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The Walking Dead: Recensione dell’episodio 7×09, “Rock in the Road”

The Walking Dead: Recensione dell’episodio 7×09, “Rock in the Road”

Di Andrea Suatoni

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Ieri sera, domenica 12 Febbraio, è andato in onda il non episodio di The Walking Dead, assente dagli schermi fin dall’ 11 Dicembre dello scorso anno. Il ritorno dopo la pausa invernale non si rivela del tutto deludente, riassumendo in soli 50 minuti tutti i punti lasciati in sospeso nella prima metà della stagione (evitando di dilazionare come al solito la ripresa in 3 o 4 puntate divise per gruppi di narrazione).

ROCK IN THE ROAD

Rick e alcuni dei suoi sono arrivati ad Hilltop, dove hanno inasettatamente riabbracciato anche Daryl, fuggito ai Salvatori: dopo 8 episodi in cui i nostri eroi si sono mostrati quasi totalmente asserviti a Negan sembra essere arrivato il momento della riscossa.

Non è dello stesso avviso Gregory, inopportuno ed inconcepibile leader di Hilltop: attaccare i Salvatori si profilo troppo rischioso, soprattutto considerando il fallimento recente (che Rick assurdamente ci fa sapere più avanti di concepire come una vittoria). Ma la comunità di Hilltop è pronta a seguire ciecamente Maggie: addirittura la donna ha salvato qualcuno più di una volta, pur essendosi profilata una ed un’unica situazione pericolosa (risoltasi in ogni caso in una manciata di minuti) in seguito al suo arrivo.

Al Regno le cose  non vanno diversamente: Jesus, ammettendo di aver sempre saputo tutto dell’altra comunità ma di non averne mai fatto parola con nessuno del gruppo di Rick, presenta re Ezekiel ai rivoltosi, che vengono anche a conoscenza del destino di Carol per bocca del ritrovato Morgan. Il monarca, dopo aver ascoltato pomposamente le richieste di Grimes ed aver acconsentito ad ospitare Daryl, rifiuta di portare i suoi in guerra, almeno per il momento.

Nel frattempo, una storyline di cui difficilmente in futuro riusciremo a capire il senso si sviluppa attorno a padre Gabriel, che rubate alcune provviste ed alcune armi, fugge verso la barca dove Rick e Aaron avevano trovato faticosamente delle provviste, rivelando (forse) di essere lui stesso la figura che spiava i due negli scorsi episodi (e di cui praticamente tutti gli spettatori si erano dimenticati). Diversamente dal solito (sembrava quasi una regola la ricognizione in coppia fino all’episodio odierno), Rick parte da Alexandria per cercare Gabriel insieme ad un nutrito gruppo di persone: Michonne, Tara, Aaron e Rosita finiscono così assieme a lui per incappare in un enorme gruppo di sopravvissuti di cui non abbiamo mai sentito parlare prima: HipsterLand è pronta ad allearsi con i ribelli?

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RIPARTIRE

Ormai osservando un episodio di The Walking Dead è impossibile non partire con un po’ di disillusione o di pregiudizio: anche nelle sue migliori performance (come la premiere della settima stagione) la serie si rivela costantemente sottotono non solo rispetto alle aspettative create con la prima stagione, sui cui allori lo show riesce ancora incredibilmente a cullarsi, ma anche rispetto all’attuale situazione seriale a livello globale. Quando allora si profila all’orizzonte un episodio come Rock on th Road che sostanzialmente definiremmo mediocre all’interno di una qualsiasi altra serie televisiva (senza andare ascomodare mostri sacri come Game of Thrones o Westworld, pensiamo semplicemente ai Netflix Originals), nel contesto di The Walking Dead il voto finale tenderà ad essere positivo.

Rock on the Road non è per nulla un buon episodio: risulta un buon episodio “considerando che stiamo guardando The Walking Dead”. Gli showrunner riescono nella difficile impresa di portare sulla scena tutti i protagonisti, di solito frammentati in episodi monografici che spezzano (a volte azzerano) il ritmo e la tensione della serie: c’è spazio quasi per tutti, dal cameo di una Carol ormai sempre più solitaria, alla tigre di re Ezekiel, a Gregory, a Gabriel, a Enid fino a Negan, che sentiamo solamente tramite radio (Hey, perché nessuno mai gli risponde?)
Il punto della situazione è chiaro: la guerra incombe, ma non la vedemo iniziare a breve. Bisogna prima convincere tutte le pedine in gioco, trovare le armi, addestrare gli uomini, far passare 7 puntate.

