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Pablo Larraín: il Cile, l’ossessione per Hollywood e la sua conquista

Pablo Larraín: il Cile, l’ossessione per Hollywood e la sua conquista

Di Filippo Magnifico

Nato nel 1976 al Santiago del Cile, Pablo Larraín è senza ombra di dubbio uno dei cineasti più interessanti del panorama cinematografico contemporaneo. Il suo debutto nel mondo della settima arte risale al 2006, solo 10 anni fa, con Fuga. Un percorso proseguito con dedizione, diventando il nome di punta di tutti i festival di cinema più importanti, fino alla conquista di Hollywood ottenuta più recentemente con Jackie, il suo primo film in lingua inglese, animato da un cast di grandi nomi che comprendono la candidata all’Oscar Natalie Portman, nel ruolo di Jackie Kennedy.

jackie-copertina

Un film che, siamo certi, sarà in grado di far conoscere il suo nome al grande pubblico e che gli ha permesso di raggiungere quel mondo patinato che rappresentava per certi versi l’ossessione del protagonista del suo secondo film, Tony Manero, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. La storia di un uomo di mezza età (un bravissimo Alfredo Castro) che vive con il mito di John Travolta e conduce un’esistenza perennemente in bilico tra l’emulazione e il grottesco nel Cile di fine anni ’70, un paese che il regista conosce molto bene (è cresciuto durante la dittatura di Augusto Pinochet) e che ha rappresentato la principale fonte di ispirazione per gran parte della sua filmografia.

Tony Manero

Il suo terzo lungometraggio si intitola Post Mortem, diretto nel 2010. Forse il più politico, incentrato sulla storia di un impiegato dell’obitorio di Santiago del Cile, sempre interpretato da Alfredo Castro, negli ultimi giorni del governo di Salvador Allende. Un ritratto fedele e straziante di un paese sull’orlo del baratro, pronto a precipitare in una spirale di orrore. Un’opera dolorosa, per certi versi esorcizzata con il successivo No – I giorni dell’arcobaleno (2012), incentrato sulla sfida mediatica che ha portato verso la fine degli anni ’80 al tramonto del regno di Pinochet.

Con Il Club, presentato in concorso al Festival di Berlino nel 2015 e vincitore dell’Orso d’Argento, gran premio della Giuria, Pablo Larraín ci ha regalato il suo film più disturbante. La storia di quattro sacerdoti che vivono insieme in una casa isolata in una piccola città sul mare e che sono stati confinati lì per “cancellare” dei peccati inconfessabili.

Il Club

Nel 2016 è il turno di Neruda, con Gael Garcia Bernal, presentato al Festival di Cannes. Un progetto coltivato per moltissimo tempo che si concretizza in un’opera complessa, che rappresenta il culmine di un ideale percorso artistico cominciato 10 anni prima. Nel portare sul grande schermo e, soprattutto, nel rielaborare per il grande schermo la vita di Pablo Neruda (interpretato da Luis Gnecco), il regista realizza uno dei migliori film della passata stagione cinematografica e trova nel biopic una nuova fonte di ispirazione, che lo porta alla pellicola successiva, l’ultima, per il momento, che si svolge nei giorni immediatamente successivi alla morte di John F. Kennedy ed è affrontata dal punto di vista della first lady Jackie. Una figura discreta e imperscrutabile, forse la donna famosa meno conosciuta dell’era moderna. Come ha sottolineato lo stesso regista:

Mi piace pensare che non avremo mai certezze su di lei. Non conosceremo mai il suo profumo, o che luce avesse negli occhi quando la incontravi. Tutto ciò che possiamo fare è cercare. E mettere insieme un film fatto di frammenti. Brandelli di ricordi. Luoghi. Idee. Immagini. Persone.

Luoghi. Idee. Immagini. Persone. Temi costanti del suo cinema, ora pronto per conquistare il mondo.

LEGGI ANCHE:

Il nostro incontro con il regista Pablo Larraín

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