persino il filmino di Riley, per venire incontro ai desideri del pubblico, include la simulazione di un soffocamento), il lavoro di alcune modelle o cineaste dimostra che c’è davvero spazio per una visione parallela di quest’industria, meno sessista e più inclusiva, nonché più aperta verso altre fasce di pubblico. Quando illumina questi angoli d’ombra della pornografia, Hot Girls Wanted: Turned On riesce ad affermarsi come l’esplorazione ponderata e costruttiva di un ambiente ancora tabù, dove il pubblico preferisce restare (ipocritamente) sommerso e i professionisti del settore vivono da paria sociali. La serie non soltanto li umanizza, ma dona loro una tridimensionalità che solitamente si perde nella reiterazione meccanica delle performance sessuali.

Voto: ★★★ 1/2

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