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Split – La recensione del nuovo film di M. Night Shyamalan

Split – La recensione del nuovo film di M. Night Shyamalan

Di Lorenzo Pedrazzi

La seconda primavera di M. Night Shyamalan nasce dalle ceneri del suo momento più difficile, dopo aver preso atto che le dinamiche dei blockbuster – con i fallimentari The Last Airbender e After Earth – non erano adatte al suo temperamento creativo e produttivo. I detrattori della prima ora si sono affrettati ad applicagli l’etichetta di cineasta “perduto”, ma Shyamalan ha ritrovato la sua strada lavorando per sottrazione: produzioni più piccole, cast ridotti all’essenziale e strutture narrative più solide, limpide e lineari. Sia The Visit sia Split nascono da questo ritorno alle origini, al punto da sembrare il frutto di un regista semi-esordiente; non certo per l’inesperienza (Shyamalan sa “fare cinema” come pochi altri a Hollywood), ma per la genuinità dell’approccio cinematografico e per il contenimento delle risorse finanziarie, con un dispiego di mezzi decisamente inferiore rispetto al passato recente.

Split

La vicenda di Split, non a caso, si svolge nello spazio di poche ambientazioni, generalmente chiuse e claustrofobiche. Al centro della trama c’è il tormentato Kevin (James McAvoy), un uomo che soffre di disturbo dissociativo dell’identità, e condivide il suo corpo con altre ventidue personalità alternative. Una di esse è l’igienista Dennis, che rapisce la giovane Casey (Anya Taylor-Joy) insieme a due compagne di scuola, segregandole in un bunker. Non è chiaro per quale motivo le abbia rapite, ma sembra che Dennis stia preparando il terreno per l’arrivo di una misteriosa – nonché vagamente messianica – personalità “definitiva”: la Bestia. Casey, adolescente emarginata che convive con un trauma inesauribile, deve quindi affrontare i tre alter ego dominanti di Kevin (gli altri due sono Patricia e il piccolo Hedwig) nella speranza di trovare una via d’uscita e risolvere l’enigma del suo carceriere.

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Si è parlato di Zelig o Identità come di due riferimenti fondamentali per il soggetto di Split (senza dimenticare la storia di Billy Milligan), ma mai come in questo caso Shyamalan sembra rifarsi al suo immaginario personale, derivativo ma intimamente rielaborato attraverso un punto di vista riconoscibile, dove l’ultima inquadratura – simile alle scene mid-credit dei Marvel Studios – dimostra questa tendenza a recuperare le basi del suo cinema. In particolare, Shyamalan rilegge un vecchio cliché del genere thriller (la personalità multipla) filtrandolo attraverso la sua sensibilità di cineasta che ama il sovrannaturale, poiché in esso scorge le pieghe oscure di una realtà perennemente ambigua e fallace. La progressione verso il fantastico – al contrario dei suoi film precedenti – è graduale, e dimostra la crescita del regista come narratore: piuttosto che affidarsi a un colpo di scena spiazzante (come accadeva in passato), Shyamalan costruisce un intreccio dove lo snodo sovrannaturale è una diretta conseguenza dell’azione, non il suo innesco principale. Sono i conflitti psicologici a provocare il risvolto fantastico, non viceversa.

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D’altra parte, sia Kevin sia Casey sono vittime della violenza quotidiana, e hanno vissuto l’orrore proprio in seno a quel contesto sociale – la famiglia – che avrebbe dovuto tutelarli. Nonostante tutto, i mostri più inquietanti sono quelli reali, non immaginari: sono i carnefici degli abusi fisici e mentali, peraltro ritratti dal regista in modo lodevolmente sottile, fedele all’idea secondo cui evocare sia spesso più efficace che mostrare; questo accade soprattutto nei flashback, dove Shyamalan adotta soluzioni raffinate per suggerire i traumi di una sessualità deviata. Il topos della final girl, tipico del cinema horror, si trasfigura quindi in un confronto tra due anime tormentate, dove il “mostro” riconosce nella “vittima” uno spirito affine, altrettanto ferito e quindi “puro”: un riconoscimento reciproco nel dolore, nella sofferenza di un’infanzia violata che ha distrutto la vita di entrambi, anche se forse non in modo irreparabile.

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Tutto questo non funzionerebbe altrettanto bene senza le performance di James McAvoy e Anya Taylor-Joy: se l’attore scozzese è bravo a non scadere nel macchiettismo, ma lavora con arguzia sulla gestualità, la voce, la postura e la mimica dei diversi alter ego, la giovane interprete di The Witch si conferma una grande promessa del cinema americano, bravissima a reagire e adattarsi alle diverse personalità del suo carceriere, ma sempre con lo stiletto del terrore puntato alla gola. Senza dubbio l’evoluzione della trama si prende dei rischi, spiazza e sembra uscire dai binari, eppure Shyamalan ha il merito di spargerne i semi lungo tutto l’arco del film, favorendo la coesione e la coerenza del racconto. Come accade spesso nel suo cinema, la regola è semplice: bisogna aprire la mente all’assurdo, all’incredibile, come in un episodio di The Twilight Zone o in un racconto di Richard Matheson. Il fantastico germoglia nel quotidiano, e nei suoi orrori si autoalimenta, giustificando se stesso. Split, irrobustito dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi e dalla cura per i dettagli (soprattutto in relazione al passato di Casey e al suo rapporto con il corpo), non fa che confermare questa visione.

M. Night Shyamalan intervistato da Roberto Recchioni

La videointervista a James McAvoy

Il resoconto della conferenza stampa con M. Night Shyamalan, James McAvoy e Anya Taylor-Joy

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