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Iron Fist – La recensione in anteprima della serie Marvel/Netflix

Iron Fist – La recensione in anteprima della serie Marvel/Netflix

Di Lorenzo Pedrazzi

La genesi creativa ed editoriale di Pugno d’Acciaio non è diversa da quella di altri personaggi Marvel, sempre attenti alle mode sociali e alle tendenze culturali della loro epoca. Come Doctor Strange e Silver Surfer, anch’egli cavalca l’onda lunga della controcultura giovanile, imbevuta di misticismo e discipline orientali; e come i fumetti di Luke Cage (figli della Blaxploitation), anche quelli di Danny Rand nascono su ispirazione di un genere cinematografico: i film di arti marziali, che acquisirono grande popolarità negli anni Settanta grazie ai successi dello Studio Shaw e soprattutto di Bruce Lee.

Per tradurre questo sottogenere sul piccolo schermo, Marvel Television amalgama Iron Fist nell’ambiente pseudo-realistico di Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage, con le ovvie conseguenze del caso: stando ai primi sei episodi (quelli che ho potuto vedere in anteprima), la serie Netflix diluisce il “mito” nel grigiore metallico dei grattacieli newyorkesi, operando una normalizzazione che riporta Pugno d’Acciaio al livello del suolo, e talvolta anche più in basso.

ATTENZIONE: contiene SPOILER sui primi sei episodi

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An alien in New York
Le origini dell’eroe attingono piuttosto fedelmente alle storie di Roy Thomas e Gil Kane: all’inizio del primo episodio, Danny Rand (Finn Jones) arriva a New York con soltanto uno zaino e un vecchio iPod, senza scarpe e vestito di abiti logori. Ovviamente nessuno crede che lui sia davvero l’erede della famiglia Rand, azionista di maggioranza della Rand Incorporated, e Danny è costretto a sfruttare la sua conoscenza delle arti marziali per raggiungere gli uffici di Ward (Tom Pelphrey) e Joy Meachum (Jessica Stroup), i figli di Harold Meachum (David Wenham), ex socio di suo padre. Nemmeno loro gli credono, e lo fanno sbattere fuori. Danny vive per breve tempo come un senzatetto, mentre la sua storia si dipana attraverso brevi flashback: quando aveva 12 anni, l’aereo su cui viaggiava con i genitori si schiantò sull’Himalaya, e il piccolo Danny – unico sopravvissuto – fu salvato dai monaci guerrieri di K’un L’un, città mistica che appare sulla Terra solo una volta ogni decade. Sotto la supervisione di Lei Kung il Tonante, si sottopose a un durissimo allenamento che lo portò a diventare il nuovo Pugno d’Acciaio (nome con cui è noto nei fumetti italiani, ma nel doppiaggio della serie resterà Iron Fist), il potentissimo difensore di K’un L’un, nemico giurato della Mano. Oltre a essere un artista marziale formidabile, Pugno d’Acciaio è in grado di concentrare il suo Ki nel pugno per acquisire una potenza sovrumana.

Ebbene, Danny cerca di ristabilire i contatti con Joy e Ward, i quali però diffidano di lui, e cominciano a vederlo come una minaccia. Intanto, Danny conosce Colleen Wing (Jessica Henwick), maestra di karate che insegna le arti marziali ai giovani del quartiere per tenerli fuori dai guai. Tra i suoi allievi c’è anche Claire Temple (Rosario Dawson), destinata a farsi coinvolgere – suo malgrado – nelle avventure di un altro supereroe. Seppur recalcitrante, Colleen diventa per Danny un’alleata preziosa, soprattutto quando Joy e Ward gli tendono un tranello per screditare le sue pretese sull’azienda. Harold Meachum, morto di cancro e poi resuscitato dalla Mano, ritiene però che Danny sia un’arma indispensabile da usare contro il pericolosissimo clan ninja, il quale lo costringe a vivere da recluso nascondendo a tutti la verità del suo ritorno, escluso Ward: di conseguenza, Harold obbliga il figlio ad accettare le richieste di Danny e del suo avvocato Jeryn Hogarth (Carrie-Anne Moss), concedendogli il 51% della Rand Incorporated e l’ufficio di suo padre, che gli spettano di diritto. Danny è però impegnato in una battaglia personale con la Mano, che vuole immettere una nuova eroina sintetica nelle strade di New York.

