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La Bella e la Bestia – La recensione del live-action Disney

La Bella e la Bestia – La recensione del live-action Disney

Di Lorenzo Pedrazzi

Nell’intersezione tra contemporaneità e nostalgia che caratterizza questi adattamenti in live-action, Disney ripercorre le diverse “tappe” della sua storia con uno sguardo che può essere riformatore (Maleficent, Il Libro della Giungla) o semplicemente celebrativo (Cenerentola), a seconda dell’approccio dei cineasti e della fedeltà all’originale. La Bella e la Bestia appartiene alla seconda categoria: non una rivoluzione di senso o di prospettiva, ma un omaggio al film cult che rilanciò i Disney Animation Studios dopo le difficoltà degli anni Ottanta, riconquistando l’immaginario del pubblico e il rispetto dell’Academy.

BEAUTY AND THE BEAST

La storia è quella che tutti ricordiamo, con poche variazioni o integrazioni: la giovane Belle (Emma Watson) vive in un villaggio della campagna francese, dove bada all’amatissimo padre Maurice (Kevin Kline) e divora ripetutamente i pochi libri della biblioteca, navigando con la mente nei capolavori di Shakespeare. Il borioso Gaston (Luke Evans) la corteggia insistentemente, e proprio non comprende le ragioni dei suoi continui rifiuti, anche perché l’amico LeTont (Josh Gad) e le altre donne del villaggio stravedono per lui. Quando Maurice viene rinchiuso in un oscuro castello per aver tentato di rubare una rosa da portare a sua figlia, Belle si precipita in suo soccorso e scopre una scioccante verità: il castello, dimenticato da tutti e immerso in un inverno perenne, è vittima di un maleficio, e il suo Principe (Dan Stevens) è stato trasformato in una possente Bestia per aver rifiutato l’ospitalità a una vecchina, in realtà una maga sotto mentite spoglie. La servitù, invece, è stata mutata in mobili e suppellettili: nel tetro maniero vivono il candelabro Lumiere (Ewan McGregor), l’orologio Tockins (Ian McKellen), la teiera Mrs. Bric (Emma Thompson), lo spolverino Piumina (Gugu Mbatha-Raw) l’armadio Garderobe (Audra McDonald) e il clavicembalo Cadenza (Stanley Tucci). Preoccupata per la salute del padre, Belle prende il suo posto come prigioniera della Bestia, e trova un po’ di conforto nella gentilezza della servitù. L’unica speranza di tornare umani, sia per loro sia per il Principe, è che qualcuno s’innamori sinceramente della Bestia, e Belle rappresenta l’ultima speranza prima che la rosa della maga sfiorisca completamente, rendendo la loro trasformazione definitiva.

Gaston

Se stabilire un contatto umano con la Bestia sembra inizialmente impossibile, la sceneggiatura di Stephen Chbosky e Evan Spiliotopoulos offre un’intuizione molto significativa: Belle non si avvicina al principe solo grazie all’empatia (che ovviamente supera l’aspetto mostruoso del carceriere), ma anche in virtù della passione condivisa per la lettura. I libri, la cultura, sono il terreno comune dove i due futuri amanti possono incontrarsi, esorcizzando la soggezione reciproca che nutrono l’una per l’altro. D’altra parte, Belle è stata forse la prima principessa realmente emancipata nella storia della Disney, emblema involontario di “proto-femminismo” in una società patriarcale che preferisce negare l’istruzione alle donne – ma anche la semplice alfabetizzazione – per limitarne le libertà individuali. Al contrario, Belle sa bene che l’autodeterminazione del sé passa anche dalla cultura personale, e non è certo un caso se all’inizio del film la vediamo insegnare a una bambina i rudimenti della lettura: vuole trasmetterle un’idea di indipendenza che altrimenti non riceverebbe. Pur all’interno di una storia dai contorni inevitabilmente ambigui, non c’è dubbio che la protagonista conservi sempre la sua libertà di scelta, ribaltando le dinamiche consuete: è lei ad affascinare il Principe con le sue citazioni di Shakespeare, ed è lei a salvargli la vita rompendo il maleficio.

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Certo, il regista Bill Condon non aggiunge molto alla mitologia dei due amanti, che in quanto “archetipi” non possono sorprenderci con l’evoluzione del loro rapporto. Gli inediti accenni ai traumi dell’infanzia, fondamentali per Chbosky fin da Noi siamo infinito, sottolineano però le radici antiche dei loro conflitti, dove la famiglia è vista come una dispensatrice indiscriminata di felicità e rovina, a fasi alterne: l’approfondimento psicologico è minimo, ma gli snodi drammatici ne risultano valorizzati, segno che questa rilettura in live-action tiene in considerazione anche il pubblico adulto (ovvero lo stesso che amò il film d’animazione in tenera età). Ciononostante, pur riconoscendo la centralità della coppia, La Bella e la Bestia tocca corde ben più intime con le trame secondarie della servitù, animata da rapporti romantici, amicali o familiari di notevole umanità e delicatezza; bastano infatti poche pennellate – soprattutto nel finale – per ritrarre la bromance tra Lumiere e Tockins, l’amore di Mrs. Bric per il piccolo Chicco o quello di Gardarobe per Cadenza, e l’ottima CGI garantisce un effetto “materico” che agevola, per contrasto, l’espressività della personality animation. Anche sul volto della Bestia traspare una discreta gamma espressiva, ma in quel caso la grafica è più claudicante, e spesso non riesce a trasmettere la forte presenza fisica della creatura.

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Detto questo, va riconosciuto a La Bella e la Bestia il merito di non aver rinunciato alla sua anima da musical, anzi, i brani cantati sono persino più numerosi rispetto all’originale. Bill Condon ripropone abilmente le scene più iconiche, affidandosi in particolar modo al talento del cast di supporto, su tutti Josh Gad e Luke Evans, deliziosi cialtroni che animano la locanda del villaggio con il numero più divertente del film. Lo spettacolo visivo raggiunge però il culmine nell’attesa sequenza di Stia con noi, dove l’adattamento in live-action compie un paradossale cammino inverso e ritorna film d’animazione, sostituendo la CGI ai disegni animati, pur senza l’audacia de Il Libro della Giungla. È lì che La Bella e la Bestia si fa incarnazione del cinema hollywoodiano contemporaneo, la cui natura è ormai intrinsecamente “ibrida” e feticista, votata all’aggiornamento più che alla reinvenzione. Resta comunque una certezza innegabile: la Disney è forse l’ultima rappresentante del vecchio cinema romantico, con i suoi sfarzi e i suoi amori contrastati, il suo lieve umorismo e l’inevitabile lieto fine. La Bella e la Bestia incarna questo spirito fino in fondo, e compiace sia il desiderio di evasione sia l’impulso nostalgico a ricordare i bei tempi dell’infanzia.

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Il film approderà nelle sale italiane il prossimo 16 marzo.

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