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Universal Monsters: La Moglie di Frankenstein, anche i mostri hanno un cuore

Universal Monsters: La Moglie di Frankenstein, anche i mostri hanno un cuore

Di Filippo Magnifico

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I protagonisti dei grandi classici horror targati Universal Pictures sono pronti per rivivere sul grande schermo! Con La Mummia, il reboot interpretato da Tom Cruise, Annabelle Wallis, Sofia Boutella, Jake Johnson in arrivo nelle nostre sale l’8 giugno 2017, verrà ufficialmente inaugurato l’Universo cinematografico dei mostri della Universal. Un universo condiviso su modello Marvel, animato però da figure che sono molto lontane dai classici supereroi. Il passato, però, non va dimenticato. Proprio per questo la redazione di ScreenWEEK.it ha deciso di condurvi lungo un viaggio nostalgico e terrificante, alla scoperta di pellicole che hanno lasciato un solco indelebile nella storia del cinema e di personaggi affascinanti come Dracula, Frankenstein, il Mostro della Laguna Nera, La Mummia. Nel quarto appuntamento vi abbiamo parlato dell’Uomo Lupo, oggi si festeggia il più famoso matrimonio horror di casa Universal: La Moglie di Frankenstein.

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Se un film si rivela un grande successo, un sequel è obbligatorio. Una regola che vale quasi sempre nel mondo di Hollywood e che è vecchia proprio come la Settima Arte. Nel 1931 Frankenstein si era rivelato un grandissimo successo e aveva consacrato un’icona horror entrata nell’immaginario comune. Tutti volevano un sequel, primi fra tutti la Universal e il regista James Whale, che aveva diretto il primo, fortunato film e non aveva intenzione di abbandonare la mostruosa creatura interpretata da Boris Karloff.

Perché, quindi, La Moglie di Frankenstein ha fatto il suo debutto sul grande schermo nel 1935? La colpa è della censura, che aveva già dato del filo da torcere a Whale durante lavorazione della prima pellicola e si era dimostrata più ostile per il sequel. Si dice che il primo script del regista fu letteralmente massacrato, passando da quel momento attraverso diverse riscritture fino a raggiungere una forma definitiva.

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Una grande prova di pazienza e fiducia da parte della Universal, che avrebbe potuto accorciare i tempi affidando il film ad un altro regista meno “testardo”. Ma in realtà tutti sapevano che la cosa non era assolutamente possibile, prima di tutto per lo status raggiunto da James Whale nel corso degli anni, grazie ad altri due grandi successi come The Old Dark House e L’Uomo Invisibile; il secondo fattore, forse ancora più importante era che Whale non aveva assolutamente intenzione di lasciare il progetto, lo portò avanti fino alla fine, ottenendo la più totale libertà creativa e lottando duramente con la censura senza giungere a compromessi che avrebbero cambiato irrimediabilmente la sua idea del film.

Come ci riuscì? Distraendo i moralisti dell’epoca dai suoi veri intenti: prendere in giro la religione, il modello di famiglia patriarcale e quel pubblico “stupido” che chiedeva storie sempre più raccapriccianti per poi lamentarsi dell’assenza di moralità. Tutte cose presenti in questo sequel, che comincia con le parole della stessa Mary Shelley (Elsa Lanchester, che interpreta anche l’iconica sposa del titolo) e prosegue la strada lasciata aperta dal primo film, con il mostro e il suo creatore sopravvissuti alla furia del popolo.

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I casi in cui un sequel è meglio dell’originale non sono tantissimi ma ovviamente esistono. C’è chi dice che tale successo è dovuto anche al fato che i secondi capitoli hanno il pregio di poter cominciare in medias res, godendo delle spiegazioni fornite in precedenza. In alcuni casi, dove la storia lo consente, si cerca anche di andare oltre.

La Moglie di Frankenstein si può benissimo inserire nella categoria dei “secondi capitoli riusciti”, arrivando ad essere anche migliore dell’originale. Questo perché, a differenza del suo predecessore, possiede delle caratteristiche che lo rendono un’opera in bilico tra il gotico e il grottesco, con moltissimi picchi di humour nero (marchio di fabbrica di Whale ma anche abile modo per sfuggire alla censura). La cosa che allontana i due titoli è indubbiamente la figura del mostro e la consapevolezza che assume di se stesso. Un’evoluzione che lo porta addirittura a parlare, rendendolo il personaggio più umano della storia. A fargli compagnia questa volta ci sono due mad doctor: Henry Frankenstein (Colin Clive), turbato dal suo operato e in preda ai sensi di colpa, e il dottor Pretorius (Ernest Thesiger), folle scienziato spinto da manie di grandezza e con l’hobby delle miniature, in grado di plagiare sia il mostro che il suo creatore, solleticando astutamente i loro punti deboli.

E la Moglie? C’è ovviamente, anche se solo per pochi minuti. Possiamo vederla nel finale, alle prese con un matrimonio in crisi prima ancora di essere celebrato. Elsa Lanchester, con quelle mèches bianche, vale quei pochi momenti fino all’ultimo secondo. Anche lei è diventata un’icona del cinema horror, anche lei è entrata nell’immaginario comune, proprio come il suo compagno.

Per oggi è tutto. Rimanete sintonizzati sulle nostre frequenze, perché la prossima settimana ci sarà la seconda tappa di questo viaggio che vi porterà alla scoperta dell’Universo dei Mostri della Universal. Vi invitiamo anche a seguire la pagina Facebook Universal Monsters Universe, in grado di placare la vostra sete di orrore classico, senza dimenticare l’hashtag #MonsterSW, indispensabile per rimanere costantemente aggiornati sul nostro viaggio.

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