Girlboss – La recensione in anteprima della serie Netflix

Girlboss – La recensione in anteprima della serie Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

Paradigma della self made woman nell’era digitale, Sophia Amoruso ha saputo imporsi come un modello da seguire per molte aspiranti imprenditrici, diventando un vero e proprio fenomeno sociale (nel senso di social media) oltre che finanziario. Girlboss ricava il titolo dall’omonima autobiografia, ma la serie Netflix ci avverte fin dal cartello iniziale che si tratta di una rilettura molto libera degli eventi reali, lasciando quindi ampio spazio all’immaginazione di Kay Cannon, sceneggiatrice dei tre Pitch Perfect. Questo le permette di costruire uno show brillante, da commedia stralunata, su basi molto concrete e riconoscibili.

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Siamo nel 2006, e Sophia Amoruso (Britt Robertson) è una ventitreenne di San Francisco che lavora in un negozio di scarpe, ma cerca un modo per guadagnarsi da vivere con il minimo sforzo. Una sera, dopo aver incontrato la sua amica Annie (Ellie Reed) in un locale, conosce Shane (Johnny Simmons), batterista che fa il manager per alcuni gruppi indie, e che suscita in lei un’immediata attrazione. Il suo primo pensiero è però un altro: appassionata di moda vintage, Sophia passa in rassegna i negozi di vestiti usati per scovare qualche gioiello nascosto. La sua prima “conquista” è una coloratissima giacca da motociclista che riesce ad comprare per soli 9 dollari, nonostante in realtà valga molto di più: dopo averla messa in vendita su eBay, infatti, le offerte si accumulano, e la cifra cresce di svariate centinaia di dollari. Sophia capisce quindi che potrebbe aprire uno store on-line sul sito e lavorare in proprio, anche perché nel frattempo viene licenziata dal negozio di scarpe per la sua inefficienza, e ha un assoluto bisogno di soldi per pagare l’affitto. Come se non bastasse, le viene diagnosticata un’ernia, e l’operazione per curarla è molto costosa: Sophia è quindi costretta ad accettare un impiego come addetta alla reception dell’università per avere l’assicurazione sanitaria, mentre continua a costruire il suo store. Dopo una giornata trascorsa in giro per San Francisco con Shane, trova il nome giusto per il negozio – Nasty Gal – e lo lancia su eBay, mettendo in vendita gli abiti vintage che trova in giro. Ovviamente si tratta di un business delicato, dove una singola recensione negativa può affossarti per sempre, e Sophia affronta la prima sfida quando deve consegnare un abito da sposa (adeguatamente smacchiato) in tempo per un matrimonio, mentre cerca di ristabilire un legame duraturo con suo padre Jay (Dean Norris). La girandola degli affari e degli affetti – sia familiari sia romantici – non è semplice da gestire.

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Si parlava di commedia stralunata, e in effetti Kay Cannon attribuisce alla protagonista una caratterizzazione ben precisa: Sophia è costantemente stravolta, sopra le righe, come se vivesse ogni singolo giorno cavalcando l’onda tumultuosa delle sue idee creative, ed è tanto apatica sul lavoro quanto intraprendente nei suoi progetti personali. Non è un personaggio con cui è facile entrare in sintonia, almeno all’inizio. Egocentrica, opportunista e con una tendenza a giustificare il furto pur di raggiungere i suoi obiettivi, Sophia disfa la retorica del sogno americano con un percorso che ne replica le apparenze ma non i valori, come se la situazione “critica” di una giovane donna nella società patriarcale – in cerca di indipendenza economica e affermazione individuale – imponesse misure disperate. La sua storia ha un’indubbia rilevanza in termini di empowerment femminile, soprattutto per come Kay Cannon la rappresenta nella serie (o almeno nei primi quattro episodi, oggetto di questa anteprima). Sophia “balla da sola”, non ha bisogno di legami, e trascorre le giornate seguendo il moto ondivago dei suoi pensieri: non ha bisogno di grandi proclami teorici per dimostrare il suo impegno, ma si concentra sui fatti concreti.

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A tal proposito, le sceneggiature hanno il merito di non essere minimamente didascaliche, ma di esprimere la personalità e le sfide di Sophia attraverso l’azione, giocando su dialoghi vivaci e su caratterizzazioni volutamente eccessive. Tra sfumature romantiche e racconto di formazione, questi primi episodi adottano strutture narrative molto variegate per riflettere la vita di un personaggio che sembra non fermarsi mai, perseguitato da disavventure auto-inflitte cui deve sempre porre rimedio per non vanificare i suoi sogni: in tal senso, la quarta puntata è forse quella che meglio ne incarna lo spirito, poiché mette in scena una corsa contro il tempo dove Sophia è costretta ad affrontare il suo stesso senso di (ir)responsabilità, umanizzandosi nel frattempo. La regia dinamica, talvolta imprevedibile, contribuisce a questa idea di movimento costante, mentre l’ottima fotografia valorizza i colori e le luci di una San Francisco formidabile, che ci accoglie in un abbraccio caloroso e vibrante: i movimenti della macchina da presa sono più arditi e immersivi della media (nell’ambito delle serie tv, ovviamente), e puntano a mettere in relazione la protagonista con il contesto ambientale che la circonda o con lo sviluppo dei suoi processi psicologici.

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Ne risulta la parabola di una donna che vive un momento decisivo nel rapporto tra reale e virtuale, evidenziando quel punto di svolta in cui le due dimensioni si attestano sullo stesso piano: le vicissitudini della rete possono avere la medesima importanza di ciò che accade nella realtà, spesso influenzandola nel bene o nel male. Internet, insomma, diventa il paradiso dei millennials, un universo dove persino una ragazza con un talento derivativo (non una stilista o una designer, ma una persona che si affida all’intuito per riarrangiare, impreziosire e rivendere capi già esistenti) può costruire il suo piccolo impero economico, senza una formazione specifica o una precedente esperienza imprenditoriale. Girlboss lo racconta con toni leggiadri e spiritosi, pur concedendosi qualche pausa introspettiva per accennare al passato di Sophia e al rapporto con suo padre, esponente di un punto di vista ben più tradizionale nel rapporto col lavoro. Ma Sophia è l’avanguardia di un mondo nuovo, strabiliante e illusorio, con tutte le promesse e le delusioni del caso.

Voto: ★★★

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