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Assassin’s Creed: un Salto della Fede nel percorso del cinema tratto dai videogiochi

Assassin’s Creed: un Salto della Fede nel percorso del cinema tratto dai videogiochi

Di Marco Lucio Papaleo

In principio era Prince of Persia. Un gioco innovativo come pochi, dinamico, avvincente, straordinariamente cinematografico per l’epoca. Dalle “ceneri” della sua evoluzione (o, per meglio dire, dalle sue “sabbie del tempo”) nacque Assassin’s Creed, a suo modo altrettanto originale e magnetico, forte di un concept ambiguo e affascinante fatto di fanta-storia e dubbi morali. Oggi, infine, AC approda al cinema con una pellicola quasi sperimentale, che condivide molti dei pregi e difetti della controparte videoludica.

La storia del film diretto da Justin Kurzel ruota tutta attorno a Callum Lynch, uomo dall’oscuro passato e dal futuro incerto, dopo essere stato “rapito” dalla Fondazione Abstergo per prendere parte al Progetto Animus, che gli permetterà di rivivere le gesta di un lontano avo, alla ricerca delle informazioni riguardanti la sorte di un prezioso artefatto dagli indicibili poteri…
La spietata logica dei Templari contrapposta alla tempra e alla disciplina degli Assassini rivive dunque anche in questa nuova incarnazione del franchise, che vanta in primis una particolarità. Non si tratta, difatti, di un adattamento del videogioco originale, come (quasi) sempre accaduto in casi simili, ma di una vicenda collaterale, aderente (per quanto possibile) al canone già pre-esistente andatosi formando negli ultimi dieci anni tramite numerosi videogiochi, fumetti, romanzi e webseries. Mossa interessante, da parte della produzione (che vede la Ubisoft, la software house che detiene i diritti del marchio, in prima linea), che svincola dalla consueta necessità di rifarsi ai personaggi più noti dribblando in partenza scomodi confronti e polemiche sulla fedeltà all’originale, potendo allo stesso tempo espandere l’universo narrativo (con possibili e probabili conseguenze nella storyline dei videogiochi) facendo contenti sia i fan di vecchia data sia i neofiti, che possono partire alla scoperta della saga a partire dal film senza remora alcuna.

C

A livello tecnico-artistico si notano senza dubbio tanto la mano di un regista come Kurzel quanto l’apporto di Ubisoft per quanto riguarda materiali di riferimento e tratti distintivi: le visuali, i topos, i costumi, le dinamiche dell’azione sono presi di peso da videogiochi, e chi è già familiare con Assassin’s si sentirà subito a casa. Il tutto, comunque, viene filtrato dal gusto squisitamente visivo e sotteso del regista, che gioca tantissimo con colori, fotografia, movimenti di macchina e montaggio, quasi come se fossero le uniche cose a interessarlo, le uniche cose a dover esprimere significato. Proprio come col primo videogioco, si arriva alla fine con più punti interrogativi in testa che risposte, subissati da fatti e congetture, storditi da un viaggio che è più un’esperienza in divenire che un meccanismo a molla pronto a scattare al momento giusto. La sceneggiatura si diverte a invertire quello che è un punto fermo del gioco: mentre su console le scene nel presente sono un tramite per vivere il “core” della storia, ovvero il passato, nel film quel che conta è il momento presente, il presentare chi siamo come conseguenza del passato e trampolino per il futuro. L’evoluzione la vive Callum, non certo l’evanescente Aguilar, Assassino della Spagna dell’Inquisizione, del quale finiamo per conoscere poco o niente. Come, del resto, di quasi tutti i personaggi, che son solo veicoli di emozioni, ricordi, doveri, aspirazioni. La parte migliore di una serie di videogiochi altrimenti affetta da una certa ripetitività e da controlli non sempre perfetti è sempre stato l’affascinante universo alla base, il fine ultimo dell’umanità. E il film sembra quasi volerla buttare tutta sul metafisico, mandando all’aria le regole più elementari della sceneggiatura abbozzando molte (troppe) cose e arrivando anche a sacrificare una compagine attoriale sulla carta molto buona: ma quando una guardia carceraria ha una (e una sola) linea di dialogo ma comunque migliore di quella della protagonista femminile, c’è chiaramente qualcosa che non va, o quantomeno qualcosa che gira in modo fin troppo libero. Per essere un blockbuster, difatti, Assassin’s Creed spezza troppi schemi, rischia, si affida a un Balzo della Fede veramente troppo alto per gran parte del pubblico.

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