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15 dicembre 2016 • 17:30 • Scritto da Lorenzo Pedrazzi

Trollhunters – Recensione in anteprima della serie Netflix di Guillermo del Toro

Abbiamo visto in anteprima alcuni episodi di Trollhunters, la serie animata di Guillermo del Toro prodotta da Netflix e Dreamworks: tra archetipi e un pizzico di modernità, un buon prodotto per ragazzi.
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Si potrebbe dire che Guillermo del Toro sia instancabile, ma sarebbe un eufemismo: il regista messicano, tra i suoi moltissimi progetti cinematografici e televisivi, ha trovato anche il tempo di creare Trollhunters, serie d’animazione targata Netflix / Dreamworks che affonda le radici nell’omonimo libro per ragazzi scritto dal cineasta insieme a Daniel Kraus. Si tratta dell’ultimo impegno su cui ha lavorato il compianto Anton Yelchin, deceduto poco tempo dopo aver registrato i dialoghi di Jim, protagonista dello show: la sua ottima performance vocale è un lascito ancor più doloroso.

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Il viaggio dell’eroe
La premessa è estremamente “archetipica”: Jim, quindicenne che vive ad Arcadia con la madre single, viene scelto da un magico amuleto per diventare il nuovo Trollhunter, guerriero che difende il mondo degli umani e dei troll dalle minacce dei troll malvagi. Pronunciando una formula, l’amuleto dona una formidabile armatura e una spada al suo possessore, aumentandone forza e resistenza. Jim è il primo umano a ricevere questo privilegio, ma per sua fortuna può contare sull’aiuto di alcuni preziosi alleati: il suo migliore amico Toby, ragazzino buffo ed esuberante che gli guarda sempre le spalle; Claire, tipa sveglia che ama Shakespeare e coinvolge Jim – invaghito di lei – nella riduzione scolastica di Romeo e Giulietta; Blinky, un saggio troll che addestra il nostro eroe ad adempiere ai suoi nuovi compiti; e AAAARRRGH (sì, è proprio il suo nome), un troll mastodontico e buonissimo. Dovranno vedersela con il possente Bular, troll malvagio che vuole rubare l’amuleto di Jim per scatenare una guerra, supportato da alcuni pericolosi mutaforma. Naturalmente, il protagonista dovrà districarsi anche tra gli impegni scolastici e quelli casalinghi, con i bulli che lo perseguitano e una madre che fa il turno di notte in ospedale

A partire da questo sunto, è sin troppo facile dedurre quanto Trollhunters attinga i suoi elementi più canonici dai tòpoi del fantasy mainstream, impostando un classico “viaggio dell’eroe” dove la progressione dell’avventura corrisponde a una presa di coscienza, una maturazione personale che si fa sempre più profonda di cicatrice in cicatrice. Al contempo, Guillermo del Toro sembra rivolgersi al cinema per ragazzi degli anni Ottanta, da cui ricava molti cliché ricorrenti: la piccola città di provincia, l’eroe adolescente alle prese con mostri e bullismo, la cotta per una compagna di scuola, il migliore amico come “spalla comica”, le biciclette, il confronto con l’ignoto. I quattro episodi (non consecutivi) che ho potuto vedere in anteprima rispettano pienamente questi stereotipi, senza discostarsi troppo da uno schema ben consolidato e un po’ logoro, ma non privo di una sua efficacia, soprattutto sul pubblico giovane.

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I ragazzi stanno bene
In effetti, il target di Trollhunters è quasi esclusivamente infantile o pre-adolescenziale, senza quell’ambiguità che caratterizza talvolta i lungometraggi della Dreamworks, o l’intrattenimento trans-generazionale del regista messicano. Le gag sono tarate sul gusto dei ragazzi (pur senza eccessi stucchevoli o fanciulleschi), e anche il design concettuale dei mostri rispecchia questo approccio: non siamo di fronte alle creature bizzarre e inquietanti de Il labirinto del fauno, e nemmeno alle finezze barocche di Hellboy II, poiché Trollhunters privilegia un disegno relativamente semplice, funzionale, solo lievemente grottesco nella sproporzione fisica dei troll fra le gambe tozze e il busto gargantuesco. Un peccato, se consideriamo che il design concettuale è proprio il campo dove del Toro sa essere davvero spiazzante e visionario, anche se forse le sue invenzioni risulterebbero un po’ disturbanti agli occhi dei più piccoli. Più variegato è il Mercato dei Troll, sottomondo segreto che ricorda l’omonimo mercato di Hellboy II, dove il cineasta sfoga la sua passione per gli ambienti cavernosi che celano ingranaggi monumentali e meccanismi pre-tecnologici.

Ma è soprattutto nelle soluzioni visive che lo show assolve efficacemente ai suoi doveri. I raccordi di montaggio sono spesso audaci, e aiutano a mantenere vivo il ritmo della narrazione, che non gira mai a vuoto e si conferma scalpitante, soprattutto quando esplodono le battaglie tra Jim, Bular e gli altri personaggi: la “macchina da presa” (virtuale) abbraccia l’azione senza mai sacrificare la chiarezza, e infonde una grande dinamicità alle inquadrature, avvalendosi pienamente delle possibilità del digitale. I pregi tecnici della regia favoriscono i tempi del racconto, ulteriormente agevolati dalla brevità degli episodi: nemmeno chi ha una soglia dell’attenzione molto bassa rischia di annoiarsi.

L’animazione, dal canto suo, non può raggiungere i picchi della CGI cinematografica, ma si piazza comunque diversi gradini più in alto rispetto alla media del piccolo schermo. A fronte di un’espressività facciale abbastanza limitata, gli effetti speciali e luministici sono spettacolari, anche in virtù di una gamma cromatica piuttosto ricca.

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Dinastia materna
Non c’è dubbio che del Toro sia affezionato agli archetipi (i suoi film d’avventura sono strutturalmente molto “classici”), ma il regista messicano ha anche la sensibilità giusta per aggiornarli alle esigenze contemporanee. In tal senso, è significativo che sia Jim a prendersi cura di sua madre, ribaltando i ruoli tra genitore e figlio nelle piccole attenzioni quotidiane, come preparare i pasti o rimboccare le coperte: i due solidarizzano così di fronte all’abbandono del padre, mentre Jim si afferma come un esempio di quell’eroe sensibile (generalmente contrapposto, in un sistema di stereotipi, all’eroe virile) che ha fatto fortuna in molti cult degli anni Ottanta. Ciò che ne deriva è una piacevole sovversione degli antichi retaggi familiari, poiché Jim – al contrario dei troll – non onora il nome del padre quando si presenta ai suoi avversari, bensì quello della madre: «Jim, figlio di Barbara» dice il ragazzo.

In una serie che si nutre di tòpoi ben radicati nell’immaginario collettivo, appartenente a un genere dove l’orgoglio si trasmette tradizionalmente per linea paterna, questo risvolto ha una freschezza insolita, come una testimonianza di modernità: l’eroe privilegia la via della grazia sulla via della natura, imponendosi più come un “difensore” che come un “cacciatore”. Se l’avventura coincide con un percorso formativo, è giusto che passi da questa presa di coscienza.

Gli spettatori giovani e giovanissimi sapranno apprezzare.

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I 23 episodi della prima stagione di Trollhunters saranno disponibili su Netflix dal 23 dicembre.

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