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“3%”: Una nuova distopia per la prima serie Netflix Original Brasiliana

“3%”: Una nuova distopia per la prima serie Netflix Original Brasiliana

Di Andrea Suatoni

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Dal 25 Novembre (un po’ oscurata dal rilascio contestuale di Una Mamma per Amica – Di nuovo Insieme) è disponibile sulla piattaforma online Netflix 3%, una nuova serie in 8 parti che ha già conquistato milioni di appassionati in tutto il mondo.

Si tratta del primo progetto interamente brasiliano di Netflix (che in Italia è arrivato non ancora doppiato e quindi godibile solamente sottotitolato) dopo le collaborazioni in Narcos: il risultato è sicuramente non originale (ma non sembra fin dalle prime battute volerlo essere), ma la serie è gestita in maniera perfetta, aprendosi a diverse chiavi di lettura e rileggendo temi abusati come quello della denuncia sociale sotto aspetti raramente affrontati.

LA TRAMA (SPOILER FREE)

In un futuro non troppo lontano, la società è divisa fra una maggioranza che vive nella completa fatiscenza ed una piccola minoranza residente nel cosidetto Offshore, un paradiso sociale che in questa prima stagione non vedremo mai in video (ma del quale è possibile intuire la bellezza e la serenità) a cui tutti ambiscono. Ed al quale tutti possono ambire: alla soglia dei 20 anni, chiunque può provare, per una sola volta nella vita, ad effettuare le durissime prove del Processo: il 3% degli individui che si sottoporrano ad esso saranno immessi nell’Offshore.

Sono migliaia i ragazzi a presentarsi, ma gli spettatori seguiranno le vicende di un gruppo in particolare; ognuno dei protagonisti ha un motivo diverso per voler raggiungere l’Offshore (dalla vendetta, alla fuga, alla possibilità di ritrovare i propri cari dall’altra parte e così via), ma solamente pochi saranno ammessi ad esso: le prove cui il processo sottopone i candidati sono spietate ed il giudizio degli esaminatori insindacabile; attraverso di esse, il leader del Processo Ezekiel ed i suoi sottoposti cercano di scegliere i ragazzi con le migliori qualità possibili da poter immettere nella loro utopistica società.

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Si passa da quesiti puramente logici ad altri più psicologici, dalla ricostruzione di scenari apocalittici al ricatto morale: solo le persone superiori e più motivate arriveranno alla fine. E mentre gli episodi procedono e ognuno dei protagonisti mostra il meglio ma soprattutto il peggio di sé pur di arrivare fino in fondo, un’organizzazione ribelle chiamata “La Causa” potrebbe rovesciare completamente lo stato delle cose…

FRA HUNGER GAMES E BLACK MIRROR

Come abbiamo già accennato, la serie non affronta tematiche originali: accostata alla denuncia sociale vista in film come Hunger Games (cui la deriva ribelle sembra adagiarsi anche nell’avversione al sistema del Processo, ma questa sarà una tematica affrontata meglio in una ipotetica seconda stagione) troviamo anche un uso distopico ed inquietante della tecnologia alla Black Mirror. Il connubio dei migliori caratteri delle due serie emerge in un amalgama che riesce a funzionare perfettamente, purtroppo però pesantemente frustrato da un budget fin troppo limitato.

Con i pochi mezzi a disposizione comunque 3% riesce benissimo a procedere e a non scadere nel ripetitivo (se non nella pochezza degli spazi e delle scenografie), ma anche ad appassionare a livello meta-tecnico lo spettatore riguardo le dinamiche e le prove del Processo.

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20 ANNI

3% è una serie che si ripropone in prima battuta di denunciare una struttura societaria che divide i poveri dai ricchi e favorisce questi ultimi, pochissimi eletti che quasi con misericordia divina concedono ai più meritevoli di unirsi a loro (non solo nella ricchezza e nel benessere, ma anche nell’odio verso ciò che prima rappresentavano).

Ma addentrandosi più a fondo di quanto lo stesso Hunger Games, estremamente simile rispetto alle tematiche di critica sociale e merito individuale, abbia mai fatto, troviamo in 3% una profonda metafora riguardanti i giovani uomini e le giovani donne del presente: pur se all’inizio della propria vita adulta, ad essi non è assolutamente permesso sbagliare. Andare avanti e riuscire a trovare immediatamente sé stessi è appannaggio dei migliori e dei più tenaci, ma anche dei più furbi e disonesti: non ci troviamo di fronte ad un messaggio positivo ma ad una cartina tornasole estremamente reale, dove ognuno dei protagonisti incarna uno stereotipo ideale, sia esso positivo o negativo, di ciò cui si è oggi costretti a fare ed essere per non essere “eliminati” dal gioco della vita, il cui obiettivo primario non può essere altro che quello di un utopistico benessere del quale tutti parlano ma che nessuno ha mai conosciuto veramente.

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SECONDA STAGIONE…?

E’ molto probabile che 3% venga rinnovato per una seconda stagione: la serie è assolutamente valida, pur se con i notevoli problemi di budget che abbiamo già affrontato. Ma ciò che davvero servirebbe allo show sarebbe un reboot, una partenza da zero da parte di una produzione decisa a scommettere maggiormente sull’interessantissimo format: l’idea di base di 3%, che partiva addirittura da una webserie, ha assolutamente bisogno di essere trattata adeguatamente e di non dover sottostare ad una continua castrazione (soprattutto tecnica, ma in definitiva anche in fase di scrittura) dovuta ad una notevole carenza di mezzi.

Sicuramente 3% rimane comunque un prodotto fortemente apprezzabile, ed una seconda stagione non potrebbe che renderci felici; ma non possiamo fare a meno di immaginare a come risulterebbero le stesse tematiche e gli stessi forti personaggi inseriti nel contesto di una produzione simile ad esempio (scegliendo prodotti che potrebbero avvicinarsi a 3%) a quella di Black Mirror, Mr. Robot o magari addirittura Westworld (se dobbiamo sognare, facciamolo bene).

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