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Logan – La recensione del film di James Mangold con Hugh Jackman

Logan – La recensione del film di James Mangold con Hugh Jackman

Di Lorenzo Pedrazzi

“Io ho scoperto che la Via del Samurai è morire” scrive Yamamoto Tsunetomo nell’Hagakure, il Codice Segreto dei Samurai. “Davanti all’alternativa della vita e della morte è preferibile scegliere la morte”. Naturalmente non vi svelerò il destino di Wolverine in Logan, ma non c’è dubbio che il mutante artigliato abbia vissuto la sua intera vita corteggiando la morte, senza mai poterne ricambiarne l’abbraccio a causa di quel fattore rigenerante che lo risana da ogni ferita, mentre rinnova le sue cellule per non farle invecchiare. Prima samurai per molti padroni, poi ronin senza una meta, Wolverine ha visto più guerre che armistizi, e ognuna di esse ha lasciato un segno – se non sul suo corpo indistruttibile – almeno sulla sua anima.

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Su queste basi James Mangold imbastisce l’ultima avventura cinematografica dell’eroe Marvel, con un titolo che è già di per sé una dichiarazione d’intenti: Logan, nome proprio, riporta Wolverine al livello dei comuni mortali, infonde umanità in un personaggio che – sul piano prettamente fisico – di umano aveva ben poco. La decostruzione del supereroe comincia da qui, in un processo di normalizzazione che sgombra il campo dagli elementi più iconici, anche sotto il profilo grafico. Negli Stati Uniti del 2029 i mutanti sono quasi scomparsi, e Wolverine (Hugh Jackman) è un uomo di mezza età con barba e vari acciacchi, avvelenato da quello stesso adamantio che ha reso le sue ossa infrangibili. Si guadagna da vivere come autista, e si prende cura dell’anziano Professor Xavier (Patrick Stewart) insieme a Calibano (Stephen Merchant), mutante albino che ha il potere di localizzare gli altri mutanti. Xavier ha bisogno di alcune pillole per controllare le sue immense capacità telepatiche, altrimenti è soggetto a feroci attacchi che rischiano di uccidere chiunque gli stia intorno. Una vita da reietti, la loro, ma Logan sogna di acquistare una barca e portarli via da quell’inferno. L’occasione si presenta quando una donna gli offre cinquantamila dollari per accompagnare la giovanissima Laura (Dafne Keen) al confine con il Canada, e Wolverine accetta perché sa bene che potrebbe non avere altre possibilità. Purtroppo, però, sulle tracce di Laura ci sono i terribili Ravagers, mercenari potenziati da innesti cibernetici, capeggiati dall’instancabile Donald Pierce (Boyd Holbrook). Logan è recalcitrante, ma Laura condivide il suo stesso DNA mutato, e questo rende la faccenda molto più personale di quanto lui credesse.

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Si parlava di “decostruzione”, e infatti Mangold spoglia Wolverine di gran parte dei suoi attributi sovrumani, denudando l’uomo che si cela dietro agli artigli; un uomo esausto, tumefatto e disilluso, ossessionato da un desiderio di morte che si coagula nel bagliore di un proiettile adamantino, unico mezzo per interrompere quel calvario. Se i cinecomic supereroistici sono un “genere”, Logan ne sconfessa i principali tòpoi visivi e narrativi: l’influenza (abbondantemente dichiarata) de Il cavaliere della valle solitaria, The Wrestler e persino Little Miss Sunshine si fa sentire, a riprova del fatto che Mangold prediliga il cinema del passato rispetto ai più ovvi riferimenti fumettistici, Vecchio Logan e Morte di Wolverine su tutti. Siamo vicini al western crepuscolare, con l’intimità – a tratti – di un film della New Hollywood. I confronti emotivi tra Wolverine, Xavier, Calibano e Laura contano più dell’azione, che pure si scatena in sequenze davvero brutali, piuttosto spiazzanti per un cinecomic: Deadpool a parte (che però non si prende sul serio), è rarissimo vedere qualcosa di simile in una grande produzione, con un eroe di primo piano. I personaggi si abbandonano al turpiloquio, Wolverine e Laura compiono massacri tra i Ravagers senza risparmiarsi nulla, e il sangue – anche innocente – scorre copioso. Una crudele ballata di lacrime e sangue, dove la redenzione si paga a caro prezzo.

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Con ragguardevole coerenza, Mangold evita il climax supereroistico e impone una delicata questione morale, poiché Logan non è disposto a perdonare né i suoi “peccati” né quelli della sua potenziale erede: come lo Shane della Valle solitaria, il mutante artigliato sottolinea che nell’omicidio non c’è mai spazio per l’autoassoluzione, nemmeno quando le vittime sono i “cattivi”. Il regista imposta così un discorso metanarrativo che mette a confronto la pseudo-realtà del film (comunque inventata) e la deriva fantasiosa dei fumetti, colpevoli di edulcorare e romanzare le “vere” battaglie degli X-Men. Può sembrare stucchevole, ma è un’altra dichiarazione programmatica: Mangold affronta i mutanti come se fossero persone reali, senza pose plastiche o costumi sgargianti, ma con la sofferenza che traccia solchi visibili sui volti dei personaggi. Hugh Jackman ha quindi modo di offrire la sua migliore interpretazione nell’universo degli X-Men, una performance dolente, estenuante, ricca di passività aggressiva che trova sfogo solo quando Wolverine cede al suo istinto ferino; e naturalmente le occasioni non mancano, perché Mangold gli permette di correre a briglie sciolte nelle sequenze più efferate. Poco importa, allora, che questo futuro distopico sia ritratto con scarsa precisione, o che gli antagonisti siano monodimensionali: al regista interessano i moti interiori dei personaggi e le manifestazioni esteriori dei loro conflitti, che peraltro consentono al grande Patrick Stewart di esprimersi al meglio in un’amarissima commistione di dramma e ironia.

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La parabola cinematografica di Wolverine, durata quasi un ventennio tra ruoli da protagonista e camei, si chiude nel modo più sensato, fino a quell’ultima inquadratura poetica e toccante che segna la fine di un’epoca. “Questa è l’essenza del Bushido”, continua Tsunetomo nel suo Codice. “Pensando alla morte, mattina e sera, nel silenzio e stando pronti a morire in ogni momento, si assimila il Bushido e per tutta la vita, senza commettere errori, si adempie il dovere del samurai”. Ecco, qualunque destino lo attenda, senza dubbio Logan il suo dovere l’ha compiuto.

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