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T2 – Trainspotting, la recensione di Roberto Recchioni

T2 – Trainspotting, la recensione di Roberto Recchioni

Di Roberto Recchioni

Ventuno anni fa portavo i capelli rasati, i pantaloni di tre taglie più grandi e le magliette di due taglie più piccole. Non avevo l’auto, non avevo una moto, passavo un sacco di tempo sui mezzi pubblici a fare su e giù per Roma e Milano. Avevo appena iniziato la mia carriera da fumettista e frequentavo i centri sociali e case popolate dagli individui più bizzarri dove non si dormiva mai e nessuno lavava il bagno. Andavo alle feste, fumavo, bevevo, facevo casino. Ballavo sui Prodigy, scopavo con i Massive Attack e mi addormentavo con i Portishead.

Ero, insomma, un ragazzo normale dei tardissimi anni ‘novanta. Che è un mucchio di tempo fa.

Se volete capire esattamente quanto, vi basti riflettere che nel 1996 Valeria Marini era una sex symbol e riempiva le sale con Bambola di Bigas Luna. Io a vedere Bambola ci andai al Maestoso, il primo multisala aperto a Roma (almeno che io sappia). Entrai, aspettai la scena del capitone, e poi me ne sgattaiolai fuori per infilarmi nella sala accanto dove stava per iniziare la proiezioni di un film di cui sapevo poco (Internet non era come oggi, giovini) ma che mi interessavo molto: Trainspotting. Rividi quel film altre tre volte, con gruppi di amici sempre più ampi.

Comprai la colonna sonora e la consumai. Arricchii il mio guardaroba di occhiali giganteschi e completi di pessima sartoria perché se il mio amico Luca si conciava come Renton, dato che gli era straordinariamente somigliante, io ero alto e strambo come Spud.

E anche Spud aveva le sue fan. Ad un certo punto comprai e lessi anche il libro di Irvine Welsh da cui il film era tratto. All’apparenza l’adattamento cinematografico sembrava piuttosto fedele ma, in realtà, tra pellicola e romanzo c’era la stessa differenza che passa tra il giorno e la notte. L’opera di Boyle raccontava di personaggi e storie molto squallide e sgradevoli, rendendole squisitamente accattivanti, pop e fashion, questo grazie a degli attori attraenti, a delle eccezionali invenzioni visive e a un tappeto sonoro da urlo. La scrittura affilata di Welsh, invece, era impietosa e respingente: raccontava lo schifo e te ne faceva sentire l’odore. Il “peggior cesso della Scozia” di Danny Boyle era l’occasione per creare una scena grottesca ma anche visivamente poetica, quello di Welsh era disgustoso e basta. Ed è probabilmente per questa ragione che se il libro venne molto apprezzato ma rimase comunque piuttosto circoscritto, il film assurse al ruolo di classico per quelli della mia generazione.

T2

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Quel tipo di film che vedi e rivedi e di cui impari le battute a memoria e che diventa una parte persistente di te. Fino a quando non cresci, ovviamente. Perché nei ventuno anni trascorsi tra Trainspotting e l’uscita di T2 io ho scelto un lavoro; ho scelto una carriera; ho scelto un maxitelevisore del cazzo; ho scelto lavatrici, lavastoviglie, moto, automobili, impianti stereo, smartphone, computer, console; ho provato a scegliere la buona salute anche se la buona salute non ha scelto me; ho scelto gli amici, ho scelto i completi eleganti, ho scelto le librerie, ho scelto una ampia collezione di libri, film, statuine, tavole originali; ho scelto di sedermi su un divano e spappolarmi il cervello con Internet.

Ho scelto di imborghesirmi.

Ho scelto il futuro.

Ho scelto la vita.

E non sono più quello di ventuno anni fa.

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E forse è per questo motivo che ho avuto così paura a entrare in sala per vedere il seguito del Trainspotting di Danny Boyle. “Del Trainspotting” di Danny Boyle, sia chiaro, non di Welsh. Il seguito del Trainspotting di Welsh esiste, è un bel libro uscito qualche anno fa con il titolo di Porno, e ha pochissimi elementi in comune con il sequel cinematografico. Perché Boyle con T2 ha voluto chiudere un discorso personale con i suoi personaggi, con le sue troppo amabili versioni di Renton, Sick Boy, Spud e Begbie.

E veniamo finalmente al punto: T2 è un bel film, che non piacerà quasi a nessuno perché invece di blandire il pubblico che è destinato a vederlo, lo prende a schiaffi in faccia e gli mostra tutta la sua mediocrità.

Si entra in sala euforici, credendo di partecipare a una rimpatriata nei nostri vent’anni, e si esce depressi perché Boyle prende il marketing della nostalgia e ci sputa sopra, negando ogni strizzata d’occhio, ogni ammiccamento, ogni gomitata d’intesa. Ci pianta invece un pugno nello stomaco e ci mostra la schifosa accondiscendenza con cui ci assolviamo. La nostra gioventù non era un posto fantastico, rimpiangerla è da coglioni, bisogna vivere nel presente.

Non è un film gentile, T2. Non è un film compiacente. A conti fatti, non è nemmeno un film riuscito in tutte le sue parti e, a tratti, latita di ispirazione. Ma è un film giusto che dice cose che sono un antidoto in quest’epoca che non fa altro che mitizzare un passato che non è mai esistito.

Andatelo a vedere.

Oppure, scegliete la vita.

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Illustrazione esclusiva per ScreenWeek di Roberto Recchioni

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