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PALLADINO CERCASI

I dialoghi dell’episodio raggiungono forse il livello più basso mai visto in The Walking Dead. A cominciare con il taciturno Daryl, che forse impazzito per la reiterata reclusione si mostra molto più ciarliero del solito, alternando frasi fatte a sentenze completamente senza alcuna logica (affermando ad esempio che un vero Re dovrebbe gettare i propri sudditi nella mischia anziché preoccuparsi del loro benessere, o dicendo a Gregory di non essere chiaro, quando l’uomo è invece forse l’unica persona davvero coerente con sé stesso fin dalla sua prima apparizione).

Il culmine viene raggiunto dalla storia della roccia raccontata da Rick, che dà il titolo all’episodio, che riassumiamo in questo modo:

Un re aveva messo una roccia in mezzo ad una strada, nascondendo sotto di essa una borsa d’oro. La roccia procurava enormi danni a chiunque passasse su quella strada, ma nessuno aveva mai pensato di toglierla; finché una bambina, dopo aver perso tutti i suoi averi a causa della roccia stessa, arrivando a farsi sanguinare le mani riuscì a toglierla dalla strada trovando contestualmente l’oro, piazzato lì dal re proprio per essere recuperato.

In pratica, la storia di Rick parla di un monarca che volutamente ha messo in pericolo i suoi sudditi, dietro la giustificazione di una ricompensa che sarebbe potuta non arrivare mai. Una storia che avrebbe dovuto convincere Ezekiel (e di rimando anche lo spettatore) ad unirsi alla causa, ma che imbarazza con dei toni da “storia illuminata from Facebook” risultando ridicola.

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SEMPRE PIU’ ALLO SBANDO

Ripetiamo: è vero, stiamo guardando The Walking Dead. Quindi il nostro metro di giudizio si fa inconsciamente molto più fluido. Sembra quasi una giustificazione a volte: “Ma si tratta The Walking Dead…”. C’è della genialità in seno ai creatori della serie nell’aver creato un meccanismo seriale rivoluzionario, che abbassa gli standard della serie cui ci si riferisce così da far gridare al capolavoro nel momento in cui un episodio davvero valido fa capolino fra gli altri (solitamente premiere, winter finale e season finale), riuscendo comunque in ogni caso a legare più o meno strettamente i fan allo show (prettamente mediante il meccanismo della – possibile – morte improvvisa); se si prova però ad osservare The Walking Dead in maniera più distaccata, senza la pesantezza di 7 stagioni che definire altalenanti (o anche solo noiose) è un eufemismo, ci accorgeremmo che la serie è ormai totalmente allo sbando.

La scrittura, i dialoghi, le caratterizzazioni dei personaggi, persino la recitazione hanno perso (ancor più) smalto, rendendo The Walking Dead quasi la parodia di sé stessa. Sono ormai lontani i momenti in cui sorridevamo vedendo gli showrunner faticare a creare uno show introspettivo con riferimento ai singoli personaggi, che ricalcava l’idea di una apocalisse “realistica”, di una umanità realmente alla mercé di un’epidemia zombie che risultava l’unica (anche se macroscopica) scintilla di sospensione dell’incredulità: ora The Walking Dead parla di fazioni politiche contrapposte e di pazzi fuori da ogni realtà, di regni governati da monarchi con tigri al seguito e di uccisioni di mandrie di zombie grazie ad un cavo teso fra due automobili guidate precisamente alla stessa velocità (una scena che gli autori di Z-Nation, detto anche The Walking Dead in salsa trash, avranno amato alla follia).

Siamo ben lontani da dove siamo partiti. Ancora più lontani da dove gli inconcepibili ed irragionevoli showrunner vorrebbero arrivare. E definitivamente fuori strada rispetto a dove si potrebbe (e dovrebbe) arrivare.

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