Power Rangers – La recensione del film

Power Rangers – La recensione del film

Di Lorenzo Pedrazzi

Rileggere un franchise per ragazzi alla luce dei blockbuster significa mirare a un pubblico più ampio, peraltro già abbondantemente infantilizzato dalle ultime tendenze del cinema hollywoodiano. Spesso, questa esigenza si traduce in una profonda metamorfosi stilistica che implica diverse conseguenze, tra cui un approccio più terreno, toni più cupi e uno sguardo più greve, capace di prendere tremendamente sul serio anche le storie più astruse. Non c’è quindi da stupirsi che la reinterpretazione cinematografica di Power Rangers arrivi proprio adesso, in un clima di reboot e cinecomic infiniti, ma la piacevole sorpresa riguarda le modalità di adattamento: il film di Dean Israelite, infatti, non si adegua a un pubblico più adulto, ma semplicemente a un pubblico più contemporaneo.

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La trama ricalca grossomodo le orme della serie tv, pur tentando d’inserirla in una mitologia lievemente più vasta. I Power Rangers sono cinque guerrieri che proteggono la vita nell’universo, e il prologo – ambientato in epoca preistorica – ci mostra il loro leader, Zordon (Bryan Cranston), in procinto di soccombere sotto i colpi della traditrice Rita Repulsa (Elizabeth Banks), l’ex Green Ranger. Corrotta dalla sete di potere, Rita vuole appropriarsi del cristallo Zeo nascosto nelle viscere della Terra, che le donerebbe la capacità di plasmare e distruggere mondi. La squadra di Zordon è stata decimata, ma il Red Ranger ordina al robot Alpha 5 (Bill Hader) di scatenare una devastante pioggia di meteoriti, che provoca l’estinzione dei dinosauri e relega il corpo di Rita sul fondo dell’oceano. Zordon resta ucciso, ma fa appena in tempo a raccogliere le Monete del Potere – fonte energetica dei Ranger – e a nasconderle, in attesa che siano trovate dai più meritevoli. Trascorrono 65 milioni di anni, e sul campo di battaglia sorge ora la cittadina di Angel Grove. Jason (Dacre Montgomery), Trini (Becky Gomez), Kimberly (Naomi Scott), Zack (Ludi Lin) e Billy (RJ Cyler) sono cinque adolescenti con diversi problemi d’inserimento e disciplina, che si ritrovano in punizione dopo la scuola e cominciano lentamente a conoscersi. Jason, ex campioncino di football finito nei guai per uno scherzo, fa amicizia con Billy, ragazzo brillante che soffre di una lieve sindrome di Asperger, e lo accompagna in una miniera abbandonata dove Billy aveva l’abitudine di scavare con suo padre. Per un caso fortuito (o il destino?), nei paraggi ci sono anche gli altri ragazzi, che trovano proprio le cinque Monete del Potere e ne ricavano una forza sovrumana. Tocca quindi a loro ereditare il “mantello” dei Power Rangers, sotto la guida di Alpha 5 e dello stesso Zordon, la cui coscienza è stata caricata nel computer della sua astronave. I ragazzi, però, devono fare in fretta: Rita si è appena risvegliata dal suo sonno, e ora sta raccogliendo grandi quantità d’oro per dare vita al gigantesco Goldar e strappare dalla Terra il cristallo Zeo.

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Insomma, comincia come Breakfast Club, prosegue sulle tracce di Spider-Man e poi sfocia nei territori di Pacific Rim: Power Rangers amalgama registri diversi per narrare una piacevole storia di origini, attingendo sia al passato (il cinema per ragazzi degli anni Ottanta) sia al presente (i cinecomic e le rielaborazioni occidentali degli anime) per mettere in scena un racconto formativo dove il riconoscimento dell’identità individuale trova forza nel gruppo. Rispetto ad altri blockbuster, c’è quantomeno l’idea di attribuire una minima caratterizzazione ai protagonisti, valorizzandone le imperfezioni e i chiaroscuri. Per ognuno di loro, i Power Rangers sono un’opportunità di redenzione, evasione o auto-affermazione, poiché la solidarietà fra compagni li aiuta a uscire dall’isolamento che si erano imposti. Di conseguenza, il film dedica molto tempo alla loro crescita, non solo come Ranger ma anche come squadra: la trasformazione richiede infatti che ognuno “veda” gli altri, e quindi che i cinque ragazzi imparino a sacrificarsi per il prossimo. Tale processo funziona perché allestito in modo graduale, e pian piano si arriva quasi ad affezionarsi a questi cinque reietti, sebbene alcuni sottotesti psicologici – come nel caso di Trini – vengano solo accennati, e l’introduzione dei personaggi sia un po’ confusionaria.

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Ciò che ne risulta è una doverosa fedeltà al target originario: Power Rangers si rivolge ai bambini e agli adolescenti, non agli adulti, se non a qualche nostalgico della televisione anni Novanta. Semplicemente, il film si adatta ai nostri tempi in termini di professionalità e spettacolarità, cercando di rendere un po’ più accattivante – ma non più adulto – un materiale di partenza che ricordiamo come goffo e naïf. Non si eccede nella ricerca di un supposto “realismo”, ma si focalizza l’attenzione sul riscatto dell’adolescenza, troppo spesso considerata come un’eta perduta e decerebrata: nel suo piccolo, è un guanto di sfida a chi vorrebbe archiviare ciecamente le nuove generazioni. Certo, dialoghi meno stucchevoli avrebbero reso un servizio migliore, mentre i salti logici della sceneggiatura destano qualche dubbio su un paio di svolte narrative; ma l’impegno nei confronti dei personaggi è indubbio, come lo sforzo di trarre un blockbuster onesto e godibile da una fonte tutt’altro che eccelsa.

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Gran parte del merito è di Dean Israelite, la cui regia è meno soporifera della media: alcune scene, come il piano sequenza dell’incidente automobilistico (con la camera mobile all’interno dell’abitacolo) e il montaggio musicale degli allenamenti, dimostrano che il regista ha la mano piuttosto sicura, e che il passaggio dal “piccolo” Project Almanac all’azione dei Power Rangers non è stato traumatico. Israelite resta vicino ai personaggi, li segue con affetto e poi li celebra nella battaglia finale, dove i pregi tecnici del film sono evidenti alla luce del giorno. Si ritorna così al clima naïf delle origini, con i suoi colori sgargianti e la distruzione infantile, ma spalleggiato da un percorso formativo ben più solido. I reietti, dopo aver salvato il mondo, si sentono un po’ meno soli.

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