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«I AM the weapon»
I primi sei episodi di Iron Fist svolgono una funzione per lo più introduttiva, e soltanto il sesto – quando Danny affronta tre emissari della Mano per salvare una ragazza – comincia ad addentrarsi nella trama avventurosa della serie, ovvero l’aspetto che più interessa ai fan. Ciò non significa, però, che il resto sia completamente superfluo. Certo, si avverte la tendenza a diluire la trama e a centellinare l’azione, ma in compenso il sentiero psicologico di Danny, Colleen, Joy e Ward viene tratteggiato con cura, soprattutto per quanto riguarda i fratelli Meachum: lungi dall’essere due antagonisti granitici, Joy e Ward cambiano progressivamente la loro disposizione nei confronti di Danny, e mostrano sfaccettature che oscillano tra la fragilità emotiva, il senso di colpa, l’incredulità e il cinismo aziendale, spesso in contrapposizione alla mentalità genuina del protagonista.

Danny, in effetti, si aggira come un alieno nella New York delle mode e degli interessi corporativi, cercando di attribuire un volto umano al capitalismo più spietato. Nonostante sia nato in una famiglia ricca, Danny ha perso tutto e deve ricominciare dal basso, dal mondo dei senzatetto e dei disagi mentali, dal contatto diretto con la terra (il barefooting) e dall’empatia nei confronti del prossimo, nemici compresi. In lui c’è un’ingenuità che suscita tenerezza: è un eroe in erba, abituato a combattere ma non a rischiare la vita, tant’è che persino Claire – come dice lei stessa mentre volge gli occhi al cielo – ha più esperienza di lui nell’affrontare la Mano. I dialoghi spirituali con Lei Kung rinforzano le sue sicurezze, ma non è detto che i risultati siano quelli sperati: proprio come quando invoca il suo Ki per scatenare il potere dell’Arma Vivente, è in se stesso che Danny deve trovare la strada, prendendo le sue decisioni e seguendo la sua morale, non quella del maestro.

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La spiritualità zen e la fascinazione per le discipline orientali sono elementi percepibili, ma in Iron Fist – al contrario di Luke Cage – non c’è una vera e propria “rimediazione” del genere di partenza per tradurlo in formato supereroistico e seriale. Le arti marziali sono calate nel famigerato contesto “terreno” che abbiamo già visto nelle altre serie Marvel / Netflix, e spesso i conflitti societari della Rand Incorporated hanno il sopravvento sul resto: in tal senso, se Daredevil era un legal drama, Iron Fist è una sorta di corporate drama dove gli snodi fantastici tentano di farsi strada tra un board meeting e l’altro.

Non a caso, le manifestazioni di potere e i diversivi fantasy restano asettici (lo stesso “pugno d’acciaio” di Danny è reso in modo essenziale, con un effetto visivo molto semplice), mentre le scene d’azione, per quanto godibili, non raggiungono i livelli del sopracitato Daredevil: le coreografie sono abbastanza blande, e non sempre il montaggio privilegia la chiarezza. Nel complesso, manca quel senso di meraviglia che sarebbe lecito aspettarsi da un supereroe così radicato nel misticismo e nelle arti marziali, e che peraltro ha compiuto un’impresa epica per meritare i suoi poteri (sconfiggere il drago immortale Shou Lao).

L’impressione, però, è che gli episodi successivi siano destinati ad approfondire gli aspetti più sgargianti del personaggio, dopo un’introduzione così ponderata; inoltre, l’ambiguità del rapporto tra il protagonista e Harold Meachum potrebbe generare conseguenze interessanti, nella misura in cui l’antagonista si serve dell’eroe per abbattere un avversario più grande: le dinamiche della trama non sono ancora del tutto chiare, ma all’orizzonte sembra esserci almeno un supervillain (forse Steel Serpent, nemesi storica di Pugno d’Acciaio). Nel prendersi i suoi tempi, con un passo riflessivo che accelera soltanto quando esplode l’azione, Iron Fist fa coincidere sommariamente forma e contenuto, adottando la calma zen del suo protagonista. Per un giudizio definitivo bisognerà attendere la stagione completa, in arrivo su Netflix il 17 marzo.

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Voto: ★★★1/2

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