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Santa Clarita Diet: Recensione (spoiler free) della prima stagione

Santa Clarita Diet: Recensione (spoiler free) della prima stagione

Di Andrea Suatoni

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Prendiamo Santa Clarita, una tranquilla cittadina californiana dove non succede mai nulla di strano (o di eccitante); aggiungiamo una coppia di agenti immobiliari noiosi e leggermente compulsivi, interpretati da Drew Barrymore e Timothy Olyphant; rifiniamo con tanto, tanto sangue e avremo una delle migliori nuove comedy dell’anno.

Serie come Ash Vs Evil Dead e Scream Queens avevano già provato a creare una nuova simile nicchia di genere nella quale inserirsi: Santa Clarita Diet si assesta sulla scia del comedy-splatter reinventandolo alla base, senza bisogno di tirare in ballo demoni assetati di potere o assassini psicopatici: una semplice donna di provincia inizia a sviluppare il bisogno di nutrirsi di carne umana, ma lei e la sua famiglia sono fermamente convinti nel voler continuare a vivere una vita il più possibile nei limiti della normalità. Escludendo un omicidio o due ogni tanto.

Santa Clarita Diet riesce ampiamente quindi a trovare una strada inesplorata nel mondo delle comedy ed a creare un prodotto nuovo, talmente originale da risultare spiazzante: uno show che riesce a far ridere ma destinato solo a stomaci forti.

SANTA CLARITA DIET

La vicenda ruota attorno alla famiglia Hammond, la cui vita viene sconvolta dall’improvviso (ed inspiegabile) cambiamento di Sheila, il personaggio interpretato dalla Barrymore: la donna si accorge di essere morta (più precisamente non-morta) e di provare un enorme desiderio di mangiare carne umana, ma anche di provare nuovi impulsi sessuali, una ritrovata voglia di vivere ed una disinibizione mai avuta prima. Joel (Timothy Olyphant), il marito di Sheila, sarà molto turbato dal cambiamento della moglie ma le rimarrà comunque vicino, con tutto ciò che questo comporterà; Abby invece (Liv Hewson), la loro figlia, prenderà la cosa a suo modo iniziando una crociata personale verso la ricerca di esperienze sempre più eccitanti.

Gli Hammond cercheranno di mantenere il loro segreto con amici e vicini, mentre il comportamento di Sheila si farà sempre più inquietante e la possibilità di una vita normale sempre più lontana.

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CAST E GUEST STAR

Drew Barrymore e Timothy Olyphant sono semplicemente perfetti nel loro ruolo, anche se la prima nella versione italiana è fortemente castrata da un doppiaggio che non riesce per nulla a valorizzarla. La rivelazione della serie però è la giovane Liv Hewson, dinamica e determinata figlia dei protagonisti: la coppia Abby-Eric (Skyler Gisondo interpreta il vicino di casa nerd che risulta il più autorevole esperto di zombie del circondario) ruba spesso la scena ai comunque efficacissimi Sheila e Joel, manifestando una chimica più profonda sia a livello di scrittura dei personaggi che di sintonia fra gli attori.

Moltissime le guest star a fare da contorno ai personaggi principali, donando alla serie una connotazione quasi elitaria: si va da Ricardo Chavira (Il Carlos Solis di Desperate Housewives),  a Natalie Morales (Parks and Recreation), Patton Oswalt (United States of Tara e i vari Koenig di Agents of S.H.I.E.L.D.), Ryan Hansen (Veronica Mars), Portia De Rossi (Arrested Development ed Ally McBeal), Andy RichterMary Elizabeth-Ellis, Nathan Fillion (Firefly, Castle), Ravi Patel e molti altri ancora. Un casting azzeccatissimo anche per quei personaggi destinati a rimanere un episodio soltanto, che scava nelle nicchie più profonde dell’attuale panorama del comedy regalando anche alcune gradite sorprese.

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EQUILIBRIO

Così come Joel e Sheila cercano per tutta la durata dei 10 episodi di trovare un equilibrio fra il cannibalismo e la vita da agenti immobiliari di tutti i giorni, la serie cerca di trovare un modo adeguato di dosare i differenti aspetti di genere che la investono. Il primo episodio non riesce a rendere al meglio le potenzialità della serie: è assolutamente un bene che lo show sia stato destinato al binge watching su una piattaforma online, dove gli showrunner possono dribblare l’obbligo di convincere totalmente il proprio pubblico con una sola puntata. Santa Clarita Diet si assesta sul livello che poi manterrà fino alla fine solamente dopo il terzo o quarto episodio, gestendo un lungo ma doveroso (e mai pesante) incipit spalmato su più strati. Il più grande difetto della serie forse risiede proprio nella sua mancata longevità: in soli 10 episodi non solo lo spettatore non riesce a soddisfarsi pienamente delle avventure degli Hammond, ma gli stessi showrunner non sono riusciti ad inserire una storyline completa.

Il finale di Santa Clarita Diet non è un reale finale: la scena si interrompe al termine del decimo episodio dando l’impressione che la storia sia stata troncata, senza una risoluzione, un cliffhanger o un indizio verso una seconda stagione. Nessuna trama si chiude e nessuna nuova storyline si apre, siamo semplicemente lasciati in balìa dell’attesa di una stagione 2 che, in caso di rinnovo, vedremo come una sorta di seconda parte della prima.

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RINASCITA E METAFORE

Cosa significa davvero essere vivi? Quando e come la vita è veramente degna di essere vissuta? Osservando più da vicino e più profondamente la zombie-comedy di Netflix, possiamo rinvenire al suo interno una sincera e positiva metafora riguardo l’approccio personale al cosidetto “sogno americano” non solo nel cambiamento di Sheila, ma anche in quello di tutti gli altri personaggi principali. Attraverso situazioni al limite del grottesco, copiosi litri di sangue (ed assolutamente incredibili quantità di vomito), circostanze macabre e scenari splatter ma allo stesso tempo caricaturali, Santa Clarita Diet vuole quasi essere, insieme ad una divertente commedia sul disagio portato dal cambiamento ma anche della forza con la quale questo si affronta, una parabola sul significato della vita. Che non riesce a trovare – e non si sforza neanche di farlo – limitandosi a porre con estrema leggerezza delle domande profonde fra un omicidio e l’altro.

Santa Clarita Diet

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